INTERVIEW WITH LUCARIELLO / Tutta la sua storia: dal Clan Vesuvio fino ad oggi

 

lucariello pistola

Sulla scena musicale dagli anni ‘90, Lucariello è un rapper con profonde radici ancorate a Napoli, città che non ha mai abbandonato nel corso della sua carriera. Artista eclettico, certo non neutro, sempre pronto a denunciare le “storture” della società, già dal ’97, anno in cui fondò il suo gruppo storico Clan Vesuvio, cantava contro il potere costituito e l’Italia matrigna. Lo abbiamo incontrato nel backstage della Casa della musica, durante la tappa napoletana del “Mea Culpa Tour” di Clementino. Dietro le quinte, Luca guarda soddisfatto una nuova generazione dell’hip hop campano che cresce e che si fonde con i vecchi pilastri del genere come lui. Se ne sta quasi in disparte, con l’aria di chi, in quell’occasione, preferisce essere più spettatore, che attore. Tutti coloro che seguono il genere conoscono il suo lungo percorso: dal già citato Clan VesuvioD agli Almamegretta, concludendo con la carriera e gli album da solista, che sembra non voler smettere di “sfornare”. “Ho appena iniziato a lavorare a un nuovo disco, ma è ancora tutto in elaborazione, non c’è ancora qualcosa di pronto – ci racconta – ma posso dirvi che sto cercando di mettere insieme la caratteristica del mixtape, in cui ci saranno più voci”. Nei suoi occhi, mentre ascolta le esibizioni che si susseguono sul palco, si legge l’orgoglio di essere stato un’ispirazione per quella musica, che oggi è così seguita ed apprezzata da tutti.
Canti da quasi venti anni… chi ti piace di questa nuova generazione dell’hip hop campano?

Mi piace molto in generale la scena più giovane dell’hip hop campano: tutti i nuovi rapper che stanno emergendo, in primis Rocco Hunt. I ragazzi, oggi, a differenza nostra, hanno molta più possibilità di fare buona musica hiphop, perché loro sono già cresciuti con questo genere nelle orecchie. Mentre ai miei tempi, la massa ascoltava altra roba ed eravamo un po’ i primi a cimentarci. Non sono mai stato un purista, mi è sempre piaciuta una commistione del rap con altri stili. Già nel ’97, quando creammo il Clan Vesuvio e poi nel corso della mia carriera ho sempre mescolato il rap ad un genere più melodico, che richiamasse la sonorità delle antiche canzoni napoletane. Binomio che viene molto utilizzato anche oggi. Si pensi a pezzi come “O Vient” di Clementino o “Nu juorno buono” di Rocco Hunt. Penso che il rap campano, Old e New School, sia molto forte rispetto alla media nazionale.
Old e New… Che differenze noti nei rapper napoletani di ieri rispetto a quelli di oggi, sia musicalmente, che ideologicamente?
Nel mondo musicale di ieri c’era molta più attenzione tra i giovani rapper alla politica. In quel periodo il rap era strettamente legato al fenomeno dei centri sociali, centri di aggregazione molto forti, come Officina 99. Del resto il palco su cui mi sono esibito per la prima volta era un luogo di pura contestazione, l’habitat ideale per chi volesse fare questo tipo di musica. Oggi, invece, il primo palco di un ragazzo può essere quello di un locale, di un club. Attualmente, in ogni locale della città, in genere, c’è una serata durante la settimana dedicata all’hip hop, dove si fanno anche free-style. Oggi è diventato un fenomeno di massa. Molto ha contribuito il film di Eminem. Per la prima volta, con 8 Miles, sul grande schermo la realtà delle battle diveniva di dominio pubblico. Prima era una cosa veramente per pochi. Ora quando c’è l’esasperazione del genere diventa quasi un karaoke. Non dico di essere contrario alla diffusione del genere perché rispetto a ieri la scena è diventata molto più competitiva, ma gli aspetti negativi ci sono nel momento in cui l’hip hop si va a sciupare di contenuti. Oggi giorno, non vendendosi più tanti dischi quanto prima, trovandoci nell’era del web, ci sono gli sponsor che comandano anche a livello contenutistico. Il rap campano, però, tende sempre a non farsi limitare o censurare.

Rocco Hunt ha portato a Sanremo un pezzo che canta del riscatto del Sud, senza censure. L’hip hop campano moderno può essere ancora un mezzo di denuncia della realtà e di rivendicazione?

Si, riprendendo i vecchi “Cantastorie”, che raccontavano realtà difficili e si contrapponevano a quello che era il potere costituito, oggi l’hip hop può essere ancora un mezzo potente nelle mani di un Mc. I contenuti, poi, sono scelti da chi canta. Tanto puoi parlare soltanto delle parti basse di una donna, tanto puoi parlare di cose spirituali o politiche. In questo momento storico, i temi che sono legati alla situazione del Sud Italia sono presi in considerazione dall’hip hop e possono destare anche un certo interesse. Purtroppo, però, c’è anche molta strumentalizzazione dietro questo roba, non degli spunti concreti che possano smuovere veramente un popolo o delle coscienze. Sento molta retorica, sia in eccesso, che in difetto.
Invece, senza retorica, quale è il tuo punto di vista in merito alla situazione del Sud?

