FESTIVAL DI SANREMO 2014 / Domani tocca a Rocco Hunt: un appello per difendere la Terra dei Fuochi

ROCCO-HUNT a sanremo

“La strage dei rifiuti, L’aumento dei tumori, Siamo la terra del sole, Non la terra dei fuochi!” Rocco Hunt, domani, canta a Sanremo, in un’edizione del tutto scarna e ingenerosa con il Sud. E canta un brano intriso sì di denuncia, ma anche di speranza e soprattutto di voglia di riscatto per la propria terra.

Un inno che difende un Sud, sputtanato gratuitamente anche sul palco di Sanremo, come accaduto ieri, durante la prima serata.

La musica, a Sanremo, però, domani cambia: il rapper salernitano Rocco Pagliarulo, detto Rocchino, vuole rompere proprio questi schemi. Nonostante i suoi soli 19 anni, venendo da una realtà difficile, ha già molto da insegnare, anche all’immarcescibile coppia Fazio-Littizzetto. La sua scelta di vita e di artista, infatti, è quella di usare la sua voce come megafono di tutte le voci del Sud, per cantare contro il sistema, raccontando la nostra verità “collettiva” attraverso il suo brano. “Nu juorno buono”, in gara nella categoria giovani di questa 54esima edizione del Festival.

È una delle otto nuove proposte di quest’anno. Assieme a lui sul palco saliranno: Diodato (Babilonia), Filippo Graziani (Le cose belle), The Niro (1969), Veronica De Simone (Nuvole che passano) e Zibba (Senza di te). Bianca (Saprai) e Vadim (La Normalità). Un’edizione, quella del 2014, cominciata in maniera movimentata, con un gesto disperato che dovrebbe far riflettere tutti.

Durante il monologo iniziale di Fazio, infatti, due operai del Consorzio del bacino di Napoli e Caserta sono riusciti a salire, attraverso uno stratagemma, sull’impalcatura dell’Ariston e da lì hanno minacciato di buttarsi giù, se il presentatore non avesse letto pubblicamente una loro lettera.

Fazio, costretto dalle circostanze, ha letto: “Siamo più di 800 operai, non riceviamo lo stipendio da mesi e così sarà per i prossimi mesi. In un anno sono già avvenuti tre suicidi”. 

Un gesto che ha fatto reagire subito Rocco Hunt: “Rapperó per due persone in più. Il mio rap è anche per loro e per tutti gli altri operai. Lo dedico a tutti i lavoratori del Consorzio del bacino di Napoli e Caserta. Li comprendo benissimo. Mio padre è il primo che lavora in una cooperativa e so cosa significa ricevere lo stipendio una volta ogni sei mesi. Con questa mia canzone voglio cercare un cambiamento concreto. Se lo meritano i precari, i disoccupati, tutta la mia gente, la mia terra. Arriverà ‘o juorno buono!”

E con questo messaggio pulito e fiducioso, espressione di un rap positivo, di denuncia e che rispecchia la vera essenza del genere, noi stasera facciamo il tifo per te, Rocchì. Sei l’unico che può difendere Napoli dallo sputtanamento continuo, da quel palco. Perché “questo posto non deve morire, La mia gente non deve partire, Il mio accento si deve sentire” non siano solo note sanremesi ma un modo di vivere Napoli e il nostro Sud.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH O IANK FUOSSERA / Il nuovo singolo "Terra nostra" per difenderla con l'impegno e la musica

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O’ Iank Fuossera, il Bianco dei Fuossera: questo il nome d’arte di Giovanni De Lisa. Il rapper partenopeo, storico componente della band Fuossera è un meridionalista vero, proveniente da Napoli Nord, quella difficile periferia, troppe volte, però fenomeno di spettacolarizzazione in negativo. Gianni e la sua band, dal 1998 (anno della loro formazione) hanno cercato di raccontare nel modo più autonomo possibile e originale le vicissitudini e le problematiche del loro quartiere.

