Mc Olde from Sentinel Sound (Germany) : “We spread the message around the world”

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Sentinel Sound is Germany’s most famous Sound System reggae and dancehall, and it is between the most prestigeous ones in the whole Europe.
The team, named World Champion Sound System, has turned the whole planet in the name of this kind of music, winning lots of world clashes like the one of Brooklin in 2005…
Gege Vibes has video-interviewed Olde, a member of the crew, mc and dj, before Sentinel Sound’s show at Palarock of Aradeo (Salento) together with Sud Sound System.

We are in Salento with Sentinel sound before the show of tonight in Aradeo with Sud Sound System. Are you happy to be here today?

Oh yes, we love Salento and so more, the winter is a pleasure time. The people really enjoy what we do and the music, so it’s really a pleasure to be here again.

What about the beginning of your music journey and why did you create a sound system?

Right now we get a new generation of Sentinel Sound. There are Nadia and other members who all create and found Sentinel Sound. For us it’s an honor to play in a famous and big sound system because Sentinel Sound is such a longest team over all the years, in the past.  They did so many like historical takes. We’re so thankful, for the chance to play something like this.

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And you are a Sound System from Germany. Recently you have celebrated the 17° anniversary of Sentinel Sound. What does reggae and dancehall music represent in your life?

The way of playing music, because music is our life. You know, we play every weekend. We do this like a job, a side job, so we give all time into this project and whatever we do, we do it for Sentinel, for reggae music. For us, music is life.

What about your clashes and the victories? Like in Brooklyn… Why don’t you tell us something about your clashes history?

Yes, in Brooklyn it was the most famous one, for Sentinel Sound was the first big global battle for Sound System. This clash made us famous, gave us a name. Got us recognized as a big Sound System. But we have another clash coming up, so we are not quite yet!

Really? Where?

A big clash is coming up in the United States. You can find all the information on our social networks. Me and Daniel organized everything, he is the other one of the “clash team”.  It’s really interesting! It’s a big live, for sure and there will be lots of Sound Systems.

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You look satisfied! What about your project with Lion D? You’re the producer of his mixtape.

Yeah, it was nice, a really nice project and he’s a cool guy. It’s very cool to work with talented artist, ‘cause if you make a mixtape project you actually need to “mix”: for example, I made up an Acappella, a special instrumental version, putting little parts together for making the mixtape, you know, more fancy; if you work with a big big artist, you need to call him, to text him, and it takes 2/3/4 days. Instead, whereas you work with such an artist and he is interested to work WITH you, then 2 hours later it’s done, ready. Lion D has been like a friend who looks at you from outside, together we focused on what they want, it was very very cool!

So I bet you like the Italian scene!?

Oh yes, just think of this month, we came 4 times! In one month! So, Italy love Sentinel Sound and we love Italy!

What about your future project?

Well, mainly playing around the world, spread the “message”of Sentinel Sound: reggae and dancehall. As we have some hashtags saying like #TravelingInTheNameOfReggae. So, we go around the world, throughout different places, different cities, different countries… just to spread the message. It’s all we want!

Interview : Eugenia Conti

Shooting : Giorgio Nuzzo

Mounting : Vito Rutigliano

English and italian subtitles : Simona Mele

25° anniversario Sud Sound System celebrato con la mostra pop art “Visioni Pop”

