INTERVIEW WITH NTO / "Vi presento il mio nuovo cd Numero 9 insieme alla Stirpe Nova"

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Abbiamo incontrato Ntò, l’ex voce dei Cosang, durante l’instore del suo ultimo disco “Numero 9″ alla Feltrinelli di Piazza Garibaldi a Napoli. A firmare le copie insieme a Ntó tutta la Stirpe Nova: nuova area di riferimento dell’mc nata per evidenziare i nuovi talenti della città, primi tra tutti il rapper Palù e i beatmaker Ntà La Lince e Dj Klohn ad affiancarlo. Per l’occasione la Feltrinelli pullula di ragazzi a dimostrare quanto l’hip hop campano sia una cultura ormai sempre più radicata, ma non mancano le persone più adulte amanti del genere. Così come partecipano i colleghi di musica tra cui Lucariello, ex Almamegretta, presente nel brano “Nuje vulimme ‘na speranza”. All’epoca dei CoSang sappiamo tutti che è stato fautore di una rivoluzione musicale, ha dato vita alla True School napoletana dove per la prima volta sono state raccontate verità sui quartieri disagiati attraverso il genere gangsta-rap. Oggi c’è il suo secondo esordio da solista. L’abbiamo intervistato per voi.

Come nasce la Stirpe Nova e questo nuovo progetto discografico?

Questo disco rappresenta l’evoluzione personale, a seguito del mio disco solista “Il coraggio impossibile”, uscito l’anno scorso, così come l’evoluzione di un’etichetta e di una crew. Dopo tanti anni di carriera, Stirpe Nova nasce per offrire l’occasione di esprimersi ai ragazzi meritevoli della mia città e per dare vita a un simbolo sotto il quale poter anche raccogliere le mie produzioni un domani che smetterò di rappare. Stirpe Nova parte come una sorta di etichetta indipendente per poi diventare un vero e proprio collettivo. Infatti nell’ultima traccia del cd “Campo pe non murì” insieme a Valerio Jovine e Palù ho cercato di inserire per collaborarvi tutti i nuovi talenti giovanissimi del territorio: Austin Prior, Peppe il Pollo, Simone Marsicano, Revo e 4/20.

Perché Numero 9 e cosa racconta al suo interno?

Numero 9 perché richiama una mia rima contenuta nel brano “Fuje tanno” dei CoSang in cui dicevo: “Scarpe nuove, barbe lunghe”. In questo lavoro ho invertito la rima in: “Barbe lunghe, scarpe nuove, numero 9″, che corrisponde al 43, numero di calzature sia mio che di Palù. Si può dire che Palù è il primo prodotto della Stirpe Nova, questa mia etichetta che ho lanciato. “Numero 9″ è interamente in napoletano perché sono voluto tornare un po’ alle origini e ho deciso di unire al suo interno i lavori e le collaborazioni di tanti artisti made in Campania. L’unica voce non napoletana presente nel cd è quella del rapper Guè Pequeno di Milano. In “Numero 9″ ho ritrovato Lucariello, un mio caro amico col quale abbiamo iniziato. A differenza de “Il coraggio impossibile” nel quale ero più introspettivo, in questo disco si alternano tematiche più easy, a quelle sociali stile CoSang. Torniamo di nuovo ad analizzare la società perché per un napoletano è impossibile non farlo, ma in maniera stavolta più leggera. E’ un disco che sento mio, ma allo stesso tempo anche degli altri che mi hanno affiancato e per molti dei quali costituisce il primo esordio discografico, come nel caso di Palù o di altri ragazzi sedicenni o diciassettenni tipo Peppe il Pollo. Però, c’è anche Speaker Cenzou dei Sangue Mostro nella traccia “Chi Trase, chi jesce”, feat. El Koyote. Quindi, se vogliamo sono racchiuse tre generazioni di rap che si fondono in una bella commistione.

Quanto è cambiato ‘Ntò dai tempi dei CoSang? Ci potrà essere in futuro un ritorno del gruppo?

Sono cambiato perchè mi sono evoluto. Quando siamo usciti con i CoSang le nostre liriche avevano una direzione precisa: raccontare le storie del nostro quartiere. Oggi avendo fatto tante esperienze sono cresciuto, da ragazzo sono diventato uomo e sento che attraverso la mia arte posso affrontare svariate tematiche differenti, non solo temi violenti. Ad esempio nel precedente lavoro da solista mi sono messo alla prova rappando anche in italiano, non smettendo mai di scrivere nel mio dialetto però, per poi tornare oggi esclusivamente al napoletano che è inscindibile da me. Tornando ai CoSang non ho assolutamente nulla contro Luchè tanto è che ho pubblicato anche il suo ultimo pezzo sulla mia official page per mettere a tacere il pubblico meno sano e più malizioso. La vita ci ha portato a dividerci e a prendere strade diverse dato che Luca si è trasferito in Inghilterra. Non ci deve essere speculazione su questa divisione. Spero in un ritorno dei CoSang, ma non deve essere una trovata commerciale. Ci dovremmo rincontrare, ritrovarci artisticamente e vivere di nuovo qualcosa insieme di forte per poter lasciare al pubblico ancora una volta qualcosa di unico.

A differenza di tanti tuoi colleghi non hai mai lasciato Marianella, la tua periferia. Come mai questa scelta?