O’ Iank, Peppe J one e Sir Fernandez, nei loro pezzi, hanno sempre offerto degli spaccati interessantissimi sulla società in cui sono nati e cresciuti: Piscinola. Padri dell’hip-hop campano, assieme agli amici fraterni Co’ Sang, con cui hanno collaborato numerosissime volte, i Fuossera hanno rimarcato nelle loro liriche la ferocia del sistema, sia criminale, che istituzionale. Ma specie nel cuore di Giovanni, negli ultimi anni, si è sviluppato sempre più l’animo brigante. E’ cominciata a crescere in lui la rabbia, la voglia di riscatto per la propria terra, l’odio verso un tricolore che rappresenta solo il simbolo della rovina del Sud. È aumentato a dismisura l’amore per la sua Capitale, Napoli e così il cantante ha deciso di intraprendere la carriera da solista. ‘O Iank denuncia tutto il suo dissenso verso lo Stato italiano in canzoni come “Biancoazzurro”, unici colori in cui si riconosce, ovvero quelli della sua città, regina del Regno delle Due Sicilie, oppure in “1.2.1.3”, numeri cifrati che compongono la sigla ACAB. Fino ad arrivare al suo ultimo brano, “Terra nostra”, un inno per il meridione, fuori da qualche giorni e che anticipa il suo prossimo disco in uscita nel 2014.

 

Gianni, quando hai deciso di scrivere “Terra Nostra” e qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questo testo?

Sono solito seguire molto da vicino tutto quello che accade a Napoli ed al Sud da molti anni ormai. Ho troppe cose da dire riguardo alle condizioni ed agli abusi del nostro mezzogiorno. Infatti, in ogni mia canzone, non posso evitare di mettere almeno un accenno sulla nostra terra, anche se si tratta di un classico pezzo skills rap. Il testo di “Terra nostra” l’ho scritto nel febbraio del 2012. È stato uno sfogo, messo nero su bianco, in una notte in cui mandavano in tv il solito servizio su Scampia e lo spaccio di droga. Un servizio di sciacallaggio puro, dove veniva sputato veleno e venivano messe in vetrina le solite cose negative, che non portavano a niente. Allora ho sentito il bisogno di trasmettere tutta la mia rabbia e la mia tristezza nel vedere la mia terra stuprata ed offesa. Ma sottolineando anche che qui, oggi, stiamo prendendo coscienza di chi siamo. E’ una fase in cui sappiamo da dove veniamo ed a chi apparteniamo. Il messaggio è quello di andare alla radice per cercare di tagliarla se il frutto è marcio, di conoscere il perché dello stato di cose che ci circonda, per poter andare incontro al reale cambiamento del Sud.

E la musica che ruolo gioca per andare incontro a questo reale cambiamento?

La musica è molto importante perché è un mezzo che arriva rapidamente ai giovani. Quindi, se una gran parte di questi ultimi apprende il messaggio che si vuole trasmettere, poi lo metterà in pratica in maniera naturale. Prendo come esempio i Sud Sound System, che sono riusciti ad arrivare ad un pubblico vastissimo. Loro cantano: “La terra tua amala e difendila”, ne “Le radici ca tieni”. Questa canzone è stata recepita tantissimo dai giovani. E infatti in Salento c’è un’attaccamento radicato alla propria identità. I salentini hanno un grande senso di appartenenza alla propria terra. Logicamente se, invece, l’artista nei videoclip si mette i medaglioni d’oro, sfreccia a bordo di BMW, con donne ammiccanti, con le chiappe da fuori o se usa terminologie legate alla malavita, sta portando acqua al mulino della distruzione. Inevitabilmente, nel ragazzino attaccato a youtube, comincerà a nascere la convinzione che quel bel culetto ed il macchinone non potrà mai averli facendo un lavoro umile ed onesto. Quindi, comincerà a sdegnare le sue origini.

Le tue origini, invece, sono l’essenza della tua musica. Lasceresti mai la tua terra?

Come ben si può capire le mie origini influenzano totalmente la mia musica, sia nei testi che nella composizione. Non voglio andare via dal Sud, ma sicuramente non riconosco l’Italia come la mia nazione. Quando dicono che al Sud siamo africani è un grande complimento per me. Gli africani sono un popolo evoluto spiritualmente, questi italiani, invece, pensano solo a come devono vestire il loro cane/topo, mentre si fanno le foto da soli con lo smartphone. Cellulare che gli avrà regalato il fidanzato, che lavora in un’azienda, grazie alla raccomandazione dello zio deputato alla Camera.

Dunque, quanto è difficile essere un’artista?