Partiamo dal fatto che scrissi un brano in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, dal titolo “I nuovi mille”. Col mio solito stile, volevo creare una provocazione sul tema. Come già avevo fatto nell’altro mio pezzo: “Cappotto di legno”, che parlava di Saviano, mi ero messo nei panni di un killer, sempre a fini provocatori. Nell’operazione legata a commemorare i 150 anni d’Unità d’Italia, il mio intento era quello di prendere in giro i festeggiamenti. Il messaggio della canzone, però, è stato un po’ travisato. Non è passata la provocazione agli occhi di tutti. Alcuni ci hanno visto, addirittura, la celebrazione. Cosa che non volevo assolutamente. Ritengo che per il Sud non ci fosse e non c’è proprio nulla da festeggiare.

Per te l’Italia unita è stata la tomba del Sud? Quando oggi Grillo ed il movimento 5 stelle arrivano a parlare di secessione la ritieni una giusta soluzione?

Al momento il Movimento a 5 stelle è l’unica realtà che sento vicina. Sebbene abbia grandi limiti e sia senza un’ideologia è la sola realtà che si salva nello scenario politico nazionale odierno. Secessione? Penso che sia necessario risolvere prima il fatto che siano stati uniti forzatamente dei popoli che parlavano lingue diverse, con modi di vivere, usanze, tradizioni completamente diversi e che c’é stata una disparità di trattamento per oltre un secolo e mezzo tra le due parti del Paese, a sfavore del Sud. Oggi, le Regioni, enti che potrebbero avere un ruolo potente ed una forte autorità contro il potere centrale, non sono in grado di gestirsi, di tirare fuori un’identità regionale vera. Quindi, va rivisitato il tutto e poi si potrà decidere in merito ad un’eventuale secessione. Certo è che non si può trattare una città come Napoli, come se fosse una delle tante città d’Italia. Napoli è storicamente una Capitale, una città con un suo fondamento, con una sua cultura leggendaria, da sempre importantissima per il resto di tutto il Meridione. Fin quando sarà discriminata, non si risolverà mai la questione meridionale.

Secondo te hanno colpe anche le istituzioni locali per la mancanza di attenzione alla centralità della cultura?
Le problematiche di Napoli sono le stesse che ha il mondo intero, ma solo perché accadono qui sono ingigantite di diritto. Comunque, la questione dei luoghi comuni non è solamente legata alla disattenzione alla centralità della cultura. Le istituzioni locali, pur avendo le loro colpe, secondo me, non possono fare più di tanto, rispetto a ciò che muove il governo centrale. Quindi non mi sento tanto di criticare più di tanto quello che stanno facendo adesso rispetto a quello che è stato fatto in passato. C’è una situazione molto complicata e questi problemi dovrebbero essere risolti a livello non solo locale. Ma finché siamo in una nazione come questa la vedo dura. Per non parlare dei mass-media nazionali che sono delle pattumiere. Speriamo che internet funga da ancora di salvataggio rispetto a quest’informazione così fuorviante. La disinformazione contro Tg, tv e media deve partire dal basso, da ognuno di noi.

Il contrattacco ai mass-media puó essere sferrato anche attraverso la musica?

Ovviamente. Credo non ci sia modo migliore. Il compito di un’artista è quello di raccontare storie, il proprio modo di vivere. La musica è arte, ti permette di dire ciò che vuoi, ciò che senti, anche cose forti e dure. Bisogna far attenzione a non dare messaggi sbagliati, dato il nostro ruolo pubblico, ma non bisogna mai fingere di essere dei modelli, erigersi ad esempi di moralità o censurarsi in alcun modo… La musica é verità!

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH SANGUE MOSTRO / L'unica scuola da seguire è la True School. Così nasce CuoRap

Sangue-Mostro

Ekspo, Ale Zin, Speaker Cenzou e Dj Uncino. Nomi che gli appassionati del genere hip-hop non possono non ricordare. Quattro artisti partenopei storici, con radici lontane, ex componenti di gruppi  epici come i 13 Bastardi, che hanno creato la storia del genere rap a Napoli, quando questo tipo di musica era ancora un fenomeno di nicchia, “underground” e non un fenomeno di massa, come oggi. Ma i quattro, non ancora appagati da venti anni di carriera sulle spalle, con esperienze anche come solisti, decidono di reinventarsi, di ricrearsi, di evolversi: i Sangue Mostro nascono così. Dove il sangue allude palesemente a quello del miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro, messaggio di speranza e di magia per tutti i devoti. Un miracolo sia per i veri e propri fedeli, che per coloro che, semplicemente, vogliono crederci, inteso in una dimensione non meramente religiosa, ma piuttosto tradizionale e popolare.

“Il miracolo di San Gennaro è parte integrante della nostra cultura, ci crediamo in quanto napoletani, non in quanto cattolici o cristiani”, ci racconta Ekspo nel backstage del Palapartenope, in occasione della tappa napoletana del Mea Culpa Tour del collega Clementino. Li abbiamo conosciuti li i quattro pilastri del rap campano, vestiti con i loro felponi ed i “cazoni” larghi cascanti, completando il look da Mc con il tipico cappellino a visiera con su il proprio logo. Sembrano proprio i writer di una volta, quelli che con le bombolette “imbrattavano” di street-art i muri della città. Old School nell’anima, hanno l’aria saggia di chi ha vissuto e ne ha tante da raccontare, come di chi sa di essere il maestro, ma non per questo diventa meno umile o simpatico.

Ekspo, infatti, detto ‘O Tedesc, per gli amici Sandrone, scherza tutto il tempo con Speaker Cenzou dietro alle quinte, in attesa dell’esibizione sul palco. Canteranno, di li’ a breve, “Rinascimento”, il brano featuring la Iena, estratto dal loro recentissimo,“CuoRap”. Dodici mesi fa, avevano dichiarato: “Stamm’ arrivann!” e, dopo un anno di distanza, il disco, attesissimo da fans e cultori della materia, finalmente è uscito. Noi li abbiamo intervistati per voi.