Confesso che quattro anni fa avevo in mente una certa mobilità, ma avendo perso mio padre in quel periodo ho deciso di rimanere qui. Non sono troppo legato al fato, ma credo nell’elemento casuale variabile e ci sono state delle cause che mi hanno ulteriormente tenuto attaccato alla mia città. Sicuramente ho viaggiato molto e ho trovato ispirazione anche fuori, ma vivere lontano da Napoli non mi è mai piaciuto. Marianella è la mia casa e Napoli altrettanto. Qui c’è la mia vera famiglia, ci sono i luoghi nei quali sono cresciuto e non riuscirei mai a stabilirmi del tutto in un altro posto perchè la mia periferia è inscindibile da me e dalla mia arte. Per avere una vita e una famiglia sceglierei sempre Napoli. Ho profonda stima di quello che i napoletani portano dentro, nonostante i media facciano di tutto per far apparire solo il peggio di questo bellissimo popolo. Sono triste. Lo Stato non fa che mettere i cittadini contro altri cittadini, in questo caso i napoletani e si nasconde dietro gli stadi.

Come mai allora hai deciso di cantare la sigla finale di “Gomorra la serie” criticata da tanti proprio perchè appare un’ennesima manifestazione di sputtanamento nei confronti di un quartiere?

Anni fa con i CoSang scrivemmo un pezzo “Mumento d’onestà”. Il mio pensiero da allora non cambia. Per me l’onesta deve essere quella verso il racconto di determinate vicende e luoghi. Se abbiamo dato il nostro contributo a questa serie è stato perchè Sollima è un regista che fa un lavoro dal vero e si è sempre esposto. “Romanzo criminale” ad esempio è stato l’unico format in Italia ad essere comprato dagli americani per essere rifatto negli Stati Uniti, evento che non accadeva da 50 anni. Noi abbiamo vissuto veramente quelle realta, purtroppo ho visto morire tante persone che conoscevo e nei brani c’è ancora la verità e tutta la nostra denuncia. E ascoltassero il testo di “Nuje vulimm’na speranza” prima di criticare.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH TUEFF / "Io autore di Fratelli d'Itaglia mi sento rapper e brigante"

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Non solo la strada. Non solo racconti di periferia e disagio. Ma anche verità e storia. Federico Flugi aka Tueff è un rapper brigante. Nella scena hip-hop napoletana ha da poco esordito come solista con il brano “Fratelli d’Itaglia” dove Itaglia sta a indicare quella colonizzazione del Sud per mano del Nord che da sempre denunciamo, anche attraverso queste pagine. Tueff fa rivivere gli eroi del popolo, i briganti. Il singolo vanta la collaborazione di uno dei massimi rappresentanti della musica hip hop italiana, ovvero l’ex Articolo 31, Dj Jad, che lo ha prodotto. Nel videoclip invece appaiono Pino Aprile e la squadra di rugby napoletana Briganti. “Fratelli d’Itaglia” è il primo estratto da “My Raplosphy”, l’album di esordio di Tueff, che uscirà quest’anno. “Ho scritto questo pezzo per il grande legame che mi unisce alla mia terra e per rivendicare una verità storica che viene nascosta da 153 anni – ci spiega infatti Tueff – E’ assurdo che oggi ai ragazzi si propinino bugie sul Risorgimento italiano  come è paradossale che  qui al Sud le stade e le piazze siano dedicate a Mazzini, Garibaldi e Cavour. Ed è inaccettabile che a Torino esista ancora il Museo di Lombroso con i resti dei briganti. Tutto questo mi ha spinto a comporre “Fratelli d’Itaglia” dove, come ribadisco nel testo, “metto da parte il mio dialetto per arrivare a chi si crede perfetto”. Abbandono il napoletano, che comunque mantengo nel ritornello, perché tutti possano recepire il messaggio.

Per te il riscatto del Sud passa necessariamente dalla conoscenza del passato?

La conoscenza reale della nostra storia è fondamentale in questo senso. Non dimentichiamo che il Nord, dopo averci massacrato,  dopo il 1861 ha chiuso le scuole per 15 anni proprio perché certi abomini fossero dimenticati. Sotto il Regno delle Due Sicilie invece le scuole erano gratuite e tutti avevano la possibilità di acculturarsi. Questo anche per smentire il luogo comune che voleva la classe contadina ignorante, quando invece molti agricoltori sapevano leggere, scrivere e fare i conti. E del resto quelli che sui libri di scuola vengono comunemente chiamati briganti, etichettati come fuorilegge, altro non erano che quei contadini, patrioti che difendevano la propria terra dagli invasori con tutti i mezzi a disposizione.

Cosa potrebbe risollevare le sorti del Sud secondo te?

Ci sono due elementi: la cultura e l’unione. Un popolo ignorante e non unito è più facilmente manovrabile. Per me la rivoluzione inizia dalla cultura, dalla storia. Scrivere dei libri come delle canzoni sono atti che possono contribuire a riappropriarsi della propria identità. Il rap poi è il genere più adatto perché tende a dare un messaggio diretto, a raccontare verità. Infatti, sono abituato a comporre versi in cui racconto quello che vivo o quello che osservo nelle persone vicine a me.
 La verità storica sarà argomento anche del tuo nuovo disco?