È sicuramente difficile essere un’artista al Sud. In primis mancano le strutture ed oggi, per quanto concerne la musica, si è creato tutto un giro intorno a Milano, che segue una logica precisa. Logica secondo la quale, se un cantante non si butta nel calderone degli “accattoni” nella “città del business”, non va da nessuna parte. Io sono felice di fare le cose come voglio e non me ne frega un cazzo di partecipare alle serate mondane o alle sfilate di chi “lecca” di più dell’altro. Oggi ho quasi paura di mostrare stima verso un altro artista, perché ormai, anche nell’hip hop, tutti sanno che devono mostrarsi dei fratelloni fingendo un quasi amore per poi ottenere qualche seratina in cambio o qualche featuring a costo zero. Il mondo della musica odierno è autentico quanto una banconota da 7 euro, con cui poi “il rapper Made in Italy del momento”, pipperà cocaina.

Dunque, per quest’ipocrisia del mondo rap, hai dichiarato di voler lasciare la scena musicale dopo l’uscita del tuo prossimo ed ultimo album? Di cosa parlerà?

Si, come ho scritto nel mio comunicato ufficiale, abbandono la scena. Finiró il mio album da solista e nel frattempo faremo uscire con i Fuossera una serie di videoclip per celebrare i nostri 15 anni di carriera (già ne è uscito uno, intitolato “Mani in alto”). Il mio disco non sarà altro che un viaggio nella mia sensibilità. La sensibilità ti fa sentire le cose in maniera più chiara, è un amplificatore. Ho composto tutte le musiche con i Dualizm (Alessandro Estranea e Raffaele Marzano), che hanno avuto la pazienza di stare con me chiusi in studio per settimane intere, riuscendo a creare proprio quello che volevamo. In questo cd ci sarà tutto quello che sono e tutto quello che ho e mi rappresenta. Ci saranno l’identità, la mia città: Napoli, “capitale dell’orgoglio, nella repubblica dello scuorno”… Insomma, la nostra terra.

Eugenia Conti

NANDU POPU PROF PER UN GIORNO / Incontro con gli studenti del Liceo di Cisternino

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Essere un cantante dovrebbe significare trasmettere messaggi forti alla gente attraverso quel canale privilegiato che è appunto la musica. Nandu Popu dei Sud Sound System ne è il modello. Da sempre, infatti, canta l’amore per la sua terra, insieme a Don Rico e Terron Fabio. Stesso amore che l’ha portato a cimentarsi nelle vesti di scrittore ed a scrivere il suo primo libro, “Salento fuoco e fumo”. Per lui, affrontare le problematiche della sua terra è una vera e propria mission di vita.

Così, dopo l’uscita del libro “Salento fuoco e fumo”, avvenuta lo scorso anno, Popu ha deciso di presentarlo anche nelle scuole per divulgare le verità in esso contenute, spesso sconosciute agli studenti: inquinamento, ecomafie, emigrazione, perché per i Sud Sound System sono proprio loro, i giovani l’unica possibilità di rivoluzione.  È questo il primo punto illustrato da Nandu Popu, (introdotto simpaticamente dal suo speciale fan numero 1 Francesco Di Carolo, per tutti Caymano, nella conferenza tenutasi ieri mattina a Cisternino (BR), presso il Liceo Polivalente “Don Quirico Punzi”.

Nandu si rivolge ai ragazzi dicendo di “uccidere”, freudianamente parlando, i genitori. È necessario scardinare mentalità e luoghi comuni, scoprire le verità che ci hanno portato a questo stato di cose, fare meglio delle precedenti generazioni.

Due sono le storie che racconta ai ragazzi, tutti attentissimi e interessati. La prima è quella del salentino Mattia, figlio di ricchi borghesotti, con un papà da sempre in politica in un partito del centro sinistra. Questo ragazzo, dopo aver scoperto tutte le irregolarità commesse dal padre ed inorridito da quel benessere economico familiare ottenuto attraverso il furto di denaro pubblico, decide di ripartire da zero. Si trasferisce in Svizzera e si impiega come lavapiatti, rinunciando così ad una vita di agi assicurati, ma felice della sua integrità morale.

La seconda storia é, invece, quella del figlio di un proletario di una fabbrica pugliese. Il padre, in punto di morte, a causa di un cancro epatico, toccato a quasi tutti gli operai di quello stesso stabilimento, dice al figlio che, come eredità, intende lasciargli il suo posto di lavoro. Quest’ultimo rifiuta sconvolto e decide di emigrare, lontano dagli affetti, dal resto della famiglia, ma anche lontano da una sorte certa: la stessa del padre.