E finalmente è CuoRap. Cosa rappresenta l’uscita dell’album in questo momento della vostra vita e dopo un lungo percorso artistico. I Sangue Mostro chi sono oggi?

In quest’album abbiamo voluto comunicare e riportare un messaggio che partisse dal cuore: il nostro batte per la musica rap. Quindi Cuorap. Dopo venti anni di carriera, in cui ognuno di noi ha percorso la propria strada con deviazioni diverse e, a volte, intersecate, volevamo descrivere oggi al meglio ciò che è stata la nostra crescita sia personale che artistica. Il disco è una sorta di rhyme-book fotografico, dove ogni fotogramma rappresenta un tassello della nostra vita. E’ un lavoro più maturo. Alterniamo le canzoni di puro “pariamento”, a quelle riflessive. Non c’è solo spensieratezza ma c’è anche la visione di persone ormai adulte che si pongono amari dubbi, domande. Lo abbiamo creato dando voce oltre che alla nostra anima, anche alla nostra città. Perciò, ci siamo espressi in napoletano, cioè nella maniera più naturale, viscerale ed a noi consona. Una dedica a Napoli, insomma.

Voi per Napoli siete i pionieri, i padri di un genere. E Napoli per i Sangue Mostro perché è motivo di dedica?

Perché è una città che si può anche lasciare, ma mai abbandonare. Anche se, ad esempio, per causa di forze maggiore, un domani si dovesse partire verso altri porti, alla ricerca dei famosi tre punti, possiamo metterci la mano sul fuoco che, dopo, sicuramente, faremmo ritorno qui a casa e con la vittoria in tasca. Napoli è la nostra terra è tutto e non potevamo non usarla come fonte di ispirazione per i brani di CuoRap.

Brani come 71, primo estratto da CuoRap, feat. Francesco Villani, ha per ispirazione Napoli?

A chi è rivolto questo numero della tradizionale smorfia napoletana, ragazzi? (ridono).  Per i lettori che non lo sapessero, il numero 71 nella smorfia napoletana rappresenta “l’omm ‘e merda”, cioè una persona senza scrupoli, meschina ed arrivista. Ed ora, per rispondere rigiriamo la domanda. Chi non ne conosce almeno uno di 71? Nel pezzo, analizziamo vari casi e menzioniamo i comportamenti, gli usi ed i costumi del perfetto “gentlemerd”. Non è rivolto a qualcuno in particolare. Diciamo che, come nel galateo del Monsignor Della Casa, questo brano elenca un po’ le regole dell’ineccepibile personaggio in questione, con la collaborazione del bravissimo Francesco Villani.

CuoRap è ricco di collaborazioni con artisti e colleghi rapper napoletani. Ritenete che l’hip hop campano rispecchi più la vera essenza del genere rispetto a quello italiano?”

Si, sul disco ci sono featuring con tantissimi amici e colleghi. Da Clementino, a ‘Ntò (ex Co’ Sang), da ‘O Zulù dei 99 Posse, a Valerio Jovine. In “Napoli pt.3”, poi, c’è buona parte della vecchia e nuova scuola della nostra città (nomi del calibro de La Famiglia o di Kimikon Twinz). In questo momento storico, a noi più che fare una distinzione tra Old e New School, ci piace molto più “classificare” ed identificarci in quella che è la vera scuola. E tutti gli ospiti presenti in “CuoRap” sanno di fare parte della “True School”. Detto questo, il concetto di True School non appartiene solo alla Campania. Dipende certamente da un fattore di appartenenza locale, ma è anche un’astrazione del tutto individuale, che caratterizza l’essere. Diciamo che, però, qui a Napoli c’è una lista lunghissima di mc bravi, vecchi e nuovi. La scena rap attuale partenopea è vivissima e c’è un perfetto intreccio tra le diverse generazioni. Commistione non sempre facile, ma che noi riusciamo a realizzare: perché facendo tesoro del passato, non ci limitiamo a quello, ma tendiamo sempre al futuro ed al nostro miglioramento.

Quindi, non preferite etichette come Old e New School, anche se il rap di oggi è accusato di diventare sempre più commerciale?

Ci piace pensare al panorama rap odierno come un grandissimo supermercato dove al suo interno puoi trovare varie marche nei diversi scaffali con i prodotti che più soddisfano ogni singolo ascoltatore. Ad esempio, puoi trovare una bottiglia di ottimo Lacryma Christi ed allo stesso tempo un Tavernello in tetra pak… Dobbiamo aggiungere altro?

Scoppiano a ridere sonoramente, lasciando questo quesito nella mente dei lettori. Nell’immaginario Market del Rap i Sangue Mostro si identificheranno con l’eccellente bottiglia di Lacryma Christi del Vesuvio? Noi, riconoscendo il primato dell’hip hop campano, diciamo di sì… A voi non resta che ascoltare CuoRap!

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH THE RIVATI / Quando la Black music si sposa col Neapolitan Power

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Funk, soul e blues napulitani uniti alla black music africana: è una mescolanza di sound quella dei  TheRivati, derivanti appunto dall’influenza di più generi. Paolo Maccaro, nolano classe ’85 e Marco Cassese, napoletano classe ’82, sono l’anima e le voci di questo progetto nato casualmente ed all’improvviso, come ci spiegano subito.