Il fulcro del disco, tutto in napoletano, dal titolo “My Raplosophy” sarà l’identità a 360 gradi, con incursioni nella storia musicale della mia città. Senza Napoli Centrale, Pino Daniele, il maestro Avitabile, Enzo Gragnaniello, gli Showman e tanti altri oggi non potremmo parlare di hip-hop. La prima traccia del disco sarà appunto “Fratelli d’Itaglia” feat. Dj Jad, l’unica in italiano. Ma ci saranno collaborazioni e produzioni con ShaOne (la Famiglia) sul beat di Sonakine e con gli scratch di Frankie B, ‘O Pecone dei Capeccapa (sia come voce di un ritornello, che come producer), Dope One, Jovine.

Perché “My Raplosophy”?

My Raplosophy perché penso che il rap sia una cosa personale. Non posso avere la presunzione di spiegare agli ascoltatori quale sia la filosofia generale del rap perché significherebbe mettermi su un piedistallo ma voglio far comprendere a tutti cosa rappresenta per me l’hip hop: una cultura che parte da colossi del genere come Dj Kool Herc e Afrika Bambaataa, ma anche una filosofia di vita. Non a caso, è la traccia con ShaOne, per me uno dei più importanti esponenti del rap campano, che darà il nome al disco.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH DOPE ONE / "Vi racconto le mie esperienze di periferia in attesa del mio primo disco da solista"

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Figlio della strada ama definirsi il rapper napoletano Ivan Rovati De Vita, al secolo Dope One MC. Classe ’83 e nativo di San Giorgio a Cremano, Dope One rappa da quando aveva solo 12 anni ascoltando soprattutto i dischi del grande Krs One e rispettandone i messaggi. Trasferitosi in più contesti popolari, da San Giovanni a Teduccio a Forcella, da Casalnuovo ad Acerra, ha vissuto le strade di periferia e ha fatto di queste un valore aggiunto alla sua arte. Non a caso il primo palco che calca nella sua vita è uno storico di periferia: quello di Officina, nel periodo in cui i 99 Posse e gli “Skillz Delector” danno ai giovani la possibilità di esprimersi per la prima volta attraverso il freestyle. Tra tutti, però, il giovane Ivan spicca particolarmente, tanto è che da quel momento molti artisti fanno a gara per collaborare con lui o per averlo nelle proprie crew, da Jovine a Clementino, da Speaker Cenzou, suo mentore, agli stessi 99 Posse (che lo hanno “adottato” facendosi accompagnare da lui nell’ultimo tour).

Dopo molta formazione e la partecipazione a diverse crew, dai K.I.C. ai Free Style Concept (in compagnia di OXROC,BEREAKSTARR E AFRO) e dopo aver inciso diversi dischi in compagnia di altri colleghi, come Armageddon feat. Clementino e Oluwong, Dope One sta per tirar fuori il suo primo disco solista, atteso da tanti e che ci racconta in anteprima in quest’intervista.

Come nasce questo progetto e come si chiamerà?

Questo progetto nasce con un concept ben preciso: mescolare campioni di musica diversa, che spaziano dal soul, al rock, dal reggae, alla dancehall. Dopo aver realizzato i beat, ho cominciato ad invitare nel mio disco alcuni tra i migliori musicisti napoletani, come quelli di Jovine e dei 99 Posse. Il risultato è stato l’amalgama tra il rap classico e la musica suonata. Il senso di tutto è far capire che il rap è un genere versatile, melodioso anche se fatto a cappella o con un semplice assolo di chitarra o di sassofono di sottofondo. Riguardo al titolo ho un po’ di idee, ma voglio pensarci bene perché trovarne uno giusto è come farsi un tatuaggio. Sai che rimarrà un segno indelebile nella tua vita.

Le tematiche che hai scelto, invece?

Ci tengo a fare una piccola premessa in merito. Ho avuto delle proposte da parte di alcune major discografiche italiane ma volevano impormi delle tematiche e dei sound che non mi rispecchiavano assolutamente. Di conseguenza ho rifiutato le offerte e ho preferito autoprodurmi il disco. Non potevo parlare di come si comporta lo Stato con le persone, delle cose assurde che ascolto durante i telegiornali, di ciò che i miei stessi occhi vedono in mezzo alla strada in maniera soft, come vorrebbero le grandi etichette. Va bene rappare solo per far divertire il pubblico, rispetto le canzoni solari di altri colleghi, ma non è la mia concezione di rap. Per me scrivere versi è una questione seria, è una valvola di sfogo, è come l’allenamento costante di un pugile che prende a pugni il saccone. Detto questo il mio cd parlerà di diversi argomenti: dalla lotta alla criminalità organizzata del Sud (mafia, camorra, Sacra Corona Unita e ‘Ndrangheta) all’orgoglio di essere napoletano a delle vere e proprie celebrazioni alla vita. Per quanto riguarda il tema importante della politica ho sempre sostenuto che la mia sia quella hip hop. Ritengo che sia una delle migliori politiche esistenti e per rendercene conto è sufficiente ascoltare un qualsiasi discorso di Afrika Bambaataa, gruppo tra le mie principali fonti di ispirazione musicale.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione musicale partenopee?

La mia principale fonte di ispirazione napoletana è Speaker Cenzou, nonché il mio mentore. Ritengo il suo primo album “Bambino cattivo” dei primi anni ’90 ancora incredibilmente attuale. Attraverso Cenzou sono arrivato ad ascoltare i 99 Posse, che rappresentano la storia di Napoli. Sono cresciuto con i loro testi nelle orecchie. La voce e l’ideologia di Zulù hanno influenzato molti di noi in tutti questi anni. Infine, l’incontro con Jovine ed i suoi musicisti mi hanno portato ad essere ciò che sono oggi. Infatti, sia i 99 Posse che Jovine saranno ospiti nel mio prossimo disco. Confesso che tutt’oggi mi capita ancora di non capacitarmi di accompagnare i 99 Posse in tour. A volte non ci credo che condividiamo il palco insieme, se penso a quando ero solo un ragazzo come tanti e facevo freestyle per le prime volte nella mia vita ad Officina, nella periferia di Gianturco.

