INTERVIEW WITH ENZO AVITABILE / "Ai giovani consiglio solo di seguire l'ispirazione"

Budapest, HUNGARY: Saxsophonist-singer from Naples Enzo Avitabile (R) of Italy presents his programme with his band and the most prestigious percussion rythm band of the area, the 'Bottari di Portico' on the 'World Music' stage at the Island Festival on Hajogyar Island of Budapest late 11 Augustus 2006. The annual Sziget Festival in Hungary, held from 09 to 16 August, will beat all previous records, according to the organisers of the eastern European country's biggest music festival. With 550 concerts on 66 stages over seven days, featuring everything from pop to gypsy music, the 14th Sziget Festival is expecting some 400,000 music lovers to converge on an island in the middle of the Danube river, in the heart of Budapest. AFP PHOTO / ATTILA KISBENEDEK (Photo credit should read ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Era il 1986 e lui invitava tutti, nel suo omonimo primo album, a salire sul “soul express”, treno dell’anima e della sua musica, quella che dagli anni ’80 avrebbe segnato una delle pagine più importanti della storia della canzone napoletana.

Oggi è il 2014, sono passati quasi 30 anni, ma il maestro Enzo Avitabile, nonostante la sua fama oseremmo dire mondiale, continua a vivere nella sua Marianella, nell’area Nord di Napoli, nella semplicità e a stretto contatto con la sua gente.

Lo abbiamo raggiunto proprio in periferia, nella sede della sua associazione e studio di registrazione, atmosfera tra blues e jazz: inevitabile, dunque, entrare in un’altra dimensione, quasi in un’altra epoca.

Sulle pareti le foto in bianco e nero di Avitabile in compagnia dei più grandi nomi internazionali, da Tina Turner, a James Brown, parlano di momenti magici della storia della musica. La chiacchierata la facciamo con un microfono, davanti ai ragazzi dell’associazione. Così, con nelle orecchie “Napoli Napoli Napoli” dei 99 posse e “A’Verità” di Rocco Hunt – brani che vedono entrambi la partecipazione di Avitabile – ci sembra importante cominciare proprio dalla storia. Soul express.

Enzo, tra gli artisti di oggi chi porteresti su quel magico treno del soul?

Tutti. La non discriminazione è una cosa fondamentale. Posso suonare e cantare con qualunque artista, ma ad una sola condizione: ci deve essere un’ispirazione tra di noi, un’intesa che ci possa unire su questo treno dell’anima.

Una lunga ispirazione o intesa l’hai avuta con Pino Daniele. Quanto è stata importante per te la collaborazione artistica con lui e il gruppo di allora?

Non si è trattato di una semplice collaborazione artistica: in quel caso abbiamo creato insieme qualcosa. Collaborazioni artistiche importanti sono state quelle con gli Afrika Bambataa o con James Brown, ma con i miei fratelli è stato importante proprio lo stare insieme per generare la nostra musica. Negli anni ’80, volevamo sostituire una melodia tradizionale ed un dialetto stereotipato con un dialetto che oggi definirei d’effetto, uno slang nostro. In questa continua ricerca e lavoro, siamo sempre rimasti vicino alle periferie. Si pensi che nel 1982 portammo gli Afrika Bambataa a Scampia. Questo era il messaggio che volevamo dare io, Pino e gli altri fratelli e che abbiamo cercato di tramandare. Dopo di noi, a suonare secondo queste logiche ci sono stati gli Almamegretta ed i 99 Posse, poi siamo tornati in scena, c’è stato il turno dei CoSang e di nuovo io… Ma l’importante non è il momento, l’anno, ma il ciclo musicale e la tradizioni a cui si è dato vita.

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Recentemente hai collaborato al vecchio/nuovo album dei 99 posse. Come nasce e perché questo featuring?

Ho voluto partecipare al disco perché tra di noi, appunto, c’è un’ispirazione,  a parte un’eterna amicizia. Mi piaceva rivivere “Napoli, Napoli, Napoli”, con un intervento musicale, una sorta di finto inciso, che fosse quasi un taglio nella tela. Volevo testimoniare che Napoli esiste ancora. Esiste nella parte periferica, nella parte nascosta, dalle case popolari, a Marianella, Ponticelli, San Giovanni. Quello che raccontó ‘O Zulù è ancora vera, è vita vissuta. Oggi, però, la periferia è cambiata ed è diventata città. Anzi, di più.

Trovi Napoli  molto cambiata da quando hai cominciato il tuo percorso artistico?

È cambiata perché c’è una periferia da Est ad Ovest, un asse, dalle grandi risorse artistiche, che hanno reso Napoli più grande. Parlo di quella parte che un tempo era fuori le mura della città e che, da sempre, è stato un faro illuminante per la produzione di musica. Questa zona qui ha avuto innanzitutto Alfonso Maria De’ Liguori, Sant’Alfonso, inventore della musica sacra popolare. Musica che dalla liturgia, diveniva popolare grazie all’utilizzo del dialetto. Poi, posso fare nomi emblematici come gli Showman e Pino Daniele. Per quanto mi riguarda resterò sempre tra Marianella, Piscinola e Miano.