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I Sud Sound System, band icona della musica reggae salentina nel Mondo, sta per compiere 25 anni di attività proprio questo mese. Un quarto di secolo in cui Nandu Popu, Don Rico e Terron Fabio sono stati sempre in prima linea per portare avanti importanti battaglie a suon di note. Dall’antiproibizionismo delle droghe leggere all’antirazzismo, sono diventati la voce per eccellenza di tutti i movimenti e gruppi di lotta sul territorio: No tap, No triv, No al carbone, Greenpeace, etc… A giugno si realizza anche un sogno del gruppo: partirà il loro tour in Jamaica, la terra madre del reggae, genere di cui sono diventati ambasciatori ovunque. Delle figure così fondamentali per il Salento non potevano che essere rivisitate in una mostra in chiave pop art. Gli autori delle opere sono il salentino Marcello Quarta e Fabio Gismondi che già avevano scelto lo scorso febbraio Nandu (Fernando Blasi) come protagonista dei loro precedenti lavori artistici dal titolo “Nandu Pop Re-Evolution”. Questa volta protagonista della mostra “Visioni pop” tutta la crew al completo ovvero Nandu, Don Rico, Terron Fabio ed anche membri più storici come Papa Gianni e GGD. In una precedente intervista sempre su questo portale Marcello Quarta ci spiegava che la pop art ha il merito di far diventare miti coloro che vengono rappresentati con quella tecnica e  chi meglio dei Sud Sound System potevano prestarsi a questa mitizzazione? Per vedere i Sud Sound System in questa inedita e coloratissima versione basterà recarsi il 25 aprile a Surbo presso il “Bella Vie Lounge Bar” di Via Cadorna a partire dalle 21:30. La giornalista Anna De Matteis aprirà la serata. “Non vediamo l’ora di vederci in questa chiave- ha affermato Popu- che siamo certi si addicerà benissimo ai Sud Sound System in quanto la pop art è molto popolare e le nostre istanze sono sempre venute dalla strade”. Non mancate. Ne vedremo di tutti i colori !

Eugenia Conti

NANDU POP RE-EVOLUTION / La nuova mostra pop art di Marcello Quarta e Fabio Gismondi

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Si chiama Nandu Pop Re-Evolution l’ultima mostra presentata lo scorso venerdì a Surbo (Le): un’opera a quattro mani dell’artista salentino Marcello Quarta e di quello romano Fabio Gismondi, che vede riprodotto su tela e in chiave pop art l’icona del reggae Nandu Popu, al secolo Fernando Blasi. Abbiamo voluto incontrare Marcello Quarta, creatore di questi originali quadri colorati e sgoggiolanti, per farci raccontare di come ha realizzato un perfetto connubio tra musica, pop art e soprattutto istanze sociali. Arte e musica sanno dare voce a proteste sociali ed i colori e le parole si possono trasformare in un’arma potente contro le forze negative.

G.V. Perché Nandu Pop Re-evolution ?

M.Q. Nandu Pop Re-evolution racchiude un insieme di lavori fatti a quattro mani da me e Fabio Gismondi, artista di Roma abbastanza noto a livello nazionale. Conoscendoci in Turchia tanti anni fa e continuandoci a sentire su Facebook abbiamo avuto l’idea di collaborare per creare delle opere. Abbiamo scelto il famosissimo cantante salentino Nandu Popu come protagonista di questa mostra perché la sua immagine si prestava bene a diventare un’icona pop-art. Si dice infatti che la pop-art triasformi in mito i personaggi raffigurati. Allora non potevamo che ritrarre Nandu che oltre ad essere riconosciuto per le sue grandissime doti canori in quanto membro dei Sud Sound System, è il personaggio più rappresentativo del momento in difesa del territorio. Attraverso lui potevamo parlare di tante tematiche: No al carbone, No tap, No truffa xylella e così via.

 

G.V. Ed ecco spiegata la Re-evolution. Come avviene invece l’incontro con Nandu e come è diventato una fonte di ispirazione ?

M.Q. Nandu ed io ci siamo conosciuti in una delle tante iniziative per smentire la truffa Xylella. In quell’occasione presentai delle mie opere che riproducevano la celebre Minestra in scatola Campbell ma con un escavatore e la scritta Xylella Soup. Popu ne rimase subito impressionato. Decidemmo di formare questa sinergia e di rivisitare la sua figura in chiave pop art in quanto vero e proprio mito del Salento. Insomma la mostra ha lo scopo di lanciare il messaggio che prendendo esempio dal cantante ci siamo tutti noi a lottare insieme a lui per il territorio.

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G.V. Avete pensato di creare delle sinergie future?

M.Q. Si. Stiamo provvedendo per creare quest’estate una mostra dettagliata riguardante la Sud Sound System story riproposta sempre in visione pop art. Si tratta quindi di celebrare attraverso i nostri quadri tutta la lunga carriera artistica della band. L’obiettivo futuro comunque continuare a produrre queste opere per tutti i personaggi del Salento che si sono distinti sul territorio e che sono diventati famosi.

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G.V. Non ti definisci né pittore né writer. Su cosa si basa la sua tecnica?