Nella tua vita hai abitato quasi sempre in case popolari. Quanto le esperienze di periferia hanno contaminato la tua musica?

Molto. Cito il grande maestro Enzo Avitabile che dice nel disco dei 99 Posse all’interno del brano “Napoli, Napoli, Napoli”: “E cas’popolari m’assumegliano, sono l’aria e ‘a distanza che m’ fa viaggiá”. Solo chi è cresciuto in certi ambienti può comprendere il vero valore di questa frase. Nelle case popolari c’è un clima di grande umanità e visceralitá che si manifesta dallo scambio di cibo allo scambio di confidenze via balcone. Vivere la periferia e i sobborghi di Napoli mi ha sempre aiutato nella vita e nel rap. Mi sono sempre sentito allo stesso livello delle persone comuni che non arrivano neanche a fine mese e la mia musica è dedicata soprattutto a loro, che chiamo in causa denunciando  ciò che subiscono. Di questi tempi, possiamo ritrovarci tutti in mezzo ad una strada. Perciò siamo molto vicini ai ragazzi di San Modestino (Benevento) che rimanendo senza niente hanno occupato le case popolari della zona. Abbiamo suonato per loro con Jovine ed è stata un’esperienza molto bella perché c’era una vera immedesimazione personale nella situazione. La periferia comunque continua ad essere una grande fonte d’ispirazione per me contro i luoghi comuni: il napoletano non può essere etichettato solo come camorrista, così come il genere rap non può limitarsi a parlare solo di donne e automobili sportive. Questa è un po’ la filosofia di tutti i ragazzi rapper figli della strada.

Hai scelto altri rapper figli della strada per collaborare nei tuoi quattro dischi? Quanto i tuoi precedenti lavori hanno influenzato il tuo disco solista?

I miei precedenti dischi sono stati “Equalizer” con Oluwong, “FreeStyle Concept” con i BreakStarr, “Underground Science” con TuEff e Sonakine e “Armaggedon” con Clementino e Oluwong. I rapper ed i beatmakers che hanno partecipato a questi lavori sono sicuramente dei grandi amici che come me hanno vissuto certi tipi di situazioni. Ad esempio Clementino viene dal rione Gescal di Cimitile, Sonakine da Villaricca, BreakStarr da Barra e così via. Siamo cresciuti negli ambienti più popolari ed anche questa cultura ha unito ancor più me e i miei colleghi. Oggi gente frustrata scrive sui social-network che nel rap è morto il concetto di fratellanza. Non sono affatto d’accordo, per me questo è un riflesso di chi passa troppo tempo davanti ad una macchina virtuale che fa attivare il cervello, ma non il cuore. Nei dischi in compagnia delle mie crew viene dimostrato l’esatto contrario: c’è tanto cuore e fratellanza. Con i miei fratelli ci siamo divisi tutto, anche un pezzettino di pane e per questo li porto sempre dentro me. Dopo quattro esperimenti del genere, oggi però sento proprio il bisogno di scendere il campo a 360 gradi e mettermi in gioco come solista. È arrivato il momento giusto!

Fai un piccolo freestyle per i lettori di Insorgenza…

“E pure se teng’ nu sottofondo assurd e na canzone ca nun ‘a sacc’// ‘O Stesso spaccio robb’ ro Sud//

Chesta è robba ca vene da Napule, comm’ a Enzo Avitabile// ‘O saje ‘o facc tutte e juorne, tutt’ e semmane, tutt’e mise//

E tutt o mese stong ‘ncopp a nu microphone// Comm ‘ncopp ‘o sassofon, ie stong ‘ncopp o microfon//

James Senese rind’a cervella, Napoli central, rime c’a pal// Insieme a Fratmo TuEff nun simm’ nu bleff//

Rapresentamm Napoli, Chist’ è ‘O Sud, Chist’ è ‘O Sud// Napoli va cercann ‘e miracole, ma nun è Lourdes//

Stamm’ ancora cca’ pure se sto facenne ‘o rap ncopp a ‘nu piezz ‘e Vasco Ross, ca nun c rappresent//

‘A gente pienz ca ‘o Sud ce stanno ‘e boss, ma nuje simm’ gent’ tranquill, se vuò facce ‘nu squill//

simm gente arzill ca cantamm’ come ‘e cardill// Stamm ‘ncopp ‘e marciapiede, pe’ chi conosce chesta fede// Napoli, Dope One è l’erede//

Rappresent’ come e 99 Poss// Legalize come Peter Tosh, quann m’o ffumo e me vene ‘a toss//

Chest’è Napule, ‘O Sud e arèt’ e vic nascost//

‘Nu saluto a tutt quant, pure a Sorema ca m’ sta affianc// Napule, nuje simm ‘nu branc, nun simm’ mai stanc…”

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH CAPECCAPA / "Rap questione 'e lengua e di messaggio"