Sei molto legato al tuo essere napoletano, tanto è che hai vinto il premio Tenco più volte. Ma quanto soul c’è nel napoletano?

Io penso in napoletano. Sincronizzare il pensiero con la parola velocemente è il nostro obiettivo nella vita. Il napoletano ti dà proprio la possibilità di raccontare velocemente quello che senti. L’italiano, però, é molto importante perché lo usiamo laddove non possiamo arrivare con il dialetto. Utilizzo la lingua napoletana quando devo parlare più con il cuore, quando voglio esprimere ciò che c’è nel più profondo dell’anima.

A proposito di premi, fosti definito ingestibile dalla Emi perché non partecipasti a Sanremo. Consiglieresti ai giovani di seguire la tua stessa strada di libertà verso certi condizionamenti?

Rifiutai Sanremo perché la EMI mi voleva condizionare troppo, altrimenti se avessi potuto suonare la mia musica senza influenze esterne, l’avrei fatto anche tutti gli anni. Ai giovani non consiglio nulla perché devono essere liberi di fare quello che vogliono. È inutile che una persona più grande stia a dare insegnamenti, perché i ragazzi devono essere se’ stessi. Ad esempio Rocco Hunt, che ormai per me è un figlioccio e col quale c’è una bellissima collaborazione, ha fatto bene ad andare a Sanremo perché si ritrova numero 1 nella classifica dei dischi e nell’opinione pubblica. Dunque, lunga vita ai giovani e che facciano quello che sentano.

Per concludere, hai avuto una carriera eccezionale sia come solista, che in gruppo. Hai duettato con nomi mondiali, dagli Afrika Bambataa, a James Brown, a tantissimi altri. Arrivato ad oggi hai qualche rimpianto o qualche desiderio ancora non avverato?

Non ho rimpianti, ho avuto tantissimo e ringrazio ogni giorno Sant’Alfonso per questo. La vita è fatta comunque di gioie e dolori. Ho avuto un enorme successo, ma allo stesso tempo ho dovuto accettato la morte prematura di mia moglie. Ho capito che la vita come da, così ti toglie. E se dovessi rinunciare a tutto, alla mia brillante carriera, a questi anni, alla fama, per avere indietro la vita di Maria lo farei senza nessun ombra di dubbio. L’unica cosa che desidero ancora fare in questa vita e nella mia carriera è un duetto con Stevie Wonder. Prego Sant’Alfonso perché avvenga.

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Eugenia Conti

INTERVIEW WITH 99 POSSE / Curre curre guagliò 2.0: i guagliuni oggi corrono di più

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Sono passati più di venti anni da quando hanno iniziato, ma di smettere di correre i mitici “guagliuni” non ne vogliono proprio sapere. E così “Curre, curre Guagliò”, primo album dei 99 Posse, si fa 2.0. Uscito martedì in tutta Italia e presentato in anteprima alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri a Napoli, lo storico pezzo che dà il titolo anche a quest’album torna arricchito da novità e numerose collaborazioni. Da Alborosie ai Sangue Mostro, da Clementino a Mama Marjas, da Francesco di Bella a Enzo Avitabile con i successi più famosi riproposti in moderni ricampionamenti, da “Ripetutamente” a “O documento”, da “Rigurgito antifascista” e “Rappresaglia”. Tutto da ascoltare, tutto da recepire, tutto da ballare.

I 99 Posse sono stati artisti fondamentali per la Napoli degli anni ’90 e per quella gioventù. Capostipiti del fenomeno delle posse, pietre miliari di una generazione e di un genere musicale definito da loro stessi “bastardo”, precursori dell’attuale musica raggamuffin e rap napulitana, oggi non smettono di sorprendere e di far parlare di loro.

Militanti nell’anima, hanno fatto bruciare, accendendoli di passione, i cuori di tanti ragazzi e “non un passo indietro”  vogliono fare, come suggerisce il sottotitolo sdi “Curre Curre Guagliò 2.0”.

“Non rimpiangiamo e non neghiamo nulla di tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi”, ci racconta, infatti, ‘O Zulù con la consueta grinta da combattente.

Dopo essersi sciolti agli inizi del 2000 e essersi ritrovati nel 2009, per l’estrema felicità di tutti i seguaci della band, Luca Persico, al secolo ‘O Zulù, ci fa rivivere in questa intervista la sua carriera ed il percorso insieme a Massimo Jovine, Marco Messina e Sasha Ricci, durante questi due lunghi decenni.

“Curre Curre Guagliò 2.0”. Perché riproporre oggi il vostro primo disco? Cosa rappresenta per i 99 Posse? E cosa rappresentano per voi gli artisti che avete scelto per i featuring?

“Curre Curre Guagliò è il nostro primo disco e ce lo siamo portati dietro dal primo all’ultimo concerto, inserendo in scaletta nei live buona parte dei brani che c’erano al suo interno. Dunque, dopo venti anni che continuavamo a suonarli e a modificarli un po’, remixandoli, riarrangiandoli e così via, in occasione del ventesimo compleanno dei 99 Posse, abbiamo pensato di risuonarlo e di ristamparlo. Venti anni fa era un disco che si rivolgeva solo al nostro piccolo pubblico, ai nostri compagni di lotte e di occupazioni, era un po’ il manifesto del nostro Centro Sociale, Officina. Era apprezzato anche da chi era un po’ ai margini, da chi si sentiva solo in periferia, da chi non riuscivano a trovare qualcuno che li rappresentasse: il nostro album era un mezzo per identificarsi, il megafono dei loro pensieri.