“Oggi qualcosa sta cambiando. C’è voglia di riscatto, di ribellione, desiderio di non essere schiavi dello stesso padrone – afferma Nandu – Bisogna unire le forze per riprenderci la nostra terra.”

Da qui il discorso si sposta sulla storia. Il Sud da 150 anni a questa parte è una colonia del Nord e come se non bastasse è stata inculcata nelle menti di molti meridionali la falsa teoria della superiorità dei settentrionali. Una bugia ripetuta per un secolo e mezzo, a cui in molti hanno creduto.

L’invito di Nandu è di  ripensare alle nostre origini, alle “radici ca tenimu”.

Il ragionamento cade su Taranto, “già grande colonia della Magna Grecia, terra di fiorente cultura, ricca di storia. Ed oggi? Ne parliamo solo per l’Ilva, per l’inquinamento. L’antico splendore della città è stato tramutato in orrore. Taranto, oggi, è lo scenario di un genocidio. Si conta un malato di tumore ogni 18 abitanti, il 65% delle donne è infertile e c’è un tasso di mortalità infantile altissima”.

In aula è commozione generale. Ma c’è tempo per un ultimo racconto, quello sull’associazione tarantina “Ammazza che piazza”, che, tra le sue iniziative, organizza flash-mob. I ragazzi, giovanissimi, armati di zappe e sementi, piantano fiori per la città, con lo scopo di sconfiggere il brutto attraverso il bello. 

Infine un elenco delle sue battaglie, con i No al Carbone di Brindisi, con i No Tap e appena un riferimento all’ambito musicale, ma analizzato sempre in una chiave storica.

I Sud Sound System nascono tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni’90: “La musica – spiega Nandu – in quel momento era per alcuni anche una via di fuga dal boom dell’eroina. All’epoca, quella droga era un vero fenomeno di massa, uccideva ripetutamente ed era difficile riuscire a sottarsene. Noi sentivamo l’esigenza di sperimentare qualcosa di nuovo, di creare un genere diverso. Così avviene l’incontro tra la jamaican reggae music e la Taranta”. 

Ma quale è la vera origine della Taranta? Nandu ci permette di scoprirlo. “Le tarantate erano donne salentine che, nel ‘600, andavano a lavorare in campagna. Li nei campi, erano, spesso, costrette a subire le violenze sessuali del loro padrone, vittime di una società in cui costituivano l’anello debole della catena, buone solo a riprodursi. Quindi, venivano stuprate brutalmente e non potevano neanche gridare la loro disperazione ad alcuno. Affogate totalmente e silenziosamente nel proprio dolore, avevano un’unica valvola di sfogo: la danza. E così nasce quella ballata convulsiva e tormentata”.

Una mattinata diversa per i ragazzi del liceo di Cisternino che si conclude con un augurio di Nandu per tutti gli alunni: “Siete voi la speranza per il futuro. Informatevi, leggete la cronaca, denunciate. Cercate di non abbandonare la vostra terra, ma di trovare il modo per sfruttarla e valorizzarla. Risvegliate le coscienze!”

Eugenia Conti

ARTISTA PASIONARIO / A Nandu Popu il premio annuale del Sing per l'impegno sul territorio

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L’annuale premio pugliese “Arte, sport e territorio”, assegnato dall’oratorio S.I.N.G., durante la tradizionale festa in onore di San Giovanni Bosco, per questo 2014 spetterà ad una delle voci e personalità più belle del territorio, Nandu Popu dei Sud Sound System.

Fernando Blasi sarà premiato il prossimo 31 gennaio ad Oria (BR), oltre che, per il talento vocale ed il successo musicale, soprattutto per la sensibilità e l’impegno mostrati nei confronti della sua terra, il Salento. Terra che difende con le unghie e con i denti, senza perdere mai occasione di denunciarne i soprusi che subisce, sia attraverso i testi delle canzoni, sia durante i live, che nella sua prima esperienza da scrittore.

“Salento fuoco e fumo”, infatti, è il libro in cui Nandu racconta e svela ai meno informati amare verità sulle ecomafie, sugli imbrogli legati allo smaltimento dei rifiuti in Salento, senza far mancare le dettagliate descrizioni dei luoghi e delle tradizioni, raccontate da lui con amore, in sella ad una bicicletta.