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Vi piace la musica underground, soprattutto se è rap ed è napoletana? Allora conoscerete i Capeccapa, alias ‘O Pecone, Cref e Sonakine. La triade che viene da Villaricca, dall’area Nord di Napoli e che di problemi non se ne fa proprio a raccontare la verità in tutta la sua essenza, quella che solo chi è cresciuto in certi contesti può descrivere. I Capeccapa non hanno filtri o finzioni: sono come appaiono. Vivono ai margini, in piena Terra dei fuochi, che altri strumentalizzano con disinvoltura. Questa crew, invece, abbandona completamente la retorica per concentrarsi sui contenuti. Come i rapper americani Old School della fine dello scorso secolo, per i Capeccapa il rap è “Questione ‘e lengua” e di messaggio. Legatissimi al loro dialetto al punto di utilizzarlo sempre nelle loro rime, ci tengono anche a perseguire il vero messaggio dell’hip-hop culture, quello universale, fulcro intorno al quale gira “Caparbi”, il loro primo disco uscito dopo un decennio di lavorazione in cui hanno messo in ordine le idee, lavorato ai beat, ai testi, alle selezioni. “Come facevano un po’ gli mc degli anni ’90 (vedi la Famiglia), i quali raggiungevano prima una crescita artistica e poi producevano il disco, così noi abbiamo cercato prima un’ evoluzione sia degli mc (‘O Pecone e Cref), che del producer (Sonakine) e poi abbiamo pensato al prodotto. Il nostro obiettivo è stato quello di racchiudere in un unico progetto la nostra idea di hip hop universale, molto vicina alla mentalità rapper newyorkese della Golden Age”, ci spiega subito Sonakine. Per avere un suono di un certo livello i Capeccapa hanno studiato tanto, trattenendosi dall’incidere dello demo solo per farsi conoscere, come molti emergenti odierni. “Purtroppo, oggi si pensa prima al prodotto e poi a creare la propria personalità in base ai riscontri ed alle vendite. I nuovi artisti tendono a pilotare la propria immagine. Non c’è più un’opera costante di ricerca interiore e delle tematiche.”, precisa Cref. I tre “Caparbi” sono ragazzi semplici, che hanno l’unico obiettivo di narrare storie relative alla vita vissuta. “Affrontiamo le problematiche giornaliere e quotidiane delle persone, con qualche dedica all’amore, spaziando tra vari argomenti. Evitando l’autocelebrazione, a differenza di quanto fanno ‘sti rapper “mezze cartucce” del mercato italiano attuale. Ce la mettiamo tutta per far passare giusti messaggi.”, afferma deciso ‘O Pecone.

L’hip hop deve trasmettere messaggi?

L’hip-hop è comunicazione e serve per trasmettere messaggi sociali, non necessariamente politici. Spesso si tende a considerare il fenomeno hip-hop a Napoli come collegato esclusivamente alle Posse degli anni ’90 ma non è così. I nostri pezzi, ad esempio, non accuseranno mai un politico, piuttosto che un altro, preferiamo descrivere le problematiche giornaliere. Bisogna considerare che in fondo i politici sono eletti dalla popolazione. Quindi c’è un errore che parte dal sociale, la massa viene indotta a sbagliare. Il rapper non deve schierarsi da una parte: deve affacciarsi dalla finestra, guardare giù e raccontare esattamente quello che vede in maniera sia soggettiva che oggettiva.

I Capeccapa cosa hanno visto quando si sono affacciati dalla loro finestra?
Viviamo tutti e tre nell’area Nord di Napoli e di cose da vedere e da raccontare ce ne sono tante. Anche se Cref è originario di Santa Lucia e Sonakine di Fuorigrotta, ci siamo incontrati per la prima volta a Villaricca, in periferia. Eravamo molto giovani quando ci siamo trasferiti lì. Mettendo la testa fuori dalla finestra abbiamo capito che  scendere in strada e unirci era il modo giusto la nostra. Così abbiamo cominciato a formare delle vere e proprie crew. Il percorso dei Capeccapa insieme inizia successivamente, nel 2003. Abbiamo partecipato alla compilation “Napolizm vol.1”, invitati da Polo de La Famiglia, abbiamo curato la produzione del cd “Anticamera” di ShaOne (sempre ex La Famiglia), abbiamo fatto tanti lavori sia in gruppo, che individualmente. Abbiamo aperto l’unica data in Italia di una leggenda dell’Hip.hop culture: KRS One ed il concerto di Bennato a Bagnoli. E intanto è nato il nostro disco “Caparbi”, dopo una lunghissima formazione.

In “Caparbi” non c’è nessun brano direttamente dedicato alla Terra dei Fuochi. E’ una scelta antiretorica?
Oggi scrivere sulla Terra dei Fuochi, come fanno tanti, è uguale a pubblicare una foto su Instagram con gli hashtag sotto. Omai, sembra che basti pronunciare le parole chiave #terradeifuochi #lottiamo #facciam ed il pezzo è pronto. Sia chiaro, non vogliamo accusare la canzone di Rocco: però ci vediamo troppa retorica in questa operazione e volevamo evitare di caderci anche noi. Abbiamo preferito invitare al ragionamento. In Caparbi ci sono riferimenti che la nicchia pensante riesce a cogliere. Non è detto che le cose debbano sempre essere raccontate palesemente, anzi. Altrimenti chi sta dall’altra parte diventa passivo, non è più stimolato, subisce come se guardasse la tv insomma. Abbiamo cercato di indurre al pensiero ed alla critica i nostri ascoltatori.

