INTERVIEW TO LAMPA DREAD : "Con One Love Hi Powa Sound System dal 1991 ad oggi"

lampa

I Sound System, oggi celebri in tutto il Mondo, nascono a metà degli anni 50 in Jamaica e precisamente nei ghetti di Kingston in cui più dj si univano tra loro e proponevano musica per strada con piatti, generatori ed impianti mostruosi dalle dimensioni enormi. Il primo a portare queste vibes in Italia ed in particolare a Roma è stato Lampa Dread col suo sound system One Love Hi Powa. Lampa, con origini salernitane ma da sempre residente a Roma, ha contribuito incommensurabilmente a portare la cultura ed i sounds giamaicani sul territorio nazionale. Selecta fin da giovanissimo e proprietario di un negozio di dischi nella Capitale, decide di trasferirsi per dodici anni proprio nell’Isola del Mar delle Antille e di continuare la sua carriera artistica nella patria dei generi che ha sempre amato. Anche oltre oceano apre uno store di vinili e con le sue selezioni comincia a partecipare alle più importanti competizioni guadagnandosi il rispetto di tutta la scena musicale fino a diventare oggi uno degli organizzatori del Rototom Sunspash, il Festival Reggae più grande d’Europa e annoverato tra i più importanti del pianeta. Gege Vibes l’ha intervistato per voi.

Ciao Lampa, partiamo dalla tua storia come scegli di fondare tantissimi anni fa il tuo sound system One Love Hi Powa?

One Love Hi Powa nasce nel 1991 dal sentimento di voler trasmettere le giuste vibes in Italia dove ancora non era arrivata, né si era diffusa la cultura giamaicana a 360 gradi. Già all’epoca proponevamo musica reggae, specialmente a Roma e viaggiando in molti posti come Londra o come la stessa Jamaica in cui fioccavano sempre più sound system abbiamo sentito l’esigenza di crearne uno nostro con cui poter girare il Mondo. Volevamo un impianto appropriato per poter suonare dopo che per tanto tempo avevamo approfittato di quelli dei locali oppure li avevamo posizionati nei vari centri sociali, quando cominciò il fenomeno delle occupazioni, prendendoli in affitto per un certo arco di tempo. A differenza di chi spingeva la discoteca nostrana, il nostro obiettivo era portare ovunque la situazione dancehall: una sorta di discoteca in stile giamaicano con determinate selezioni, sonorità e ritmiche. Grazie al sound system che poteva essere montato e rimontato, la dancehall poteva essere creata in ogni location interna o esterna che si preferisse. One Love Hi Powa cronologicamente può essere considerato tra i primi Sound System d’Italia.

Quanto la Jamaica ha contribuito a inspirare il tuo percorso artistico anche alla luce della tua lunghissima permanenza sull’isola?

Il trasferimento in Jamaica è stata un’esperienza collettiva e che ha inspirato tantissimo l’intero Sound System. Personalmente dopo aver aperto un negozio di vinili a Roma ho voluto riprendere la stessa attività lavorativa sull’Isola trattenendomi ben 12 anni: dal 1998 al 2010. Paradossalmente la mia permanenza è avvenuta in un periodo in cui il mercato del vinile era in forte crisi data l’espansione virale del web. C’è da dire però che nel reggae e nei suoi sottogeneri la cultura del vinile non si è persa, anzi ancora oggi tutti i più nostalgici ed appassionati li utilizzano. Chiaramente con l’avvento di internet e dei cd rom si è maggiormente sgretolata la vendita e il commercio dei vinili. Credo che questo sia il cambiamento naturale dovuto al corso del progresso e che comunque la rete abbia anche i suoi vantaggi e sia più facilmente accessibile a tutti. Prima se ti piacevano solo un paio di brani su un album eri costretto a comprarlo integralmente, oggi invece magari puoi acquistare singole tracce su iTunes. Tornando al periodo trascorso a Kingston mi sono da subito ambientato sul posto. Eravamo molto rispettati fin dall’inizio poiché i Sound System riscuotono di grande credibilità e di grande seguito tra tutti coloro che nutrono un po’ d’amore per la propria musica. Avevamo già contatti da anni con molti personaggi della scena prima di andare sul posto, quindi una volta arrivati l’accoglienza non poteva che essere calorosissima e ci sentivamo addirittura protetti. Eravamo al cento per cento, come si suol dire, dentro all’industria musicale. Anche la gente comune si è abituata a noi dopo aver selezionato a grossi festival musicali sull’isola ed ha di conseguenza apprezzato la nostra presenza sul territorio.

Quali gli artisti giamaicani con cui hai stretto i rapporti più forti?

La lista sarebbe veramente ricca, anzi oserei dire infinita. Sicuramente come non poter citare il colosso Sugar Minott, singer, producer e sound system operator venuto a mancare proprio nel 2010. Oppure il grande Buju Banton, di cui tra l’altro quest’anno ricorre il ventennale da quando lo portammo a Roma per la prima volta. Diciamo che servirebbe un’altra intervista solo per poter parlare dei ricordi legati ai rapporti più forti con i personaggi jamaicani.

Approfondiremo in futuro. Parliamo invece delle tue esperienza europee. Sei uno degli organizzatori storici del Rototom Sunsplash, diventato oggi il Festival reggae più importante d’Europa… 

Diciamo non solo in Europa, ma anche un po’ nel mondo. Il Rototom nasce nel 1994 come una piccola realtà alternativa in provincia di Pordenone ed era rivolto a vari generi musicali: dal reggae, al rock fino al funk. La più seguita era però la reggae music così si decise di trasformarlo in un Festival dedicato esclusivamente ad essa e si espanse sempre più a livello nazionale, fino a diventare un festival internazionale riconosciuto e amato da tutti. Quest’anno si terrà a Benicasim in Spagna come nelle scorse edizioni dal 13 al 20 agosto ed i primi nomi della lineup sono già usciti: tornerà Damian Marley e i Morgan Heritage, band storica e neo-vincitori stanotte del Grammy Awards con il loro “Strictly Roots”, decretato l’album reggae più bello del 2016. Ma le sorprese non sono finite: prossimamente sapremo gli altri ospiti di rilievo mondiale che saranno presenti sul palco del Rototom.

Cosa significa per Lampa Dread essere un selecta reggae e uno dei pionieri della cultura dei sound system nella tua Nazione? 

Voglio sempre continuare a portare in giro per l’Italia le nostre vibes, quelle targate One Love Hi Powa e a spingere la situazione dancehall a Roma, in cui suoniamo regolarmente con il nostro sound system ogni secondo sabato del mese. Per me essere un selecta di musica reggae significa innanzitutto avere consapevolezza, rimanere concentrati sulle radici ma proporre sempre musica ed artisti nuovi. Perché quando una musica è bella anche la sua evoluzione sarà altrettanto piacevole. Vedi la reggae music evoluta nella dancehall music, che ha in sé anche una sua identità. E poi non bisogna mai perdere di vista il messaggio dei brani. Anche nella stessa dancehall jamaicana c’è stata negli anni una carenza di contenuti, ma è anche comprensibile in un’isola come quella con delle difficoltà evidenti. A maggior ragione c’è bisogno di più presa di coscienza, in primis da parte degli stessi selezionatori.

Eugenia Conti

 

 

 

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