E oggi?

Oggi, lo abbiamo aggiornato musicalmente, nei contenuti. Ma anche con moltissime collaborazioni, spaziando tra vari artisti sia all’interno della nostra area, come la Banda Bassotti, che in aree contigue. Tutti i cantanti presenti, però, sono stati, chi più e chi meno, influenzati dalla nostra musica. Quindi, arricchire l’album con una loro testimonianza crediamo lo abbia reso nuovamente unico. Come sempre ci siamo espressi in napoletano, la nostra lingua, perché le nostre canzoni hanno il macro-obiettivo di descrivere chi siamo. E farlo in una lingua differente da quella che parliamo sarebbe stato strano, specie a distanza di venti anni.

Ora lo porterete in giro, come allora. Ma oggi, più di allora, si parla maggiormente di liberalizzazione delle droghe leggere, specie a fini terapeutici. Il tuo modo di stare sul palco, da allora, è cambiato? Te le fai ancora le fumate nei live?

Non ho mai smesso. Proprio la settimana scorsa durante un deejay set me ne hanno passate due. (Ride) E’ una mia costante. La battaglia è importante e non cambierei mai rotta, per piccole minacce o avvisi ricevuti da gente del Sistema. La canapa, aldilà degli effetti ludici, ha tanti effetti importanti: è un combustibile alternativo, ha scopi terapeutici, è un prodotto tessile molto resistente, vi si possono costruire i mattoni. Quindi la canapa, da sola, metterebbe in crisi tre delle lobby che governano il pianeta, cioè del petrolio, del mattone e delle case farmaceutiche. Solo per questo la marijuana è illegale e combattuta con tanta rabbia, non certo perché quando la fumi ti sale una piccola “capata”. Sicuramente, la “capata” è uguale o minore a quella data da una bottiglia di whisky, sulla quale lo Stato mette il suo bel marchio.

Torniamo al disco e al ricambio generazionale. Cosa è cambiato in questi venti anni per i 99 Posse?

Per i 99 Posse è cambiata solo l’età anagrafica. Certo, un po’ di angoli sono stati smussati, ma non abbiamo avuto nessun ripensamento sulle posizioni fondamentali che abbiamo preso in questi anni. Nessun ripensamento neanche sulla collocazione: restiamo nelle periferie da cui siamo partiti, perché il nostro obiettivo non è mai stato guadagnare un posto al centro, ma portare il centro nelle periferie. E siamo orgogliosi di essere di periferia e di rappresentare l’alteritá, la diversità.

E Napoli e la sua gioventù per Zulu in questi 20 anni sono cambiate?

Napoli in questi venti anni è cambiata tantissimo ed a primo acchitto sembrerebbe cambiata in peggio. Ma guardandola da un altro punto di vista non è necessariamente così. Oggi, dal punto di vista dello stimolo dal basso della cultura e della politica, il quadro è molto più ricco rispetto all’inizio degli anni ’90. Ad esempio, solo analizzando l’aspetto delle occupazioni: adesso ci sono più di 15 case occupate a Napoli, nel ’91/’92, prima di noi, non ce n’era nemmeno una. E se oggi entro nei centri sociali, mi accorgo di non conoscere quasi più nessuno. Quindi il ricambio generazionale c’è stato. Ció che è diverso sono i riflettori: non più puntati verso le parti ribelli della città. Perció, attualmente, può sembrare che, dopo i 99 Posse, non ci sia stato più nulla di concreto e che sia tutto fermo, ma in realtà non è così. C’è fermento.

Questo ricambio generale e fermento di cui parli, c’è stato, ovviamente, anche in ambito musicale. Sono molti gli artisti che hanno preso le mosse da voi. Chi considerate il vostro erede musicale, che possa rappresentare oggi la voce della città, a Napoli?

Volendo filosofeggiare ci sarebbe più di un erede, ma non riesco a trovare un vero e proprio prosecutore di quello che abbiamo iniziato. Se proprio devo rispondere con dei nomi, posso fartene alcuni di nostri coetanei come i Sangue Mostro o Mariotto. Poi, riguardo ai nuovi, la scena è ampia ed ho notato che si intrecciano tutti gli uni con gli altri. Fanno tantissimi featuring, quasi non si capisce più un pezzo stia sul disco di uno, piuttosto che dell’altro con cui si è collaborato. Espressione di una volontà di base di fare gruppo. La grande differenza con noi è questa. Oggi i giovani artisti fanno gruppo, noi invece facevamo collettivo. Per questo, spesso, manca la consapevolezza della propria identità di classe. Nel complesso, però, sono positivo ed ottimista nei confronti della nuova generazione napoletana, sia musicale, che militante.