“Da sempre entrambi scrivevamo testi e componevamo basi. Un giorno guardando Mtv Day e rendendoci conto di tutta la spazzatura musicale commerciale che c’era in circolazione, ci siamo detti: Proviamoci! Abbiamo trovato una band e creato i TheRivati, supported By San Gennaro.”Dopo l’album di esordio “Chiù ner ra midnight”, a fine 2013 è uscito “Black”, secondo lavoro del gruppo.

TheRivati supported by San Gennaro. Qual è il legame con San Gennaro, oltre che santo, icona di Napoli?

Sicuramente è un simbolo emblematico. Con San Gennaro abbiamo un rapporto d’attesa, da lui aspettiamo il miracolo. E poi era l’unico disposto a sponsorizzarci, tanto è che l’abbiamo scelto come icona del nostro logo. È indiscusso il valore che il Santo rappresenta per ogni napoletano: per tutti, una fonte di ispirazione.

Nel vostro ultimo album: Black, avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano. Cosa significa per voi?

Abbiamo scritto in passato anche pezzi in italiano, ma è il napoletano la nostra vera lingua. Sembra essere fatta apposta per essere tramutata in musica. È piacevole e melodica. Ci capita di scrivere le parole di un testo in napoletano e di immaginarne immediatamente dopo la melodia sotto, come se prendesse magicamente forma da sola. Insomma, è una lingua unica. Ed è da stupidi essere artisti napoletani e non utilizzare la propria lingua, visto che abbiamo la fortuna di conoscerla e di poterla utilizzare per portare avanti un percorso culturale.

Il vostro genere spazia dal funk al blues. Intendete rilanciare una scena partenopea black attuale sulla scia del Neapolitan Power?

Sì: la black music è un incontro tra funk, blues e soul. Oggi, richiamando il Neapolitan Power, cerchiamo di riproporre una scena forte per questo genere a Napoli. Oggi, la musica black partenopea è una realtà ancora non affermata o seguitissima, come poteva esserlo in passato, negli anni ’70.  E nemmeno è un fenomeno di massa come sta accadendo per l’hip hop in Campania negli ultimi anni. È più un fenomeno di nicchia, che stiamo cercando di fare arrivare a tutti.

“Black”, album 100% napoletano. Quali le tematiche?

Il titolo Black è un omaggio al genere che trattiamo, ovviamente, alla musica afro-napoletana. Un filo diretto di collegamento che va da Napoli, ai ritmi africani. Le tematiche trattate vanno dal sesso, all’amore non corrisposto, a temi più impegnati come l’emigrazione della nostra gente. Esperienza che ci ha toccato direttamente, che abbiamo vissuto in prima persona visto che siamo stati costretti a trasferirci entrambi a Roma per nove anni. Ora che il nostro progetto è in espansione, siamo tornati qui nella nostra terra. Precisamente, a Cimitile, nell’agro-nolano, al centro della Terra dei Fuochi.

Avete pensato di scrivere qualcosa sulla terra dei fuochi o per sfatare i luoghi comuni su Napoli e i napoletani?

Sulla terra dei fuochi abbiamo deciso di “non uniformarci” ad altri. In futuro si vedrà perché riconosciamo che sicuramente è positivo che se ne parli. Basti pensare al giovane Rocco Hunt che, qualche giorno fa, ha portato la tematica a Sanremo, vincendo per giunta. Possiamo anticipare, però, che nel nostro prossimo disco a cui già stiamo lavorando ci sarà un brano contro le brutte etichette con cui Napoli viene sempre contraddistinta. La massa deve sapere che Napoli non è peggio di Torino, di Milano. Oggi, purtroppo, sembra una gara a chi sparla di più della città. Ma tralasciando tutte le battute ed i tanti luoghi comuni su Napoli, per ultima la polemica sanremese con la Littizzetto e la Gialappa’s, riteniamo che qui ci sia un problema oggettivo, quello della Terra dei Fuochi, da risolvere assolutamente. Certo, la musica può essere un ottimo megafono per urlare la voce di molti. Deve essere il faro da cui farsi dirigere.

Progetti presenti e futuri?

Abbiamo composto la colonna sonora del nuovo film “La legge è uguale per tutti”, con la regia di Ciro Ceruti e Ciro Villani, che sarà nelle sale da oggi. Stiamo collaborando con vari artisti, tra cui Clementino per dei featuring nel suo nuovo disco e mentre continua la promozione di “Black”, abbiamo cominciato a lavorare anche ad un nuovo nostro disco, che uscirà tra qualche mese.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH O IANK FUOSSERA / Il nuovo singolo "Terra nostra" per difenderla con l'impegno e la musica

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O’ Iank Fuossera, il Bianco dei Fuossera: questo il nome d’arte di Giovanni De Lisa. Il rapper partenopeo, storico componente della band Fuossera è un meridionalista vero, proveniente da Napoli Nord, quella difficile periferia, troppe volte, però fenomeno di spettacolarizzazione in negativo. Gianni e la sua band, dal 1998 (anno della loro formazione) hanno cercato di raccontare nel modo più autonomo possibile e originale le vicissitudini e le problematiche del loro quartiere.