La nicchia pensante troverà degli spunti in merito nel vostro brano “Dimm c’ simm”…

“Dimm c’ simm” parla delle persone che se ne vanno troppo presto dalla nostra vita. Dai genitori, ai fratelli, agli amici. E’ dedicata alle vittime del cancro, a tutti coloro che si sono ammalati a causa dell’inquinamento. Nella track non puntiamo il dito contro la camorra o contro i rifiuti tossici: l’abbiamo raccontata in una maniera molto più personale, come fatto realmente accaduto. “Cosa ci rimane ora che una madre deve crescere da sola i propri figli o allo stesso modo un padre?”. Anche in questo brano ci è piaciuto scrivere e rappare in una chiave più aperta da cui è possibile trarre diverse interpretazioni. Che è un pò l’impostazione di tutti i nostri testi.

Un altro testo interessante è “Questione ‘e lengua”, featuring Paura e Ghemon.

Il pezzo “Questione ‘e lengua” è stato creato per rispondere alle accuse rivolte agli mc campani di rappare in dialetto troppo stretto. Noi sottolineamo, allora, che l’hip-hop “Nun è questione ‘e lengua, ma questione ‘e messagg”. Questo non significa che la lingua non abbia il suo peso, anzi tutto il contrario. Nella nostra musica il napoletano è molto importante. Contestiamo proprio il fatto che non si deve evitare a priori di percepire un messaggio solo perchè dietro c’è una lingua diversa dalla propria. E’ inaccettabile che non rappare in italiano debba costituire un limite. Ad esempio, quando si ascoltano le rime dei rapper americani, è impossibile che tutti capiscano e conoscano l’americano stretto dei quartieri, ma appassionandosi in un primo momento alla musicalità delle parole, al modo di impostare la voce, al beat ed al flow, si riesce a comprendere in un secondo momento anche il significato del testo. Il messaggio comunque arriva e lo si va a ricercare attivamente, non passivamente, ritornando a ciò di cui parlavamo prima. Ascoltando il rap campano l’approccio deve essere lo stesso, visto oltretutto che la canzone napoletana è conosciuta in tutto il mondo ed ha la sua importanza culturale. Nei testi facciamo sempre una ricerca linguistica, utilizziamo termini arcaici, tradizionali, che si stanno perdendo ed evitiamo i termini “imbastarditi” dall’italiano. Alla fine, nel rap si scrive ciò che si pensa. E noi pensiamo in napoletano. E poi traduciamo in italiano… quando ci riusciamo! (Ridono) Il napoletano rappresenta la nostra radice, senza la quale il nostro albero non sarebbe mai cresciuto in altezza nè generato nuovi germogli.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH PAURA / Buone note come il buon cibo: da consumare piano

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Vi ricordate La Famiglia? Quelli di “Mazz ‘e panella fanno ‘e figli belli, panella senza mazz’ fanno ‘e figl’ pazz”, ovvero i primi a lanciare il rap a Napoli insieme ai 13 bastardi e a Speaker Cenzou? Parliamo della prima generazione, della “Golden Age” partenopea senza la quale oggi non sarebbe mai potuta esistere questa diffusione virale del genere. E tra i componenti della vecchia crew, spiccava tra i vari nomi, quello del rapper Paura.

Francesco “Paura” Curci, alias il king o Mister Curci, come lo chiamano i suoi colleghi, è stato un grande maestro per moltissimi della scena attuale.

Dalla carriera in gruppo, è passato a quella solista, senza mai perdere la sua tecnica raffinata. La sua passione per la cucina e la sua abilità ai fornelli, che poi l’hanno portato a scrivere SlowFood, suo ultimo progetto musicale.

Come nasce l’idea di SlowFood?

SlowFood nasce innanzitutto dall’idea di fare un parallelo tra la buona musica e la buona cucina. La mia critica a molti dei prodotti musicali degli ultimi tempi é che quest’ultimi sono diventati quasi “usa e getta”. Quando abbiamo iniziato noi essere veloci significava sfornare un album ogni due o tre anni, oggi i nuovi rapper ne pubblicano uno all’anno. Ciò significa andare contro alla qualità, curando di meno dettagli e particolari a causa della fretta. Invece, il lavoro di un’artista deve essere di continuo labor limae. Nella musica ci vuole la stessa pazienza e dedizione che si mette in cucina per la creazione di qualcosa. Così come a tavola, è meglio stare seduti mezz’ora in più a godersi maggiormente il cibo, piuttosto che cadere nella trappola della globalizzazione alienante sotto forma di fast-food. Il messaggio dell’album è di ritornare un po’ alle tradizioni, ma senza negare sound all’avanguardia e uno sguardo al futuro. Una filosofia slow, insomma, ma che trovi la giusta alchimia tra gli ingredienti. Una filosofia slow tipica di un’artista Old School.

Ritieni che anche l’attuale New generation campana sia stata in grado di trovare la giusta alchimia tra gli ingredienti?

Questa è la terza ondata di rap a cui assisto in prima ed in terza persona. La prima é quella che ovviamente mi ha influenzato maggiormente: il periodo delle Posse. L’ultima ondata forse qualitativamente parlando è la peggiore perché l’hip hop è diventato troppo popolare, nell’accezione negativa del termine. Sono favorevole a portare la musica a quanti più ascoltatori possibili, ma facendo adattare i gusti delle persone alla nostra cultura e non il contrario. Specie se si tradisce l’essenza del genere esclusivamente a fini di vendita. Detto questo, ho comunque influenzato, contaminato tanti ragazzi e come ogni generazione ci sono quelli eccellenti, quelli bravi e quelli meno bravi.