M.Q. Mi definisco Marcello Quarta, artista per caso (come si chiamava la mia precedente pagina Facebook). E’ stato davvero casuale il mio avvicinamento a questo stile. I miei quadri sono principalmente realizzati con la tecnica dello sgocciolamento del pittore ribelle Jackson Pollock. In genere Fabio Gismondi si occupa delle grafiche ed io di riadattarle in chiave più moderna. Quindi non posso inquadrarmi in una categoria artistica precisa. Certo è che i miei modelli sono Bansky e Mr Brainwash.

Eugenia Conti

 

 

 

 

 

INTERVIEW TO LAMPA DREAD : "Con One Love Hi Powa Sound System dal 1991 ad oggi"

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I Sound System, oggi celebri in tutto il Mondo, nascono a metà degli anni 50 in Jamaica e precisamente nei ghetti di Kingston in cui più dj si univano tra loro e proponevano musica per strada con piatti, generatori ed impianti mostruosi dalle dimensioni enormi. Il primo a portare queste vibes in Italia ed in particolare a Roma è stato Lampa Dread col suo sound system One Love Hi Powa. Lampa, con origini salernitane ma da sempre residente a Roma, ha contribuito incommensurabilmente a portare la cultura ed i sounds giamaicani sul territorio nazionale. Selecta fin da giovanissimo e proprietario di un negozio di dischi nella Capitale, decide di trasferirsi per dodici anni proprio nell’Isola del Mar delle Antille e di continuare la sua carriera artistica nella patria dei generi che ha sempre amato. Anche oltre oceano apre uno store di vinili e con le sue selezioni comincia a partecipare alle più importanti competizioni guadagnandosi il rispetto di tutta la scena musicale fino a diventare oggi uno degli organizzatori del Rototom Sunspash, il Festival Reggae più grande d’Europa e annoverato tra i più importanti del pianeta. Gege Vibes l’ha intervistato per voi.

Ciao Lampa, partiamo dalla tua storia come scegli di fondare tantissimi anni fa il tuo sound system One Love Hi Powa?

One Love Hi Powa nasce nel 1991 dal sentimento di voler trasmettere le giuste vibes in Italia dove ancora non era arrivata, né si era diffusa la cultura giamaicana a 360 gradi. Già all’epoca proponevamo musica reggae, specialmente a Roma e viaggiando in molti posti come Londra o come la stessa Jamaica in cui fioccavano sempre più sound system abbiamo sentito l’esigenza di crearne uno nostro con cui poter girare il Mondo. Volevamo un impianto appropriato per poter suonare dopo che per tanto tempo avevamo approfittato di quelli dei locali oppure li avevamo posizionati nei vari centri sociali, quando cominciò il fenomeno delle occupazioni, prendendoli in affitto per un certo arco di tempo. A differenza di chi spingeva la discoteca nostrana, il nostro obiettivo era portare ovunque la situazione dancehall: una sorta di discoteca in stile giamaicano con determinate selezioni, sonorità e ritmiche. Grazie al sound system che poteva essere montato e rimontato, la dancehall poteva essere creata in ogni location interna o esterna che si preferisse. One Love Hi Powa cronologicamente può essere considerato tra i primi Sound System d’Italia.

Quanto la Jamaica ha contribuito a inspirare il tuo percorso artistico anche alla luce della tua lunghissima permanenza sull’isola?

Il trasferimento in Jamaica è stata un’esperienza collettiva e che ha inspirato tantissimo l’intero Sound System. Personalmente dopo aver aperto un negozio di vinili a Roma ho voluto riprendere la stessa attività lavorativa sull’Isola trattenendomi ben 12 anni: dal 1998 al 2010. Paradossalmente la mia permanenza è avvenuta in un periodo in cui il mercato del vinile era in forte crisi data l’espansione virale del web. C’è da dire però che nel reggae e nei suoi sottogeneri la cultura del vinile non si è persa, anzi ancora oggi tutti i più nostalgici ed appassionati li utilizzano. Chiaramente con l’avvento di internet e dei cd rom si è maggiormente sgretolata la vendita e il commercio dei vinili. Credo che questo sia il cambiamento naturale dovuto al corso del progresso e che comunque la rete abbia anche i suoi vantaggi e sia più facilmente accessibile a tutti. Prima se ti piacevano solo un paio di brani su un album eri costretto a comprarlo integralmente, oggi invece magari puoi acquistare singole tracce su iTunes. Tornando al periodo trascorso a Kingston mi sono da subito ambientato sul posto. Eravamo molto rispettati fin dall’inizio poiché i Sound System riscuotono di grande credibilità e di grande seguito tra tutti coloro che nutrono un po’ d’amore per la propria musica. Avevamo già contatti da anni con molti personaggi della scena prima di andare sul posto, quindi una volta arrivati l’accoglienza non poteva che essere calorosissima e ci sentivamo addirittura protetti. Eravamo al cento per cento, come si suol dire, dentro all’industria musicale. Anche la gente comune si è abituata a noi dopo aver selezionato a grossi festival musicali sull’isola ed ha di conseguenza apprezzato la nostra presenza sul territorio.