Nandu Popu, col suo contributo, ha il grande merito di aver sensibilizzato una gran fascia di persone sulle problematiche ambientali di oggi, sulla drammatica questione dell’inquinamento, oscura ai più, e di aver approfondito tematiche non sempre conosciute. A differenza di tanti altri, ha dimostrato di essere un’artista che scende in campo in prima persona, che non sa restare in silenzio di fronte alle ingiustizie e che incita tutti a lottare come lui.

Tanto è che quest’anno ha condiviso le battaglie dei “No al carbone”di Brindisi, di “Greenpeace” e si è fatto portavoce di ogni istanza che tutelasse il Sud.

Roberto Schifone, presidente dell’oratorio e responsabile regionale del Movimento per l’infanzia, afferma la sua soddisfazione nel premiare proprio questo cantante, definendolo un grande ambasciatore della regione Puglia. Nandu il Sud lo ama tutto ed un riconoscimento che fosse un connubio tra arte ed azione sul territorio non poteva non andare a lui.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH LA MASCHERA / L'emergente blues band napoletana spopola con la sua "Pullecenella"

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I vicoli sono quelli del centro storico di Napoli, Pignasecca, Montesanto, Spaccanapoli, dove ogni pietra racconta di arte e poesia, folklore e storia, miseria e nobiltà. E’ qui che la band emergente dai connotati blues “La maschera” ha ambientato la clip di “Pullecenella“, il loro primo singolo, che ormai sta spopolando ovunque, dalle radio al web e persino dagli schermi televisivi delle metro, della circumvesuviana e della circumflegrea, che passano a loop le immagini girato dal regista Enzo Caiazzo, che su youtube hanno superato le 27mila visualizzazioni.

I Pulcinella’s boysRoberto Colella, voce, chitarrista e tastierista,Vincenzo Capasso, trombettista, Eliano Del Peschio, bassista, Marco Salvatore, batterista, Roberto Guardi, percussionista ed Alessandro Morlando, chitarrista solista – oltre a riscuotere consensi nei molteplici live in cui si stanno esibendo, a marzo – pur senza il sostegno di un produttore – lanceranno il loro primo album. Ne parliamo con Roberto, voce e anima della band. “La maschera nasce per un incontro casuale tra me e Vincenzo, il trombettista. Da subito abbiamo notato una certa affinità tra i suoni della sua tromba e quelli della mia voce e chitarra. Così, abbiamo messo in piedi questo progetto e formato la band attuale”.

Perché “La Maschera”?

Ci siamo ispirati alla maschera per quella sorta di dualismo che nasconde, ma anche perché attraverso i testi delle nostre canzoni vogliamo smascherare la realtà, valorizzando però il legame con una certa tradizione teatrale napoletana, dove il ruolo della maschera è pregnante. Non a caso, il primo singolo che abbiamo lanciato è “Pullecenella”, ha per protagonista un personaggio assolutamente teatrale e che richiama alle tradizioni, alle origini, che noi però proponiamo in chiave moderna.

Pulcinella ha un forte legame con l’identità partenopea. Per voi cosa rappresenta?

Pulcinella è la maschera di Napoli, profondamente legata alle sue radici. Ma non è solo un personaggio divertente: ha anche connotati negativi e vizi, tra cui quello dell’alcool. Allo stesso tempo, però, rappresenta la spensieratezza e la voglia di fare tipica del napoletano. Il Pulcinella della nostra canzone, poi, punta il dito sulla mancanza di comunicazione che c’è oggi tra i napoletani e, forse, tra le persone in generale. Nel brano, Pulcinella canta e balla lungo la strada per allietare i pensieri dei passanti e per alleviargli la giornata: eppure nessuno gli dà ascolto. “Io me ne vac’ pa strada mia, tant’ cchiù nera ra mezzanotte nun può venì” è la sua risposta. Insomma:  non lotta, non cerca di affermarsi, preferisce andarsene. Per noi è la metafora dell’annullamento dell’azione collettiva, della mancanza di ribellione e dell’interessarsi soltanto all’individualità. È un’allegoria della società moderna, riferita sia a Napoli, che al meridione. L’ abbiamo resa, però, in una chiave più leggera perché spesso la leggerezza può dare un trasporto maggiore al messaggio. Pulcinella è insomma, ieri come oggi, metafora di Napoli, città dalle mille contraddizioni che, nonostante le incessanti angherie, risulta impossibile da odiare: città che prende continue batoste, ma che si rialza sempre, città in cui, purtroppo, a causa dello sputtanamento mediatico, si parla solo delle cose brutte e le cose belle finiscono nel dimenticatoio.