O’ Iank, Peppe J one e Sir Fernandez, nei loro pezzi, hanno sempre offerto degli spaccati interessantissimi sulla società in cui sono nati e cresciuti: Piscinola. Padri dell’hip-hop campano, assieme agli amici fraterni Co’ Sang, con cui hanno collaborato numerosissime volte, i Fuossera hanno rimarcato nelle loro liriche la ferocia del sistema, sia criminale, che istituzionale. Ma specie nel cuore di Giovanni, negli ultimi anni, si è sviluppato sempre più l’animo brigante. E’ cominciata a crescere in lui la rabbia, la voglia di riscatto per la propria terra, l’odio verso un tricolore che rappresenta solo il simbolo della rovina del Sud. È aumentato a dismisura l’amore per la sua Capitale, Napoli e così il cantante ha deciso di intraprendere la carriera da solista. ‘O Iank denuncia tutto il suo dissenso verso lo Stato italiano in canzoni come “Biancoazzurro”, unici colori in cui si riconosce, ovvero quelli della sua città, regina del Regno delle Due Sicilie, oppure in “1.2.1.3”, numeri cifrati che compongono la sigla ACAB. Fino ad arrivare al suo ultimo brano, “Terra nostra”, un inno per il meridione, fuori da qualche giorni e che anticipa il suo prossimo disco in uscita nel 2014.

 

Gianni, quando hai deciso di scrivere “Terra Nostra” e qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questo testo?

Sono solito seguire molto da vicino tutto quello che accade a Napoli ed al Sud da molti anni ormai. Ho troppe cose da dire riguardo alle condizioni ed agli abusi del nostro mezzogiorno. Infatti, in ogni mia canzone, non posso evitare di mettere almeno un accenno sulla nostra terra, anche se si tratta di un classico pezzo skills rap. Il testo di “Terra nostra” l’ho scritto nel febbraio del 2012. È stato uno sfogo, messo nero su bianco, in una notte in cui mandavano in tv il solito servizio su Scampia e lo spaccio di droga. Un servizio di sciacallaggio puro, dove veniva sputato veleno e venivano messe in vetrina le solite cose negative, che non portavano a niente. Allora ho sentito il bisogno di trasmettere tutta la mia rabbia e la mia tristezza nel vedere la mia terra stuprata ed offesa. Ma sottolineando anche che qui, oggi, stiamo prendendo coscienza di chi siamo. E’ una fase in cui sappiamo da dove veniamo ed a chi apparteniamo. Il messaggio è quello di andare alla radice per cercare di tagliarla se il frutto è marcio, di conoscere il perché dello stato di cose che ci circonda, per poter andare incontro al reale cambiamento del Sud.

E la musica che ruolo gioca per andare incontro a questo reale cambiamento?

La musica è molto importante perché è un mezzo che arriva rapidamente ai giovani. Quindi, se una gran parte di questi ultimi apprende il messaggio che si vuole trasmettere, poi lo metterà in pratica in maniera naturale. Prendo come esempio i Sud Sound System, che sono riusciti ad arrivare ad un pubblico vastissimo. Loro cantano: “La terra tua amala e difendila”, ne “Le radici ca tieni”. Questa canzone è stata recepita tantissimo dai giovani. E infatti in Salento c’è un’attaccamento radicato alla propria identità. I salentini hanno un grande senso di appartenenza alla propria terra. Logicamente se, invece, l’artista nei videoclip si mette i medaglioni d’oro, sfreccia a bordo di BMW, con donne ammiccanti, con le chiappe da fuori o se usa terminologie legate alla malavita, sta portando acqua al mulino della distruzione. Inevitabilmente, nel ragazzino attaccato a youtube, comincerà a nascere la convinzione che quel bel culetto ed il macchinone non potrà mai averli facendo un lavoro umile ed onesto. Quindi, comincerà a sdegnare le sue origini.

Le tue origini, invece, sono l’essenza della tua musica. Lasceresti mai la tua terra?

Come ben si può capire le mie origini influenzano totalmente la mia musica, sia nei testi che nella composizione. Non voglio andare via dal Sud, ma sicuramente non riconosco l’Italia come la mia nazione. Quando dicono che al Sud siamo africani è un grande complimento per me. Gli africani sono un popolo evoluto spiritualmente, questi italiani, invece, pensano solo a come devono vestire il loro cane/topo, mentre si fanno le foto da soli con lo smartphone. Cellulare che gli avrà regalato il fidanzato, che lavora in un’azienda, grazie alla raccomandazione dello zio deputato alla Camera.

Dunque, quanto è difficile essere un’artista?

È sicuramente difficile essere un’artista al Sud. In primis mancano le strutture ed oggi, per quanto concerne la musica, si è creato tutto un giro intorno a Milano, che segue una logica precisa. Logica secondo la quale, se un cantante non si butta nel calderone degli “accattoni” nella “città del business”, non va da nessuna parte. Io sono felice di fare le cose come voglio e non me ne frega un cazzo di partecipare alle serate mondane o alle sfilate di chi “lecca” di più dell’altro. Oggi ho quasi paura di mostrare stima verso un altro artista, perché ormai, anche nell’hip hop, tutti sanno che devono mostrarsi dei fratelloni fingendo un quasi amore per poi ottenere qualche seratina in cambio o qualche featuring a costo zero. Il mondo della musica odierno è autentico quanto una banconota da 7 euro, con cui poi “il rapper Made in Italy del momento”, pipperà cocaina.

Dunque, per quest’ipocrisia del mondo rap, hai dichiarato di voler lasciare la scena musicale dopo l’uscita del tuo prossimo ed ultimo album? Di cosa parlerà?