Addirittura, ieri c’erano più ventenni, che quarantenni alla Feltrinelli a Napoli alla presentazione del disco. Cosa significa? Non sarà per il featuring con Clementino? (Ridiamo)

Significa semplicemente che qualcosa sta cambiando. I giovani oggi hanno voglia di imparare, di confrontarsi, vanno alla ricerca dei contenuti. Siamo di fronte a una mutazione, non ho dubbi: non tanto nei gusti musicali, quanto nelle aspettative che si hanno nella musica, nella cultura, nella politica, nella società. Vent’anni non sono passati invano.

Ma oggi, nel 2014, dove è la Sinistra a Napoli, al Sud? Serve ancora seguire delle ideologie politiche o piuttosto bisognerebbe unire le forze sane per riscattare la città ed il meridione?

Per noi l’ideologia resta importante e ci sono nozioni da cui non possiamo separarci. Ma, detto questo, è certo che il nostro Sud, che ha una marcia in più, dovrebbe essere valorizzato anziché versare in queste condizioni di sfruttamento. Ogni classe del Sud, dalla più povera a quella dirigente, è vittima delle storture che derivano dall’Unità d’Italia. Unità che non è stata un’unificazione popolare, venuta dal basso ma che in realtà altro non è stata che un’annessione di uno Stato che ha perso da parte di uno Stato che ha vinto. Oggi assistiamo al colonialismo del meridione. Per fortuna ci sono anche i mezzi per comprendere e rifiutarsi di sottostare a certi poteri. Dico sempre scherzando che qui a Napoli affrontiamo bene la crisi perché siamo in crisi da 150 anni… È una battuta, ma poi sono convinto, oggi come vent’anni fa, che bisogna combattere per il nostro riscatto.

 Eugenia Conti

MASCALZONI LATINI / Auguri a Pino Daniele per i suoi 59 anni

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9 marzo, San Giuseppe e festa del papà. Ma c’è qualcuno di molto speciale che, oltre a festeggiare l’onomastico, compie anche gli anni in questa data. E’ Pino Daniele: 59 anni, di cui 40 dedicati alla musica.

Aveva appena 21 anni quando entrò a far parte, come bassista, di quella Napoli Centrale, che tanto ha segnato una generazione partenopea. Solo 22, invece, quando uscì l’album d’esordio: “Terra mia”, primo disco di un ragazzo innamorato della sua terra, delle sue radici, della sua cultura e che aveva voglia di gridare al mondo intero tutto il suo amore per la straordinaria città di Partenope. “Terra mia” sarà il primo di ventitre album, che l’artista inciderà durante il corso della sua lunga carriera.

Oggi, ci sembra giusto e doveroso celebrarlo. Pino, tanto amato dal suo popolo, vera icona musicale, col suo blues e col suo suo jazz. Propulsore col “Neapolitan Power”, assieme ad altri pilastri del genere come Tullio De Piscopo, James Senese, Toni Esposito, di una vera e propria corrente musicale, culturale e di pensiero.

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Ha 59 anni adesso e nonostante i problemi di salute passati, non vuole assolutamente abbandonare la colonna portante della sua esistenza: la musica. Infatti,  sorprende sempre con qualche nuova data esclusiva i fans, spaventati e preoccupati di non poterlo ascoltare più in live. E così dopo il grande successo del Palapartenope a Napoli durante le vacanze natalizie 2013/2014, c’è grande attesa per il concerto che Pino il prossimo 1 settembre 2014 terrà al Nord, nella lontana Verona, in quell’arena prestigiosa, palcoscenico di moltissimi artisti a livello mondiale.

Il concerto si chiamerà “ Nero a metà” e sarà tutto dedicato al terzo album del cantante, dall’omonimo titolo. Durante lo spettacolo, saranno protagoniste molte tra le sue canzoni più belle di sempre. Da “A me me piace ‘o blues”, a “Quanno chiove”. Per l’occasione, sul palco assieme a lui, salirà la band originale degli anni ‘80: l’immancabile James Senese al sassofono, continuando con Tony Cercola al bongos, Agostino Marangolo alla batteria, Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere ed, infine, Rosario Jermano alle percussioni. Oltre al gruppo storico, la performance sarà arricchita dall’aggiunta di ben cinquanta componenti dell’Orchestra Sinfonica “Roma Sinfonietta”, diretta dal maestro Gianluca Podio, che contribuirà a rendere il tutto ancora più magico.

Tutti in attesa, quindi, di “Nero a metà”, dove il nero sta a rappresentare l’anima artistica del cantante, riproiettata e rivissuta interamente nel suo sound così black, ma a metà perché Pino è mediterrano ed ancora legato al posto che gli ha dato i natali e lo ha reso la pietra miliare che è oggi. La sua e la nostra Napoli. Vaj mo, Pino. Auguri.