“Pulecenella” è estratto in anteprima dal vostro primo disco in uscita a marzo. 

Sì,  a marzo uscirà l’album “‘O vicolo ‘e l’ alleria”, un titolo tratto proprio dal testo dalla canzone Pulecenella, nella parte in cui dico:”Vien’ cu’mme, t port int’ o vicolo ‘e l’alleria”. La speranza è che tutti i napoletani possano trovare questo vicolo, posto astratto in cui regna la felicità, il benessere, “l’alleria”. Ma il nostro sarà un disco anche di denuncia sociale: ad esempio ne “Il ballo del potere”, ci chiediamo come sia possibile vivere la vita che vogliamo veramente visto che siamo già dei burattini nelle mani del potere. Ci sarà spazio ovviamente per brani più leggeri, ma prevalentemente ci saranno più pezzi impegnati, ma apolitici ed apartitici. Ma soprattutto antisistemici: il Sistema lo combattiamo e non facciamo parte di nessuno schieramento.

Siete almeno dell’idea che l’ unico schieramento possibile sia quello a favore del Sud per un suo futuro riscatto?

Assolutamente si. Già con la nostra musica ci schieriamo a favore di un Sud che va valorizzato. La musica può risvegliare le coscienze delle persone e può creare quello svago che fa anche riflettere. Quindi il  connubio è perfetto. Ma naturalmente la sola arte non puó bastare per risollevare le sorti del mezzogiorno anche se è un ottimo veicolo di consapevolezza. Di certo, per poter guardare al futuro, bisogna ricordarsi sempre del passato e, soprattutto, di tutte le cose negative che noi meridionali abbiamo subìto, per evitare che ci riaccadano un domani.

Nel nuovo cd c’è anche un brano per la terra dei fuochi, da cui provenite?

Noi veniamo dalla periferia Nord-est di Napoli, da Chiaiano, Mugnano e, perciò siamo in piena terra dei fuochi. Il brano si chiama “Gent’e nisciun” e lo abbiamo scritto con la compagnia teatrale di Raffaele Bruno, che si occupa della parte recitata. Per noi la periferia è un valore aggiunto alla città ma trattare il tema dell’inquinamento delle nostre zone era il minimo: amiamo le nostre origini, la nostra terra, dovevamo farlo.

Le vostre origini influenzano a che punto il vostro lavoro artistico?

Tantissimo. Nel momento in cui scrivo una canzone sento forte il legame con quello che mi sta intorno. Credo anzi che le nostre canzoni non potrebbero parlare di altro. Scrivo prediligendo il napoletano, che peraltro ha una musicalità ineguagliabile. Nel cd i brani in italiano saranno giusto un paio. Una scelta, quella della lingua napoletana, che rimarca ancora di più il nostro senso di appartenenza. Prima di iniziare questo progetto avevo pensato alla possibilità di andare fuori: invece non accadrà, ho capito che voglio restare a Napoli, non voglio andarmene mai, perché andar via è una mossa da vigliacchi, specie se sei un artista.  Sì, ho capito che restare è necessario: se senti di aver qualcosa da dire e senti che le persone possono capire il tuo linguaggio, restare è un dovere, come è un dovere lottare.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH A67 / Il leader Daniele Sanzone : "Raccontiamo Scampia in chiave Naples Power"

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Parli con Daniele Sanzone, leader e voce degli ‘A67, e non può che venirti in mente Scampia. La Scampia quella viva, con voglia di riscattarsi, di mostrare le cose positive di un territorio che è un simbolo dipinto troppo spesso solo come negativo. Daniele e il suo gruppo (Enzo  Cangiano alle chitarre, Gianluca Ciccarelli al basso e Luciano Esposito alla batteria) sono la prova vivente che non è così.  “Nasciamo nel 2004 con la volontà di parlare delle problematiche della nostra periferia, con una forte identificazione territoriale della nostra musica – ci spiega subito – La musica per noi rappresenta uno strumento privilegiato per diffondere valori, messaggi, verità”. Ed infatti Daniele, seppur convinto unitarista, come tiene a precisare, converge con musica e azioni su tante battaglie identitarie e meridionaliste. Per averne conferma basta ascoltare i testi dal primo disco del gruppo, “A camorra song io”  fino all’album piu’ recente, il cui nome è un programma di per sè,  “Naples Power”.