Si, come ho scritto nel mio comunicato ufficiale, abbandono la scena. Finiró il mio album da solista e nel frattempo faremo uscire con i Fuossera una serie di videoclip per celebrare i nostri 15 anni di carriera (già ne è uscito uno, intitolato “Mani in alto”). Il mio disco non sarà altro che un viaggio nella mia sensibilità. La sensibilità ti fa sentire le cose in maniera più chiara, è un amplificatore. Ho composto tutte le musiche con i Dualizm (Alessandro Estranea e Raffaele Marzano), che hanno avuto la pazienza di stare con me chiusi in studio per settimane intere, riuscendo a creare proprio quello che volevamo. In questo cd ci sarà tutto quello che sono e tutto quello che ho e mi rappresenta. Ci saranno l’identità, la mia città: Napoli, “capitale dell’orgoglio, nella repubblica dello scuorno”… Insomma, la nostra terra.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH LA MASCHERA / L'emergente blues band napoletana spopola con la sua "Pullecenella"

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I vicoli sono quelli del centro storico di Napoli, Pignasecca, Montesanto, Spaccanapoli, dove ogni pietra racconta di arte e poesia, folklore e storia, miseria e nobiltà. E’ qui che la band emergente dai connotati blues “La maschera” ha ambientato la clip di “Pullecenella“, il loro primo singolo, che ormai sta spopolando ovunque, dalle radio al web e persino dagli schermi televisivi delle metro, della circumvesuviana e della circumflegrea, che passano a loop le immagini girato dal regista Enzo Caiazzo, che su youtube hanno superato le 27mila visualizzazioni.

I Pulcinella’s boysRoberto Colella, voce, chitarrista e tastierista,Vincenzo Capasso, trombettista, Eliano Del Peschio, bassista, Marco Salvatore, batterista, Roberto Guardi, percussionista ed Alessandro Morlando, chitarrista solista – oltre a riscuotere consensi nei molteplici live in cui si stanno esibendo, a marzo – pur senza il sostegno di un produttore – lanceranno il loro primo album. Ne parliamo con Roberto, voce e anima della band. “La maschera nasce per un incontro casuale tra me e Vincenzo, il trombettista. Da subito abbiamo notato una certa affinità tra i suoni della sua tromba e quelli della mia voce e chitarra. Così, abbiamo messo in piedi questo progetto e formato la band attuale”.

Perché “La Maschera”?

Ci siamo ispirati alla maschera per quella sorta di dualismo che nasconde, ma anche perché attraverso i testi delle nostre canzoni vogliamo smascherare la realtà, valorizzando però il legame con una certa tradizione teatrale napoletana, dove il ruolo della maschera è pregnante. Non a caso, il primo singolo che abbiamo lanciato è “Pullecenella”, ha per protagonista un personaggio assolutamente teatrale e che richiama alle tradizioni, alle origini, che noi però proponiamo in chiave moderna.

Pulcinella ha un forte legame con l’identità partenopea. Per voi cosa rappresenta?

Pulcinella è la maschera di Napoli, profondamente legata alle sue radici. Ma non è solo un personaggio divertente: ha anche connotati negativi e vizi, tra cui quello dell’alcool. Allo stesso tempo, però, rappresenta la spensieratezza e la voglia di fare tipica del napoletano. Il Pulcinella della nostra canzone, poi, punta il dito sulla mancanza di comunicazione che c’è oggi tra i napoletani e, forse, tra le persone in generale. Nel brano, Pulcinella canta e balla lungo la strada per allietare i pensieri dei passanti e per alleviargli la giornata: eppure nessuno gli dà ascolto. “Io me ne vac’ pa strada mia, tant’ cchiù nera ra mezzanotte nun può venì” è la sua risposta. Insomma:  non lotta, non cerca di affermarsi, preferisce andarsene. Per noi è la metafora dell’annullamento dell’azione collettiva, della mancanza di ribellione e dell’interessarsi soltanto all’individualità. È un’allegoria della società moderna, riferita sia a Napoli, che al meridione. L’ abbiamo resa, però, in una chiave più leggera perché spesso la leggerezza può dare un trasporto maggiore al messaggio. Pulcinella è insomma, ieri come oggi, metafora di Napoli, città dalle mille contraddizioni che, nonostante le incessanti angherie, risulta impossibile da odiare: città che prende continue batoste, ma che si rialza sempre, città in cui, purtroppo, a causa dello sputtanamento mediatico, si parla solo delle cose brutte e le cose belle finiscono nel dimenticatoio.

“Pulecenella” è estratto in anteprima dal vostro primo disco in uscita a marzo. 

Sì,  a marzo uscirà l’album “‘O vicolo ‘e l’ alleria”, un titolo tratto proprio dal testo dalla canzone Pulecenella, nella parte in cui dico:”Vien’ cu’mme, t port int’ o vicolo ‘e l’alleria”. La speranza è che tutti i napoletani possano trovare questo vicolo, posto astratto in cui regna la felicità, il benessere, “l’alleria”. Ma il nostro sarà un disco anche di denuncia sociale: ad esempio ne “Il ballo del potere”, ci chiediamo come sia possibile vivere la vita che vogliamo veramente visto che siamo già dei burattini nelle mani del potere. Ci sarà spazio ovviamente per brani più leggeri, ma prevalentemente ci saranno più pezzi impegnati, ma apolitici ed apartitici. Ma soprattutto antisistemici: il Sistema lo combattiamo e non facciamo parte di nessuno schieramento.

Siete almeno dell’idea che l’ unico schieramento possibile sia quello a favore del Sud per un suo futuro riscatto?

Assolutamente si. Già con la nostra musica ci schieriamo a favore di un Sud che va valorizzato. La musica può risvegliare le coscienze delle persone e può creare quello svago che fa anche riflettere. Quindi il  connubio è perfetto. Ma naturalmente la sola arte non puó bastare per risollevare le sorti del mezzogiorno anche se è un ottimo veicolo di consapevolezza. Di certo, per poter guardare al futuro, bisogna ricordarsi sempre del passato e, soprattutto, di tutte le cose negative che noi meridionali abbiamo subìto, per evitare che ci riaccadano un domani.