E chi sono per te le eccellenze di oggi a livello locale? Fai dei nomi.

Se proprio devo fare dei nomi ti dico che mi piacciono Clementino, già di una generazione posteriore alla mia e Peste Mc. Ma tra le eccellenze sono compresi tutti i ragazzi che ci mettono passione e cognizione di causa nel fare la propria musica, non tralasciando una dose massiccia di contestazione.

All’epoca de La Famiglia eravate l’emblema della contestazione. Quali i cambiamenti in generale da allora? E quelli per Paura?

A quei tempi eravamo visti come gli alieni. Quando andavamo in giro con i pantaloni larghi ed i cappellini girati al contrario, ricordo che ci guardavano davvero come se fossimo esseri non appartenenti a questa terra. Il nostro look anticonformista insomma creava già una forte forma di contestazione. C’era una differenziazione tra noi ed il resto del mondo individuabile immediatamente proprio a livello di impatto visivo, percettivo. Oggi, i giovani vestono per la maggior parte con un’influenza hip hop e, magari, andare contro corrente significa indossare il maglioncino e la camicia, come me in questo momento. (Ride) Il rap, comunque, è necessariamente fonte di contestazione perché nasce da un sentimento di rivalsa, per dare voce al popolo. Ma essendo oggi un genere di moda, non tutti sfruttano il suo punto di forza: la denuncia. Quindi, passano messaggi stupidi. Io, invece, ho sempre avuto una visione molto personale del rap. Perciò mi ritrovo a parlare delle mie problematiche, di quelle che affrontano le persone che mi sono vicine o i miei amici, nel luogo in cui vivo e nel mio background.

In tutti questi anni non hai mai lasciato l’agro-nolano, luogo in cui vivi e in cui hai cominciato come MC…

Si, sono assolutamente legato alla mia terra nolana. A differenza di tanti colleghi che hanno preferito trasferirsi a Milano per abitarci e lavorarci, io non lo farei mai. Perché mai? Ritengo che proprio gli artisti debbano essere i più attaccati all’ambiente in cui vivono, debbano respirare costantemente l’aria da cui provengono per poter raccontare e per poter farsi voce dei propri concittadini. Nola che affronta la tragica problematica della Terra dei Fuochi, città vicina a paesi ad altissima concentrazione camorristica, ha bisogno inevitabilmente del suo humus o substrato musicale per non crollare e potersi risollevare. Ma ha bisogno anche del suo humus culinario. (Ridiamo)

Vista la tua fama ai fornelli, per concludere lasciaci una tua ricetta speciale.

Paccheri di Gragnano con zucca, gamberi e rucola: si soffrigge l’aglio fino a rosolarlo. Poi lo si toglie e si fa cuocere la zucca a fettine sottili in modo che in parte si spappoli. Si sbriciola un amaretto e lo si aggiunge alla zucca. Dopo una decina di minuti si aggiungono i gamberi. A fine cottura dei gamberi, si aggiunge parte della rucola. Infine si condiscono i paccheri guarnendoli con un pò di rucola a crudo. Metà della rucola va cotta e metà no… E il piatto è pronto!

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH ENZO AVITABILE / "Ai giovani consiglio solo di seguire l'ispirazione"

Budapest, HUNGARY: Saxsophonist-singer from Naples Enzo Avitabile (R) of Italy presents his programme with his band and the most prestigious percussion rythm band of the area, the 'Bottari di Portico' on the 'World Music' stage at the Island Festival on Hajogyar Island of Budapest late 11 Augustus 2006. The annual Sziget Festival in Hungary, held from 09 to 16 August, will beat all previous records, according to the organisers of the eastern European country's biggest music festival. With 550 concerts on 66 stages over seven days, featuring everything from pop to gypsy music, the 14th Sziget Festival is expecting some 400,000 music lovers to converge on an island in the middle of the Danube river, in the heart of Budapest. AFP PHOTO / ATTILA KISBENEDEK (Photo credit should read ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Era il 1986 e lui invitava tutti, nel suo omonimo primo album, a salire sul “soul express”, treno dell’anima e della sua musica, quella che dagli anni ’80 avrebbe segnato una delle pagine più importanti della storia della canzone napoletana.

Oggi è il 2014, sono passati quasi 30 anni, ma il maestro Enzo Avitabile, nonostante la sua fama oseremmo dire mondiale, continua a vivere nella sua Marianella, nell’area Nord di Napoli, nella semplicità e a stretto contatto con la sua gente.

Lo abbiamo raggiunto proprio in periferia, nella sede della sua associazione e studio di registrazione, atmosfera tra blues e jazz: inevitabile, dunque, entrare in un’altra dimensione, quasi in un’altra epoca.

Sulle pareti le foto in bianco e nero di Avitabile in compagnia dei più grandi nomi internazionali, da Tina Turner, a James Brown, parlano di momenti magici della storia della musica. La chiacchierata la facciamo con un microfono, davanti ai ragazzi dell’associazione. Così, con nelle orecchie “Napoli Napoli Napoli” dei 99 posse e “A’Verità” di Rocco Hunt – brani che vedono entrambi la partecipazione di Avitabile – ci sembra importante cominciare proprio dalla storia. Soul express.

