INTERVIEW WITH JOVINE : "Porto il Napulitan Reggae a teatro"

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Valerio Jovine, voce e anima dell’omonima band, figlio della scuola 99 Posse e fratello minore dello storico bassista Massimo, già da giovanissimo ha da sempre seguito certi ideali di vita. Esplosivo e prorompente come il suo Vesuvio, è reduce dal programma televisivo the Voice in cui ha toccato il cuore di milioni di spettatori ed ha in progetto un nuovo disco che uscirà nel 2015.

“Per quanto riguarda the Voice il mio obiettivo era quello di portare il reggae nelle case di tutti attraverso il grande schermo e penso di esserci riuscito”, ci dichiara quando gli chiediamo la ragione per la quale è andato in tv cantando un genere solitamente estraneo a certi salotti. Una scelta particolare quella di Valerio a The voice, almeno quanto quella di portare lo stesso genere in teatro nello spettacolo “Napulitan a Teatro” tenutosi al Bolivar. Due ore di live in cui viene accompagnato da strumenti come il pianoforte, la tromba, la batteria, la chitarra, il basso e in cui riarrangia tanti suoi brani in versione inedita. Come ospiti on the stage l’amico fraterno Dope One Mc, con cui ripropone “Napl sona” in versione acustica, e La Pankina Krew, giovanissimo trio hip-hop di Ponticelli. La special guest invece è sua figlia Emma di soli undici mesi che il cantante prende in braccio per dedicarle la canzone “Vedrò vedrai”. C’è spazio anche per rivisitazioni di canzoni celebri di Rino Gaetano, Gino Paoli e Madonna interpretate in chiave reggae. Lo show è coinvolgente e la spiccata simpatia di Valerio fa il resto. Non a caso a metà spettacolo tutti i presenti si alzano dai propri posti a sedere e cominciano a ballare. Incontriamo Valerio nel back stage non appena terminato il suo live.

 

Valerio soddisfatto del tuo show “Napulitan a teatro”?

Certo, ho trascorso due ore incredibili col mio pubblico. Ma non è stato facile perché era la prima volta che un mio live si teneva all’interno di un teatro. In genere i ragazzi ai miei concerti ballano scatenati come se si trovassero in una dance-hall. L’impresa ardua  è stata quella di rendere lo spettacolo visibile e interessante per tutti e non solo per la fascia più giovane dei miei fans. E’ stato bello vedere seduti nelle prime file i miei genitori con la mia piccola Emma: così non ho resistito e l’ho portata sul palco. Insomma, è stata l’ennesima dimostrazione che il reggae è una musica adattabile ad ogni contesto ed ascoltabile da ogni orecchio.

 

E’ per dimostrare questo che hai partecipato al programma The Voice su Rai 2?

Come giustamente dicevi l’ideologia della musica reggae tende ad essere poco compatibile con i salotti della tv ed è potuto sembrare incoerente che un musicista cresciuto nella 99 Posse family partecipasse a un talent show sulla Rai. Il mio scopo invece era quello di portare il mio stile e la mia musica alle masse. Quindi quel programma non ha rappresentato una rinuncia ai miei principi ed un allineamento al Sistema, ma l’opposto: si è trattato di utilizzare i loro mezzi di diffusione per trasmettere le giuste vibrazioni agli italiani. Comunque l’esperienza è stata molto bella, J-Ax è un grande e da lui ho tanto da imparare, e nonostante tutto oggi sono sempre nella mia Napoli con l’orgoglio immenso di essere Napulitan.

 

Nel tuo conosciutissimo brano “Napulitan” dici di essere profondamente attaccato alla tua identità, ma ti definisci anche cittadino del mondo. Questa non potrebbe apparire una contraddizione in termini?

Assolutamente no. Certamente è insito in me un grande senso di legame con la mia terra e le mie origini, nello stesso tempo trovo che il popolo napoletano sia quello maggiormente idoneo a favorire l’integrazione tra popoli. Noi siamo l’emblema dell’accoglienza della calorosità e indiscutibilmente non siamo xenofobi, ma siamo attratti dal diverso. Per questa ragione ritengo che non ci siano differenze tra un napoletano, un africano o un jamaicano. Specie se il loro cuore è unito dalla passione per la reggae music. Inoltre quando noi partenopei andiamo fuori o ci trasferiamo altrove lo facciamo con grande spirito di adattamento, ci sentiamo cittadini del mondo, ma non dimentichiamo la nostra identità: questa è la qualità che meglio descrive l’indole di tutti noi. “Napulitan” è semplicemente una canzone contro ogni forma di razzismo.

 

Perché restare nella tua città nonostante la popolarità?

Potrei raggiungere qualunque grado di notorietà ma la mia Napoli non la abbandonerei mai. Questa è la mia casa ed ho tutte le persone più importanti della mia esistenza, prima tra tutti la mia adorata figlia. Inoltre attendo il giorno in cui la marijuana verrà legalizzata e potrò coltivarla grazie al fantastico e perfetto clima della città. Sarebbe l’ideale.

 

Oltre a diventare un “ganja-farmer” quali sono i tuoi progetti futuri? (Ridiamo)

Il mio progetto più prossimo è un nuovo disco in uscita per il 2015, ma di cui ancora non posso accennarvi il titolo. Ve lo rivelerò nella prossima intervista. Il primo singolo “Superficiale” però è già stato estratto e potete trovarne il videoclip su Youtube. La traccia è un manifesto contro le apparenze che oggi sembrano il fondamento della nostra società. Il mondo dell’apparire sta facendo perdere  tutti i valori fondamentali del mondo dell’essere e questo fenomeno deve essere combattuto. Il Male della banalità deve essere sconfitto dal Bene assoluto. Il fine del mio album infatti non sarà solo quello di improvvisare parole ed emozioni, di buttare nero sul bianco di un foglio, ma principalmente quello di trasmettere un messaggio che possa aiutare i ragazzi a prendere coscienza, ad interrogarsi  sulle cose per cui valga la pena di lottare, anche per le generazioni future. Il genere sarà vicino al reggae, ma senza “pezzottare” troppo il sound e lo stile dei jamaicani. Ho visto centinaia di quei concerti, seguito con attenzione tutta la scena musicale dell’isola e portato la situazione della dance-hall nella mia città, ma adesso la mia intenzione è quella di unire e sperimentare una pluralità di suoni per creare una musica originale che sia solo mia: uno stile unico firmato Jovine.

 

Eugenia Conti

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