Nel nuovo cd c’è anche un brano per la terra dei fuochi, da cui provenite?

Noi veniamo dalla periferia Nord-est di Napoli, da Chiaiano, Mugnano e, perciò siamo in piena terra dei fuochi. Il brano si chiama “Gent’e nisciun” e lo abbiamo scritto con la compagnia teatrale di Raffaele Bruno, che si occupa della parte recitata. Per noi la periferia è un valore aggiunto alla città ma trattare il tema dell’inquinamento delle nostre zone era il minimo: amiamo le nostre origini, la nostra terra, dovevamo farlo.

Le vostre origini influenzano a che punto il vostro lavoro artistico?

Tantissimo. Nel momento in cui scrivo una canzone sento forte il legame con quello che mi sta intorno. Credo anzi che le nostre canzoni non potrebbero parlare di altro. Scrivo prediligendo il napoletano, che peraltro ha una musicalità ineguagliabile. Nel cd i brani in italiano saranno giusto un paio. Una scelta, quella della lingua napoletana, che rimarca ancora di più il nostro senso di appartenenza. Prima di iniziare questo progetto avevo pensato alla possibilità di andare fuori: invece non accadrà, ho capito che voglio restare a Napoli, non voglio andarmene mai, perché andar via è una mossa da vigliacchi, specie se sei un artista.  Sì, ho capito che restare è necessario: se senti di aver qualcosa da dire e senti che le persone possono capire il tuo linguaggio, restare è un dovere, come è un dovere lottare.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH A67 / Il leader Daniele Sanzone : "Raccontiamo Scampia in chiave Naples Power"

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Parli con Daniele Sanzone, leader e voce degli ‘A67, e non può che venirti in mente Scampia. La Scampia quella viva, con voglia di riscattarsi, di mostrare le cose positive di un territorio che è un simbolo dipinto troppo spesso solo come negativo. Daniele e il suo gruppo (Enzo  Cangiano alle chitarre, Gianluca Ciccarelli al basso e Luciano Esposito alla batteria) sono la prova vivente che non è così.  “Nasciamo nel 2004 con la volontà di parlare delle problematiche della nostra periferia, con una forte identificazione territoriale della nostra musica – ci spiega subito – La musica per noi rappresenta uno strumento privilegiato per diffondere valori, messaggi, verità”. Ed infatti Daniele, seppur convinto unitarista, come tiene a precisare, converge con musica e azioni su tante battaglie identitarie e meridionaliste. Per averne conferma basta ascoltare i testi dal primo disco del gruppo, “A camorra song io”  fino all’album piu’ recente, il cui nome è un programma di per sè,  “Naples Power”.

Daniele il nuovo lavoro in uscita nel 2014 perseguirà questo filone o c’è qualche cambiamento in programma?

Tra i progetti prossimi, anzitutto, c’è la nostra partecipazione al concerto di Pino Daniele il 28, 29 e 30 dicembre al Palapartenope. Un evento che per noi rappresenta la classica ciliegina sulla torta: siamo onorati di essere sul palco con un grande della musica napoletana. Per il resto questo è stato un anno di pausa proprio perché stiamo lavorando al disco nuovo. Il cambiamento, nel nuovo album, sarà importante: cambieremo il sound, anzitutto, e poi io, per la prima volta, canterò anche in italiano. Inoltre, come già accaduto in “Naples Power”, il nuovo album vedrà la partecipazione di tanti ospiti imprtanti. E infine credo che il nostro nuovo album sarà un disco rivoluzionario e molto politico. Ci sarà anche un pezzo che parla della resistenza del Sud Italia che, già dal titolo, sarà un pezzo fortemente provocatorio. Insomma, sarà un lavoro forte e, ovviamenete, identitario, come del resto sono anche gli altri nostri album.

A livello identitario “Naples Power” è stato emblematico.

Quando abbiamo inciso Naples Power era una fase storico-politica in cui sembrava che tutto fosse già stato detto: in quel momento pensavamo che fosse importante tornare ad affondare il sound nelle nostre radici per ridare forma ad un futuro. Eravamo convinti che solo ricordando le nostre origini avremmo potuto fare un passo avanti. Così in quel disco abbiamo omaggiato quel movimento musicale che era il Neapolitan Power, riproponendo le canzoni di quell’epoca col supporto degli artisti che le avevano cantate in passato. Inoltre abbiamo creato un binomio musica-letteratura, affidando ad ogni artista che ha collaborato a quel disco, uno scrittore. L’idea era di focalizzzare l’attenzione sulla cultura del Sud, per fare in modo che la si rivalutasse. Questo anche per spezzare il binomio Napoli-cronaca nera, che poi è il risultato di anni ed anni di pornografia mediatica nei confronti della nostra città. In poche parole, in un momento in cui la musica napoletana sembrava in standby, quello, per gli ‘A67  era un modo per ricordare che la nostra musica, la nostra letteratura, la nostra vivacità artistica, erano ancora in vita. Era una risposta, in quella fase storica, a chi pensava che Napoli non ci fosse. Una risposta per dimostrare che la musica napoletana era ancora vivissima e da sempre e per sempre racconta le proprie storie. E noi, come  artisti napoletani, ieri come oggi, non potevamo fare a meno di parlare della nostra città, con la quale abbiamo un rapporto viscerale, imprescindibile. Per noi, per gli ‘A67, è stato un legame sempre fortissimo: basta ascoltare il nostro primo album,“A camorra song io”, per capirlo.

A proposito del vostro primo album, “A camorra song io”: quel lavoro nasceva anche per raccontare del vostro quartiere d’origine, Scampia, da sempre fenomeno di spettacolarizzazione e speculazione. Pensi ci sia una rinascita negli ultimi tempi?