Quali gli artisti giamaicani con cui hai stretto i rapporti più forti?

La lista sarebbe veramente ricca, anzi oserei dire infinita. Sicuramente come non poter citare il colosso Sugar Minott, singer, producer e sound system operator venuto a mancare proprio nel 2010. Oppure il grande Buju Banton, di cui tra l’altro quest’anno ricorre il ventennale da quando lo portammo a Roma per la prima volta. Diciamo che servirebbe un’altra intervista solo per poter parlare dei ricordi legati ai rapporti più forti con i personaggi jamaicani.

Approfondiremo in futuro. Parliamo invece delle tue esperienza europee. Sei uno degli organizzatori storici del Rototom Sunsplash, diventato oggi il Festival reggae più importante d’Europa… 

Diciamo non solo in Europa, ma anche un po’ nel mondo. Il Rototom nasce nel 1994 come una piccola realtà alternativa in provincia di Pordenone ed era rivolto a vari generi musicali: dal reggae, al rock fino al funk. La più seguita era però la reggae music così si decise di trasformarlo in un Festival dedicato esclusivamente ad essa e si espanse sempre più a livello nazionale, fino a diventare un festival internazionale riconosciuto e amato da tutti. Quest’anno si terrà a Benicasim in Spagna come nelle scorse edizioni dal 13 al 20 agosto ed i primi nomi della lineup sono già usciti: tornerà Damian Marley e i Morgan Heritage, band storica e neo-vincitori stanotte del Grammy Awards con il loro “Strictly Roots”, decretato l’album reggae più bello del 2016. Ma le sorprese non sono finite: prossimamente sapremo gli altri ospiti di rilievo mondiale che saranno presenti sul palco del Rototom.

Cosa significa per Lampa Dread essere un selecta reggae e uno dei pionieri della cultura dei sound system nella tua Nazione? 

Voglio sempre continuare a portare in giro per l’Italia le nostre vibes, quelle targate One Love Hi Powa e a spingere la situazione dancehall a Roma, in cui suoniamo regolarmente con il nostro sound system ogni secondo sabato del mese. Per me essere un selecta di musica reggae significa innanzitutto avere consapevolezza, rimanere concentrati sulle radici ma proporre sempre musica ed artisti nuovi. Perché quando una musica è bella anche la sua evoluzione sarà altrettanto piacevole. Vedi la reggae music evoluta nella dancehall music, che ha in sé anche una sua identità. E poi non bisogna mai perdere di vista il messaggio dei brani. Anche nella stessa dancehall jamaicana c’è stata negli anni una carenza di contenuti, ma è anche comprensibile in un’isola come quella con delle difficoltà evidenti. A maggior ragione c’è bisogno di più presa di coscienza, in primis da parte degli stessi selezionatori.

Eugenia Conti

 

 

 

QUEENS ON TOP IN ROME 2015 / 4 Dancehall Queens and 4 different styles (video credits)

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Queens on Top è stato il grande evento dedicato alla dancehall organizzato a Roma nel centro CDR Danza e Sport sito in via Francesco Laparelli gli scorsi 19 e 20 dicembre. Madrina e promotrice dell’iniziativa Alessandra Traversari, in arte Alevanille, nonché la più titolata ed affermata dancehall Queen del panorama nazionale. Anche noi di Gege Vibes abbiamo seguito le due giornate di workshop interamente incentrati sullo stile di danza femminile con quattro teachers d’eccezione molto differenti tra loro e che si sono alternate nel corso del weekend con le proprie lezioni: Irie Queen dalla Spagna, la mitica Latonya Style dalla Jamaica, la svedese Melpo Mellz e, dulcis in fundo al sapore di vaniglia, la stessa Alevanille.