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Eugenia Conti

INTERVIEW WITH LUCARIELLO / Tutta la sua storia: dal Clan Vesuvio fino ad oggi

 

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Sulla scena musicale dagli anni ‘90, Lucariello è un rapper con profonde radici ancorate a Napoli, città che non ha mai abbandonato nel corso della sua carriera. Artista eclettico, certo non neutro, sempre pronto a denunciare le “storture” della società, già dal ’97, anno in cui fondò il suo gruppo storico Clan Vesuvio, cantava contro il potere costituito e l’Italia matrigna. Lo abbiamo incontrato nel backstage della Casa della musica, durante la tappa napoletana del “Mea Culpa Tour” di Clementino. Dietro le quinte, Luca guarda soddisfatto una nuova generazione dell’hip hop campano che cresce e che si fonde con i vecchi pilastri del genere come lui. Se ne sta quasi in disparte, con l’aria di chi, in quell’occasione, preferisce essere più spettatore, che attore. Tutti coloro che seguono il genere conoscono il suo lungo percorso: dal già citato Clan VesuvioD agli Almamegretta, concludendo con la carriera e gli album da solista, che sembra non voler smettere di “sfornare”. “Ho appena iniziato a lavorare a un nuovo disco, ma è ancora tutto in elaborazione, non c’è ancora qualcosa di pronto – ci racconta – ma posso dirvi che sto cercando di mettere insieme la caratteristica del mixtape, in cui ci saranno più voci”. Nei suoi occhi, mentre ascolta le esibizioni che si susseguono sul palco, si legge l’orgoglio di essere stato un’ispirazione per quella musica, che oggi è così seguita ed apprezzata da tutti.
Canti da quasi venti anni… chi ti piace di questa nuova generazione dell’hip hop campano?

Mi piace molto in generale la scena più giovane dell’hip hop campano: tutti i nuovi rapper che stanno emergendo, in primis Rocco Hunt. I ragazzi, oggi, a differenza nostra, hanno molta più possibilità di fare buona musica hiphop, perché loro sono già cresciuti con questo genere nelle orecchie. Mentre ai miei tempi, la massa ascoltava altra roba ed eravamo un po’ i primi a cimentarci. Non sono mai stato un purista, mi è sempre piaciuta una commistione del rap con altri stili. Già nel ’97, quando creammo il Clan Vesuvio e poi nel corso della mia carriera ho sempre mescolato il rap ad un genere più melodico, che richiamasse la sonorità delle antiche canzoni napoletane. Binomio che viene molto utilizzato anche oggi. Si pensi a pezzi come “O Vient” di Clementino o “Nu juorno buono” di Rocco Hunt. Penso che il rap campano, Old e New School, sia molto forte rispetto alla media nazionale.
Old e New… Che differenze noti nei rapper napoletani di ieri rispetto a quelli di oggi, sia musicalmente, che ideologicamente?
Nel mondo musicale di ieri c’era molta più attenzione tra i giovani rapper alla politica. In quel periodo il rap era strettamente legato al fenomeno dei centri sociali, centri di aggregazione molto forti, come Officina 99. Del resto il palco su cui mi sono esibito per la prima volta era un luogo di pura contestazione, l’habitat ideale per chi volesse fare questo tipo di musica. Oggi, invece, il primo palco di un ragazzo può essere quello di un locale, di un club. Attualmente, in ogni locale della città, in genere, c’è una serata durante la settimana dedicata all’hip hop, dove si fanno anche free-style. Oggi è diventato un fenomeno di massa. Molto ha contribuito il film di Eminem. Per la prima volta, con 8 Miles, sul grande schermo la realtà delle battle diveniva di dominio pubblico. Prima era una cosa veramente per pochi. Ora quando c’è l’esasperazione del genere diventa quasi un karaoke. Non dico di essere contrario alla diffusione del genere perché rispetto a ieri la scena è diventata molto più competitiva, ma gli aspetti negativi ci sono nel momento in cui l’hip hop si va a sciupare di contenuti. Oggi giorno, non vendendosi più tanti dischi quanto prima, trovandoci nell’era del web, ci sono gli sponsor che comandano anche a livello contenutistico. Il rap campano, però, tende sempre a non farsi limitare o censurare.

Rocco Hunt ha portato a Sanremo un pezzo che canta del riscatto del Sud, senza censure. L’hip hop campano moderno può essere ancora un mezzo di denuncia della realtà e di rivendicazione?

Si, riprendendo i vecchi “Cantastorie”, che raccontavano realtà difficili e si contrapponevano a quello che era il potere costituito, oggi l’hip hop può essere ancora un mezzo potente nelle mani di un Mc. I contenuti, poi, sono scelti da chi canta. Tanto puoi parlare soltanto delle parti basse di una donna, tanto puoi parlare di cose spirituali o politiche. In questo momento storico, i temi che sono legati alla situazione del Sud Italia sono presi in considerazione dall’hip hop e possono destare anche un certo interesse. Purtroppo, però, c’è anche molta strumentalizzazione dietro questo roba, non degli spunti concreti che possano smuovere veramente un popolo o delle coscienze. Sento molta retorica, sia in eccesso, che in difetto.
Invece, senza retorica, quale è il tuo punto di vista in merito alla situazione del Sud?

Partiamo dal fatto che scrissi un brano in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, dal titolo “I nuovi mille”. Col mio solito stile, volevo creare una provocazione sul tema. Come già avevo fatto nell’altro mio pezzo: “Cappotto di legno”, che parlava di Saviano, mi ero messo nei panni di un killer, sempre a fini provocatori. Nell’operazione legata a commemorare i 150 anni d’Unità d’Italia, il mio intento era quello di prendere in giro i festeggiamenti. Il messaggio della canzone, però, è stato un po’ travisato. Non è passata la provocazione agli occhi di tutti. Alcuni ci hanno visto, addirittura, la celebrazione. Cosa che non volevo assolutamente. Ritengo che per il Sud non ci fosse e non c’è proprio nulla da festeggiare.