“A camorra song io” era un album che racchiudeva un po’ tutte le problematiche della nostra città, e della periferia in particolare. Ma a distanza di diversi anni, oggi posso dirvi che a Scampia sono tanti i cambiamenti ai quali abbiamo assistito. In questi giorni, ad esempio, sto lavorando a un’inchiesta per Repubblica proprio su Scampia in cui lo racconterò. In una delle nostre prime canzoni, ad esempio, cantavo che a “ogni 50 mt ci sta ‘na piazza di spaccio”. Ecco, oggi questo per fortuna non c’è più. Ovviamente questo non vuol dire certo che lo spaccio sia stato debellato, ma indubbiamente le modalità sono cambiate e, almeno, la spettacolarizzazione dello spaccio non c’è più.  Non nego che i problemi ci siano ancora, naturalmente: la camorra certo non è stata debellata.  Però è evidente che Scampia sta cambiando. Una cosa, questa, questo cambiamento, che abbiamo cantato attraverso la popular music, il più grande mezzo di comunicazione esistente. Un mezzo che arriva dritto e diretto alle nuove generazioni, ai giovani. Perché noi artisti, attraverso la musica, abbiamo un potere gigantesco: personalmente sento l’enorme responsabilità di quello che dico attraverso le nostre canzoni. Del resto è questo il punto di partenza degli ‘A67: nasciamo per questo, per ricordare e raccontare una periferia da sempre dimenticata o considerata solo durante le campagne elettorali o, peggio ancora, per i morti ammazzati. Un messaggio, il nostro, che poi si è fatto universale: crescendo come gruppo, infatti, ci siamo resi conto che la nostra periferia non è poi così distante dallo Zen di Palermo o dalle favelas del Brasile, dove abbiamo anche suonato. Insomma: le periferie si assomigliano sempre di più per condizioni e condizionamenti. Ma tornando a Scampia, a differenza di quando abbiamo cominciato, oggi riscontriamo una grande risposta dal basso. Lo ha notato, del resto, anche Pino Aprile, nel suo ultimo libro, che parla anche di noi.

Serve ancora, oggi, essere ideologizzati o credi che l’unica ideologia che bisogna perseguire sia quella del riscatto di Napoli e del Sud in generale?

Alle ideologie io credo ancora, credo che siano fondamentali. Ad esempio non condivido il modo di fare del Movimento 5 stelle, dove all’interno trovi di tutto, dall’ex militante di estrema destra all’ex iscritto del Pd. Personalmente penso che Grillo sia un paraculo: va a Bologna e cita Berlinguer, va a Roma e dialoga con quelli di Casapound. E questo sarebbe essere non ideologizzato? Io ho sempre avuto una mia visione, sono sempre stato legato alla sinistra extraparlamentare. Anche se penso che, più che a un’ideologia, bisogna essere legati a una struttura politica. Penso sia essenziale, insomma, avere un background, un bagaglio culturale dal quale partire: altrimenti siamo tutto e niente. Intervistando Pino Aprile per “Brain Food”, la rubrica che curo su Fanpage dove intervisto, davanti a un buon piatto, scrittori e artisti, gli ho chiesto se ci siano oggi le basi per creare un sano partito meridionalista. Beh, lui mi ha risposto che è un processo già in atto, che si sta formando non intorno ad un’ideologia ma intorno ai problemi reali. E’ un punto di vista che ritengo interessante…

E tu ti senti un meridionalista?

Si, anche se sono a favore dell’Unità d’Italia, nonostante sia convinto che è stata fatta nel peggiore dei modi. Dopo 150 anni il Sud annega in problemi gravissimi e la Questione meridionale continua ad essere irrisolta. E’ innegabile che il Sud, insomma, sia tutt’oggi una colonia del Nord, come del resto diceva Gramsci 50 anni fa. Come è innegabile che il sistema capitalistico italiano si sia nutrito proprio dello sfruttamento del Sud. Uno sfruttamento oggi più vivo che mai. Ecco, per me essere meridionalista significa abbattere queste disuguaglianze, rivendicando i nostri diritti. Detto questo, però, tengo a precisare che l’etichetta meridionalista non mi piace se presuppone un Sud contro il Nord: ritengo che questa dialettica debba essere superata, anche perché non mi piace che si pensi ai meridionalisti come a una Lega del Sud. Ovviamente voglio e credo al riscatto del Sud, come del resto dimostrano i testi delle mie canzoni. Insomma, per rispondere alla tua domanda: mi sento meridionalista senza essere separatista. Mi baso sui fatti, senza vessilli borbonici, monarchici e senza nostalgismi. Vorrei che si arrivasse alla risoluzione dei problemi reali. La terra dei fuochi ad esempio: c’è una situazione drammatica e la paura più grande è che la bonifica possa essere fatta delle stesse istituzioni che ci hanno avvelenato. Come meridionalisti bisogna stare all’erta, denunciando senza paure ogni abuso e sopruso.

Daniele oggi che vivi più a Roma che a Scampia senti le stesse emozioni per la tua terra?

Forse di più. Mi rendo conto che il distacco dalla mia città me la fa poi vedere con occhi diversi. Continuo a rinnamorarmi ogni volta che ci torno. Il mio sogno? E’ che Napoli possa far parlare di sé solo per la sua infinita bellezza, che tutto il male sia annientato, che la camorra sia distrutta, che le disuguaglianze tra Nord e Sud svaniscano.

Beh, il tuo sogno è anche il nostro. Auguri!

Eugenia Conti