 

Il 19 abbiamo potuto assistere ad un workshop colorato, pieno di vivacità e di attitude a cura della “piccola” ma grande Irie Queen, la Reina de la dancehall e titolare del Dancehall Center di Madrid, importantissima scuola del capoluogo spagnolo. Irie ha trovato nella danza la forza per sconfiggere la timidezza creandosi il suo alter-ego da ballerina attraverso il quale riesce ad esprimersi al meglio. Qui l’intervista video:

E’ stato poi il turno di Latonya Style, la coreografa per antonomasia e fondatrice di DanceJa in Jamaica, la più grande istituzione danzereccia di Kingston. Latonya ci ricorda che in un mondo come questo bisogna essere femminili e sensuali, ma anche un pò gangsta per non farsi mettere i piedi in testa da una prevalente scena maschile. Inoltre ci parla dei suoi progetti futuri come quelli di mettere nero su bianco tutti i suoi “Stylish moves” in un libro.

Il 20 dicembre invece ad aprire le danze nel centro CDR Danza & Sport è stata Melpo Mellz, la dancehall Queen svedese della Double Trouble Crew. Caratterizzata da uno stile molto new school, Melpo abbina i passi della dancehall alla street dance. L’eclettica artista non è solo dancer, ma anche cantante, attrice, modella e coreografa.

Le lezioni sono terminate con una hardcore class a cura di Alevanille che ha fatto entusiasmare e sudare ancora di più le energiche allieve presenti e provenienti da tutta Italia. Un’ora e mezza piena di headtop e di altre acrobazie tipiche del genere. L’intervista alla nostra Regina della dancehall sarà fuori al più presto in maniera più approfondita per la nostra rubrica “Dancing e attitude”. Intanto sprigionate il vostro corpo e lasciatevi trasportare dal ritmo!

Eugenia Conti

 

 

INTERVIEW WITH JORIT AGOCH : "Esprimo le mie emozioni da writer attraverso le bombolette"

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La cultura hip hop contiene in se’ quattro elementi inscindibili: MCing, breaking, Writing e DJing. Oltre al rap in Campania c’è un’altra disciplina nella quale spiccano massimi talenti: il Writing. Il writer che abbiamo intervistato per voi e’ Jorit Agoch, classe ’90 e membro della KTM, storica crew napoletana composta da Polo, ShaOne, Cyop, Kaf e tanti altri nomi. Jorit, nato a Napoli nel 1990, da padre napoletano e mamma olandese, nonostante la giovane età è già molto conosciuto avendo esposto e “imbrattato” i muri di buona parte del mondo: dall’Africa a Cuba, da Londra a New York senza mai dimenticare le sue origini partenopee. Infatti Napoli è grande fonte di ispirazione per l’artista:  muri, gli edifici e i treni della città sono stati riempiti di sue scritte, graffiti e soprattutto di ritratti di volti.  “Il Writing ha il merito di creare un’identità comune nei giovani che cominciano a vivere la città come uno spazio in cui dare sfogo alla propria voglia di espressione artistica”, ci spiega Agoch. Gli chiediamo di più.

Jorit quando hai dipinto per la prima volta su un muro?

Avevo circa dodici anni e scrissi insieme agli altri amici del mio viale il nome della nostra banda su un muro. Era un nome di fantasia che non ricordo neanche, ma dopo quella prima volta non ho mai più smesso di dipingere nemmeno per un giorno.

Quando hai fatto invece la conoscenza della cultura hip hop?

Sempre in quello stesso periodo ho scoperto che dietro al mondo delle firme c’era un movimento enorme: una cultura chiamata Hip-hop, persone chiamate writers che svolgevano queste attività già da una vita e che oltre a fare scritte sui muri dipingevano disegni elaboratissimi. Da quel momento in poi mi sono innamorato in maniera folle di quei valori. È stato il classico colpo di fulmine grazie al quale ho iniziato ad essere un vero writer e a fare della street-art la mia ragione di vita.