Enzo, tra gli artisti di oggi chi porteresti su quel magico treno del soul?

Tutti. La non discriminazione è una cosa fondamentale. Posso suonare e cantare con qualunque artista, ma ad una sola condizione: ci deve essere un’ispirazione tra di noi, un’intesa che ci possa unire su questo treno dell’anima.

Una lunga ispirazione o intesa l’hai avuta con Pino Daniele. Quanto è stata importante per te la collaborazione artistica con lui e il gruppo di allora?

Non si è trattato di una semplice collaborazione artistica: in quel caso abbiamo creato insieme qualcosa. Collaborazioni artistiche importanti sono state quelle con gli Afrika Bambataa o con James Brown, ma con i miei fratelli è stato importante proprio lo stare insieme per generare la nostra musica. Negli anni ’80, volevamo sostituire una melodia tradizionale ed un dialetto stereotipato con un dialetto che oggi definirei d’effetto, uno slang nostro. In questa continua ricerca e lavoro, siamo sempre rimasti vicino alle periferie. Si pensi che nel 1982 portammo gli Afrika Bambataa a Scampia. Questo era il messaggio che volevamo dare io, Pino e gli altri fratelli e che abbiamo cercato di tramandare. Dopo di noi, a suonare secondo queste logiche ci sono stati gli Almamegretta ed i 99 Posse, poi siamo tornati in scena, c’è stato il turno dei CoSang e di nuovo io… Ma l’importante non è il momento, l’anno, ma il ciclo musicale e la tradizioni a cui si è dato vita.

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Recentemente hai collaborato al vecchio/nuovo album dei 99 posse. Come nasce e perché questo featuring?

Ho voluto partecipare al disco perché tra di noi, appunto, c’è un’ispirazione,  a parte un’eterna amicizia. Mi piaceva rivivere “Napoli, Napoli, Napoli”, con un intervento musicale, una sorta di finto inciso, che fosse quasi un taglio nella tela. Volevo testimoniare che Napoli esiste ancora. Esiste nella parte periferica, nella parte nascosta, dalle case popolari, a Marianella, Ponticelli, San Giovanni. Quello che raccontó ‘O Zulù è ancora vera, è vita vissuta. Oggi, però, la periferia è cambiata ed è diventata città. Anzi, di più.

Trovi Napoli  molto cambiata da quando hai cominciato il tuo percorso artistico?

È cambiata perché c’è una periferia da Est ad Ovest, un asse, dalle grandi risorse artistiche, che hanno reso Napoli più grande. Parlo di quella parte che un tempo era fuori le mura della città e che, da sempre, è stato un faro illuminante per la produzione di musica. Questa zona qui ha avuto innanzitutto Alfonso Maria De’ Liguori, Sant’Alfonso, inventore della musica sacra popolare. Musica che dalla liturgia, diveniva popolare grazie all’utilizzo del dialetto. Poi, posso fare nomi emblematici come gli Showman e Pino Daniele. Per quanto mi riguarda resterò sempre tra Marianella, Piscinola e Miano.

Sei molto legato al tuo essere napoletano, tanto è che hai vinto il premio Tenco più volte. Ma quanto soul c’è nel napoletano?

Io penso in napoletano. Sincronizzare il pensiero con la parola velocemente è il nostro obiettivo nella vita. Il napoletano ti dà proprio la possibilità di raccontare velocemente quello che senti. L’italiano, però, é molto importante perché lo usiamo laddove non possiamo arrivare con il dialetto. Utilizzo la lingua napoletana quando devo parlare più con il cuore, quando voglio esprimere ciò che c’è nel più profondo dell’anima.

A proposito di premi, fosti definito ingestibile dalla Emi perché non partecipasti a Sanremo. Consiglieresti ai giovani di seguire la tua stessa strada di libertà verso certi condizionamenti?

Rifiutai Sanremo perché la EMI mi voleva condizionare troppo, altrimenti se avessi potuto suonare la mia musica senza influenze esterne, l’avrei fatto anche tutti gli anni. Ai giovani non consiglio nulla perché devono essere liberi di fare quello che vogliono. È inutile che una persona più grande stia a dare insegnamenti, perché i ragazzi devono essere se’ stessi. Ad esempio Rocco Hunt, che ormai per me è un figlioccio e col quale c’è una bellissima collaborazione, ha fatto bene ad andare a Sanremo perché si ritrova numero 1 nella classifica dei dischi e nell’opinione pubblica. Dunque, lunga vita ai giovani e che facciano quello che sentano.

Per concludere, hai avuto una carriera eccezionale sia come solista, che in gruppo. Hai duettato con nomi mondiali, dagli Afrika Bambataa, a James Brown, a tantissimi altri. Arrivato ad oggi hai qualche rimpianto o qualche desiderio ancora non avverato?

Non ho rimpianti, ho avuto tantissimo e ringrazio ogni giorno Sant’Alfonso per questo. La vita è fatta comunque di gioie e dolori. Ho avuto un enorme successo, ma allo stesso tempo ho dovuto accettato la morte prematura di mia moglie. Ho capito che la vita come da, così ti toglie. E se dovessi rinunciare a tutto, alla mia brillante carriera, a questi anni, alla fama, per avere indietro la vita di Maria lo farei senza nessun ombra di dubbio. L’unica cosa che desidero ancora fare in questa vita e nella mia carriera è un duetto con Stevie Wonder. Prego Sant’Alfonso perché avvenga.

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Eugenia Conti