Per te l’Italia unita è stata la tomba del Sud? Quando oggi Grillo ed il movimento 5 stelle arrivano a parlare di secessione la ritieni una giusta soluzione?

Al momento il Movimento a 5 stelle è l’unica realtà che sento vicina. Sebbene abbia grandi limiti e sia senza un’ideologia è la sola realtà che si salva nello scenario politico nazionale odierno. Secessione? Penso che sia necessario risolvere prima il fatto che siano stati uniti forzatamente dei popoli che parlavano lingue diverse, con modi di vivere, usanze, tradizioni completamente diversi e che c’é stata una disparità di trattamento per oltre un secolo e mezzo tra le due parti del Paese, a sfavore del Sud. Oggi, le Regioni, enti che potrebbero avere un ruolo potente ed una forte autorità contro il potere centrale, non sono in grado di gestirsi, di tirare fuori un’identità regionale vera. Quindi, va rivisitato il tutto e poi si potrà decidere in merito ad un’eventuale secessione. Certo è che non si può trattare una città come Napoli, come se fosse una delle tante città d’Italia. Napoli è storicamente una Capitale, una città con un suo fondamento, con una sua cultura leggendaria, da sempre importantissima per il resto di tutto il Meridione. Fin quando sarà discriminata, non si risolverà mai la questione meridionale.

Secondo te hanno colpe anche le istituzioni locali per la mancanza di attenzione alla centralità della cultura?
Le problematiche di Napoli sono le stesse che ha il mondo intero, ma solo perché accadono qui sono ingigantite di diritto. Comunque, la questione dei luoghi comuni non è solamente legata alla disattenzione alla centralità della cultura. Le istituzioni locali, pur avendo le loro colpe, secondo me, non possono fare più di tanto, rispetto a ciò che muove il governo centrale. Quindi non mi sento tanto di criticare più di tanto quello che stanno facendo adesso rispetto a quello che è stato fatto in passato. C’è una situazione molto complicata e questi problemi dovrebbero essere risolti a livello non solo locale. Ma finché siamo in una nazione come questa la vedo dura. Per non parlare dei mass-media nazionali che sono delle pattumiere. Speriamo che internet funga da ancora di salvataggio rispetto a quest’informazione così fuorviante. La disinformazione contro Tg, tv e media deve partire dal basso, da ognuno di noi.

Il contrattacco ai mass-media puó essere sferrato anche attraverso la musica?

Ovviamente. Credo non ci sia modo migliore. Il compito di un’artista è quello di raccontare storie, il proprio modo di vivere. La musica è arte, ti permette di dire ciò che vuoi, ciò che senti, anche cose forti e dure. Bisogna far attenzione a non dare messaggi sbagliati, dato il nostro ruolo pubblico, ma non bisogna mai fingere di essere dei modelli, erigersi ad esempi di moralità o censurarsi in alcun modo… La musica é verità!

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH SANGUE MOSTRO / L'unica scuola da seguire è la True School. Così nasce CuoRap

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Ekspo, Ale Zin, Speaker Cenzou e Dj Uncino. Nomi che gli appassionati del genere hip-hop non possono non ricordare. Quattro artisti partenopei storici, con radici lontane, ex componenti di gruppi  epici come i 13 Bastardi, che hanno creato la storia del genere rap a Napoli, quando questo tipo di musica era ancora un fenomeno di nicchia, “underground” e non un fenomeno di massa, come oggi. Ma i quattro, non ancora appagati da venti anni di carriera sulle spalle, con esperienze anche come solisti, decidono di reinventarsi, di ricrearsi, di evolversi: i Sangue Mostro nascono così. Dove il sangue allude palesemente a quello del miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro, messaggio di speranza e di magia per tutti i devoti. Un miracolo sia per i veri e propri fedeli, che per coloro che, semplicemente, vogliono crederci, inteso in una dimensione non meramente religiosa, ma piuttosto tradizionale e popolare.

“Il miracolo di San Gennaro è parte integrante della nostra cultura, ci crediamo in quanto napoletani, non in quanto cattolici o cristiani”, ci racconta Ekspo nel backstage del Palapartenope, in occasione della tappa napoletana del Mea Culpa Tour del collega Clementino. Li abbiamo conosciuti li i quattro pilastri del rap campano, vestiti con i loro felponi ed i “cazoni” larghi cascanti, completando il look da Mc con il tipico cappellino a visiera con su il proprio logo. Sembrano proprio i writer di una volta, quelli che con le bombolette “imbrattavano” di street-art i muri della città. Old School nell’anima, hanno l’aria saggia di chi ha vissuto e ne ha tante da raccontare, come di chi sa di essere il maestro, ma non per questo diventa meno umile o simpatico.