Quindi hai imparato da autodidatta. Come realizzi le tue opere?

Praticamente si. Già 12, 13 anni fa un amico mi illuminò raccontandomi le storie dei graffiti americani e spiegandomi lo stile dello street art quando ancora il fenomeno non era molto diffuso da queste parti. Poi ho deciso di laurearmi all’Accademia di Belle Arti dove ho appreso come utilizzare l’olio su tela e l’acrilico. Si può dire però che abbia imparato essenzialmente da solo grazie all’allenamento costante. Ricordo che le prime volte entravo in qualche negozio, rubavo le bombolette e mi dirigevo subito nelle periferie partenopee a “inguacchiare” i muri. Le mie opere per strada sono realizzate al novanta per cento con bombolette. Poi posso bucarle, spruzzare i colori nei tappi e stenderli aiutandomi col pennello, ma in primo luogo utilizzo spray.

Principalmente hai dipinto le tue opere nelle periferie napoletane, ma hai esposto e pittato in buona parte del mondo. Raccontaci le esperienze estere che ti hanno maggiormente segnato.

Ho girato molto sia per mostrare le mie opere, che per realizzarle. Amo viaggiare e penso che si possa essere una persona più ricca esclusivamente conoscendo e stando a contatto con le varie culture del mondo. Non a caso appena raccimolo qualche risparmio faccio biglietti e parto ovunque. Vuoi sapere i viaggi che più mi hanno segnato? Sicuramente le otto volte che sono stata in Africa per beneficenza. Ho realizzato delle mostre per raccogliere fondi al fine di creare degli ospedali sul posto. Poi le mie esposizioni a Londra, Berlino e Sidney senza dimenticare la magica Cuba.

Dove ti piacerebbe che fossero esposte le tue opere?

Il mio sogno sarebbe tenere una mia mostra a New York perché è una città che amo, nonché la vera patria dell’hip-hop. Ci sono stato tre mesi all’inizio dell’anno assieme a Polo de “La Famiglia” (ormai stabilitosi nella Grande Mela da tempo) e ne sono rimasto incantato.

Dai tempi della Famiglia e della prima generazione dell’hip hop campano sicuramente la musica rap è molto cambiata qui a Napoli. Cosa pensi della scena odierna e quanto te ne senti parte?

Mi sento parte della scena attuale. Non mi appartengono e non mi interessano però le polemiche sul vero o sul falso hip-hop. L’importante è che Napoli abbia sfornato dei nomi importanti del genere che continuano ad essere riconosciuti. Personalmente stimo da morire Speaker Cenzou, ShaOne, Polo, ma anche lo stesso Clementino (accusato da molti di essere diventato troppo commerciale). Sono il primo che si sente e vuole fare il writer, ma a volte devo adattarmi a dipingere le serrande o a fare arredamenti d’interni per andare avanti. Capisci che intendo dire? L’importante è che ogni lavoro sia guidato sempre dalla passione.

Sicuramente una grande passione unita al tuo talento ti hanno portato a far parte a soli 24 anni della KTM. Cosa significa per te appartenere a questa crew hip-hop? E che progetti hai per il futuro?

La KTM è diventata senza dubbio dal 1992 ad oggi la crew hip-hop più storica e rinomata di Napoli. Per me è un onore farne parte già da tre anni ed avere il rispetto di persone come Polo e ShaOne, miei esempi di vita fin da quando ero solo un ragazzetto. Fare parte della KTM costituisce ovviamente il raggiungimento di un mio obiettivo, ma oggi quello a cui aspiro è di costruirmi un mio spazio e un mio nome nel mondo della street-art a livello internazionale. Voglio continuare come da quattro anni a questa parte a concentrarmi soprattutto sui volti umani da cui sono attratto in maniera fortissima. Mi piace dipingerli, mi piace la sensazione che provoca nelle altre persone quando li osservano e mi piace quello che simboleggia perché il viso è ciò che meglio identifica una persona. Per il futuro vorrei che essere writer mi rendesse come un vero e proprio lavoro perché sporcarmi le mani, immaginare e emozionarmi attraverso i colori e’ l’unica cosa che amo fare dalla mattina alla notte…

Eugenia Conti