Daniele il nuovo lavoro in uscita nel 2014 perseguirà questo filone o c’è qualche cambiamento in programma?

Tra i progetti prossimi, anzitutto, c’è la nostra partecipazione al concerto di Pino Daniele il 28, 29 e 30 dicembre al Palapartenope. Un evento che per noi rappresenta la classica ciliegina sulla torta: siamo onorati di essere sul palco con un grande della musica napoletana. Per il resto questo è stato un anno di pausa proprio perché stiamo lavorando al disco nuovo. Il cambiamento, nel nuovo album, sarà importante: cambieremo il sound, anzitutto, e poi io, per la prima volta, canterò anche in italiano. Inoltre, come già accaduto in “Naples Power”, il nuovo album vedrà la partecipazione di tanti ospiti imprtanti. E infine credo che il nostro nuovo album sarà un disco rivoluzionario e molto politico. Ci sarà anche un pezzo che parla della resistenza del Sud Italia che, già dal titolo, sarà un pezzo fortemente provocatorio. Insomma, sarà un lavoro forte e, ovviamenete, identitario, come del resto sono anche gli altri nostri album.

A livello identitario “Naples Power” è stato emblematico.

Quando abbiamo inciso Naples Power era una fase storico-politica in cui sembrava che tutto fosse già stato detto: in quel momento pensavamo che fosse importante tornare ad affondare il sound nelle nostre radici per ridare forma ad un futuro. Eravamo convinti che solo ricordando le nostre origini avremmo potuto fare un passo avanti. Così in quel disco abbiamo omaggiato quel movimento musicale che era il Neapolitan Power, riproponendo le canzoni di quell’epoca col supporto degli artisti che le avevano cantate in passato. Inoltre abbiamo creato un binomio musica-letteratura, affidando ad ogni artista che ha collaborato a quel disco, uno scrittore. L’idea era di focalizzzare l’attenzione sulla cultura del Sud, per fare in modo che la si rivalutasse. Questo anche per spezzare il binomio Napoli-cronaca nera, che poi è il risultato di anni ed anni di pornografia mediatica nei confronti della nostra città. In poche parole, in un momento in cui la musica napoletana sembrava in standby, quello, per gli ‘A67  era un modo per ricordare che la nostra musica, la nostra letteratura, la nostra vivacità artistica, erano ancora in vita. Era una risposta, in quella fase storica, a chi pensava che Napoli non ci fosse. Una risposta per dimostrare che la musica napoletana era ancora vivissima e da sempre e per sempre racconta le proprie storie. E noi, come  artisti napoletani, ieri come oggi, non potevamo fare a meno di parlare della nostra città, con la quale abbiamo un rapporto viscerale, imprescindibile. Per noi, per gli ‘A67, è stato un legame sempre fortissimo: basta ascoltare il nostro primo album,“A camorra song io”, per capirlo.

A proposito del vostro primo album, “A camorra song io”: quel lavoro nasceva anche per raccontare del vostro quartiere d’origine, Scampia, da sempre fenomeno di spettacolarizzazione e speculazione. Pensi ci sia una rinascita negli ultimi tempi?

“A camorra song io” era un album che racchiudeva un po’ tutte le problematiche della nostra città, e della periferia in particolare. Ma a distanza di diversi anni, oggi posso dirvi che a Scampia sono tanti i cambiamenti ai quali abbiamo assistito. In questi giorni, ad esempio, sto lavorando a un’inchiesta per Repubblica proprio su Scampia in cui lo racconterò. In una delle nostre prime canzoni, ad esempio, cantavo che a “ogni 50 mt ci sta ‘na piazza di spaccio”. Ecco, oggi questo per fortuna non c’è più. Ovviamente questo non vuol dire certo che lo spaccio sia stato debellato, ma indubbiamente le modalità sono cambiate e, almeno, la spettacolarizzazione dello spaccio non c’è più.  Non nego che i problemi ci siano ancora, naturalmente: la camorra certo non è stata debellata.  Però è evidente che Scampia sta cambiando. Una cosa, questa, questo cambiamento, che abbiamo cantato attraverso la popular music, il più grande mezzo di comunicazione esistente. Un mezzo che arriva dritto e diretto alle nuove generazioni, ai giovani. Perché noi artisti, attraverso la musica, abbiamo un potere gigantesco: personalmente sento l’enorme responsabilità di quello che dico attraverso le nostre canzoni. Del resto è questo il punto di partenza degli ‘A67: nasciamo per questo, per ricordare e raccontare una periferia da sempre dimenticata o considerata solo durante le campagne elettorali o, peggio ancora, per i morti ammazzati. Un messaggio, il nostro, che poi si è fatto universale: crescendo come gruppo, infatti, ci siamo resi conto che la nostra periferia non è poi così distante dallo Zen di Palermo o dalle favelas del Brasile, dove abbiamo anche suonato. Insomma: le periferie si assomigliano sempre di più per condizioni e condizionamenti. Ma tornando a Scampia, a differenza di quando abbiamo cominciato, oggi riscontriamo una grande risposta dal basso. Lo ha notato, del resto, anche Pino Aprile, nel suo ultimo libro, che parla anche di noi.