Ekspo, infatti, detto ‘O Tedesc, per gli amici Sandrone, scherza tutto il tempo con Speaker Cenzou dietro alle quinte, in attesa dell’esibizione sul palco. Canteranno, di li’ a breve, “Rinascimento”, il brano featuring la Iena, estratto dal loro recentissimo,“CuoRap”. Dodici mesi fa, avevano dichiarato: “Stamm’ arrivann!” e, dopo un anno di distanza, il disco, attesissimo da fans e cultori della materia, finalmente è uscito. Noi li abbiamo intervistati per voi.

E finalmente è CuoRap. Cosa rappresenta l’uscita dell’album in questo momento della vostra vita e dopo un lungo percorso artistico. I Sangue Mostro chi sono oggi?

In quest’album abbiamo voluto comunicare e riportare un messaggio che partisse dal cuore: il nostro batte per la musica rap. Quindi Cuorap. Dopo venti anni di carriera, in cui ognuno di noi ha percorso la propria strada con deviazioni diverse e, a volte, intersecate, volevamo descrivere oggi al meglio ciò che è stata la nostra crescita sia personale che artistica. Il disco è una sorta di rhyme-book fotografico, dove ogni fotogramma rappresenta un tassello della nostra vita. E’ un lavoro più maturo. Alterniamo le canzoni di puro “pariamento”, a quelle riflessive. Non c’è solo spensieratezza ma c’è anche la visione di persone ormai adulte che si pongono amari dubbi, domande. Lo abbiamo creato dando voce oltre che alla nostra anima, anche alla nostra città. Perciò, ci siamo espressi in napoletano, cioè nella maniera più naturale, viscerale ed a noi consona. Una dedica a Napoli, insomma.

Voi per Napoli siete i pionieri, i padri di un genere. E Napoli per i Sangue Mostro perché è motivo di dedica?

Perché è una città che si può anche lasciare, ma mai abbandonare. Anche se, ad esempio, per causa di forze maggiore, un domani si dovesse partire verso altri porti, alla ricerca dei famosi tre punti, possiamo metterci la mano sul fuoco che, dopo, sicuramente, faremmo ritorno qui a casa e con la vittoria in tasca. Napoli è la nostra terra è tutto e non potevamo non usarla come fonte di ispirazione per i brani di CuoRap.

Brani come 71, primo estratto da CuoRap, feat. Francesco Villani, ha per ispirazione Napoli?

A chi è rivolto questo numero della tradizionale smorfia napoletana, ragazzi? (ridono).  Per i lettori che non lo sapessero, il numero 71 nella smorfia napoletana rappresenta “l’omm ‘e merda”, cioè una persona senza scrupoli, meschina ed arrivista. Ed ora, per rispondere rigiriamo la domanda. Chi non ne conosce almeno uno di 71? Nel pezzo, analizziamo vari casi e menzioniamo i comportamenti, gli usi ed i costumi del perfetto “gentlemerd”. Non è rivolto a qualcuno in particolare. Diciamo che, come nel galateo del Monsignor Della Casa, questo brano elenca un po’ le regole dell’ineccepibile personaggio in questione, con la collaborazione del bravissimo Francesco Villani.

CuoRap è ricco di collaborazioni con artisti e colleghi rapper napoletani. Ritenete che l’hip hop campano rispecchi più la vera essenza del genere rispetto a quello italiano?”

Si, sul disco ci sono featuring con tantissimi amici e colleghi. Da Clementino, a ‘Ntò (ex Co’ Sang), da ‘O Zulù dei 99 Posse, a Valerio Jovine. In “Napoli pt.3”, poi, c’è buona parte della vecchia e nuova scuola della nostra città (nomi del calibro de La Famiglia o di Kimikon Twinz). In questo momento storico, a noi più che fare una distinzione tra Old e New School, ci piace molto più “classificare” ed identificarci in quella che è la vera scuola. E tutti gli ospiti presenti in “CuoRap” sanno di fare parte della “True School”. Detto questo, il concetto di True School non appartiene solo alla Campania. Dipende certamente da un fattore di appartenenza locale, ma è anche un’astrazione del tutto individuale, che caratterizza l’essere. Diciamo che, però, qui a Napoli c’è una lista lunghissima di mc bravi, vecchi e nuovi. La scena rap attuale partenopea è vivissima e c’è un perfetto intreccio tra le diverse generazioni. Commistione non sempre facile, ma che noi riusciamo a realizzare: perché facendo tesoro del passato, non ci limitiamo a quello, ma tendiamo sempre al futuro ed al nostro miglioramento.

Quindi, non preferite etichette come Old e New School, anche se il rap di oggi è accusato di diventare sempre più commerciale?

Ci piace pensare al panorama rap odierno come un grandissimo supermercato dove al suo interno puoi trovare varie marche nei diversi scaffali con i prodotti che più soddisfano ogni singolo ascoltatore. Ad esempio, puoi trovare una bottiglia di ottimo Lacryma Christi ed allo stesso tempo un Tavernello in tetra pak… Dobbiamo aggiungere altro?

Scoppiano a ridere sonoramente, lasciando questo quesito nella mente dei lettori. Nell’immaginario Market del Rap i Sangue Mostro si identificheranno con l’eccellente bottiglia di Lacryma Christi del Vesuvio? Noi, riconoscendo il primato dell’hip hop campano, diciamo di sì… A voi non resta che ascoltare CuoRap!