Serve ancora, oggi, essere ideologizzati o credi che l’unica ideologia che bisogna perseguire sia quella del riscatto di Napoli e del Sud in generale?

Alle ideologie io credo ancora, credo che siano fondamentali. Ad esempio non condivido il modo di fare del Movimento 5 stelle, dove all’interno trovi di tutto, dall’ex militante di estrema destra all’ex iscritto del Pd. Personalmente penso che Grillo sia un paraculo: va a Bologna e cita Berlinguer, va a Roma e dialoga con quelli di Casapound. E questo sarebbe essere non ideologizzato? Io ho sempre avuto una mia visione, sono sempre stato legato alla sinistra extraparlamentare. Anche se penso che, più che a un’ideologia, bisogna essere legati a una struttura politica. Penso sia essenziale, insomma, avere un background, un bagaglio culturale dal quale partire: altrimenti siamo tutto e niente. Intervistando Pino Aprile per “Brain Food”, la rubrica che curo su Fanpage dove intervisto, davanti a un buon piatto, scrittori e artisti, gli ho chiesto se ci siano oggi le basi per creare un sano partito meridionalista. Beh, lui mi ha risposto che è un processo già in atto, che si sta formando non intorno ad un’ideologia ma intorno ai problemi reali. E’ un punto di vista che ritengo interessante…

E tu ti senti un meridionalista?

Si, anche se sono a favore dell’Unità d’Italia, nonostante sia convinto che è stata fatta nel peggiore dei modi. Dopo 150 anni il Sud annega in problemi gravissimi e la Questione meridionale continua ad essere irrisolta. E’ innegabile che il Sud, insomma, sia tutt’oggi una colonia del Nord, come del resto diceva Gramsci 50 anni fa. Come è innegabile che il sistema capitalistico italiano si sia nutrito proprio dello sfruttamento del Sud. Uno sfruttamento oggi più vivo che mai. Ecco, per me essere meridionalista significa abbattere queste disuguaglianze, rivendicando i nostri diritti. Detto questo, però, tengo a precisare che l’etichetta meridionalista non mi piace se presuppone un Sud contro il Nord: ritengo che questa dialettica debba essere superata, anche perché non mi piace che si pensi ai meridionalisti come a una Lega del Sud. Ovviamente voglio e credo al riscatto del Sud, come del resto dimostrano i testi delle mie canzoni. Insomma, per rispondere alla tua domanda: mi sento meridionalista senza essere separatista. Mi baso sui fatti, senza vessilli borbonici, monarchici e senza nostalgismi. Vorrei che si arrivasse alla risoluzione dei problemi reali. La terra dei fuochi ad esempio: c’è una situazione drammatica e la paura più grande è che la bonifica possa essere fatta delle stesse istituzioni che ci hanno avvelenato. Come meridionalisti bisogna stare all’erta, denunciando senza paure ogni abuso e sopruso.

Daniele oggi che vivi più a Roma che a Scampia senti le stesse emozioni per la tua terra?

Forse di più. Mi rendo conto che il distacco dalla mia città me la fa poi vedere con occhi diversi. Continuo a rinnamorarmi ogni volta che ci torno. Il mio sogno? E’ che Napoli possa far parlare di sé solo per la sua infinita bellezza, che tutto il male sia annientato, che la camorra sia distrutta, che le disuguaglianze tra Nord e Sud svaniscano.

Beh, il tuo sogno è anche il nostro. Auguri!

Eugenia Conti