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH THE RIVATI / Quando la Black music si sposa col Neapolitan Power

therivati

Funk, soul e blues napulitani uniti alla black music africana: è una mescolanza di sound quella dei  TheRivati, derivanti appunto dall’influenza di più generi. Paolo Maccaro, nolano classe ’85 e Marco Cassese, napoletano classe ’82, sono l’anima e le voci di questo progetto nato casualmente ed all’improvviso, come ci spiegano subito.

“Da sempre entrambi scrivevamo testi e componevamo basi. Un giorno guardando Mtv Day e rendendoci conto di tutta la spazzatura musicale commerciale che c’era in circolazione, ci siamo detti: Proviamoci! Abbiamo trovato una band e creato i TheRivati, supported By San Gennaro.”Dopo l’album di esordio “Chiù ner ra midnight”, a fine 2013 è uscito “Black”, secondo lavoro del gruppo.

TheRivati supported by San Gennaro. Qual è il legame con San Gennaro, oltre che santo, icona di Napoli?

Sicuramente è un simbolo emblematico. Con San Gennaro abbiamo un rapporto d’attesa, da lui aspettiamo il miracolo. E poi era l’unico disposto a sponsorizzarci, tanto è che l’abbiamo scelto come icona del nostro logo. È indiscusso il valore che il Santo rappresenta per ogni napoletano: per tutti, una fonte di ispirazione.

Nel vostro ultimo album: Black, avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano. Cosa significa per voi?

Abbiamo scritto in passato anche pezzi in italiano, ma è il napoletano la nostra vera lingua. Sembra essere fatta apposta per essere tramutata in musica. È piacevole e melodica. Ci capita di scrivere le parole di un testo in napoletano e di immaginarne immediatamente dopo la melodia sotto, come se prendesse magicamente forma da sola. Insomma, è una lingua unica. Ed è da stupidi essere artisti napoletani e non utilizzare la propria lingua, visto che abbiamo la fortuna di conoscerla e di poterla utilizzare per portare avanti un percorso culturale.

Il vostro genere spazia dal funk al blues. Intendete rilanciare una scena partenopea black attuale sulla scia del Neapolitan Power?

Sì: la black music è un incontro tra funk, blues e soul. Oggi, richiamando il Neapolitan Power, cerchiamo di riproporre una scena forte per questo genere a Napoli. Oggi, la musica black partenopea è una realtà ancora non affermata o seguitissima, come poteva esserlo in passato, negli anni ’70.  E nemmeno è un fenomeno di massa come sta accadendo per l’hip hop in Campania negli ultimi anni. È più un fenomeno di nicchia, che stiamo cercando di fare arrivare a tutti.

“Black”, album 100% napoletano. Quali le tematiche?

Il titolo Black è un omaggio al genere che trattiamo, ovviamente, alla musica afro-napoletana. Un filo diretto di collegamento che va da Napoli, ai ritmi africani. Le tematiche trattate vanno dal sesso, all’amore non corrisposto, a temi più impegnati come l’emigrazione della nostra gente. Esperienza che ci ha toccato direttamente, che abbiamo vissuto in prima persona visto che siamo stati costretti a trasferirci entrambi a Roma per nove anni. Ora che il nostro progetto è in espansione, siamo tornati qui nella nostra terra. Precisamente, a Cimitile, nell’agro-nolano, al centro della Terra dei Fuochi.

Avete pensato di scrivere qualcosa sulla terra dei fuochi o per sfatare i luoghi comuni su Napoli e i napoletani?

Sulla terra dei fuochi abbiamo deciso di “non uniformarci” ad altri. In futuro si vedrà perché riconosciamo che sicuramente è positivo che se ne parli. Basti pensare al giovane Rocco Hunt che, qualche giorno fa, ha portato la tematica a Sanremo, vincendo per giunta. Possiamo anticipare, però, che nel nostro prossimo disco a cui già stiamo lavorando ci sarà un brano contro le brutte etichette con cui Napoli viene sempre contraddistinta. La massa deve sapere che Napoli non è peggio di Torino, di Milano. Oggi, purtroppo, sembra una gara a chi sparla di più della città. Ma tralasciando tutte le battute ed i tanti luoghi comuni su Napoli, per ultima la polemica sanremese con la Littizzetto e la Gialappa’s, riteniamo che qui ci sia un problema oggettivo, quello della Terra dei Fuochi, da risolvere assolutamente. Certo, la musica può essere un ottimo megafono per urlare la voce di molti. Deve essere il faro da cui farsi dirigere.

Progetti presenti e futuri?

Abbiamo composto la colonna sonora del nuovo film “La legge è uguale per tutti”, con la regia di Ciro Ceruti e Ciro Villani, che sarà nelle sale da oggi. Stiamo collaborando con vari artisti, tra cui Clementino per dei featuring nel suo nuovo disco e mentre continua la promozione di “Black”, abbiamo cominciato a lavorare anche ad un nuovo nostro disco, che uscirà tra qualche mese.

Eugenia Conti