INTERVIEW WITH THE RIVATI / Quando la Black music si sposa col Neapolitan Power

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Funk, soul e blues napulitani uniti alla black music africana: è una mescolanza di sound quella dei  TheRivati, derivanti appunto dall’influenza di più generi. Paolo Maccaro, nolano classe ’85 e Marco Cassese, napoletano classe ’82, sono l’anima e le voci di questo progetto nato casualmente ed all’improvviso, come ci spiegano subito.

“Da sempre entrambi scrivevamo testi e componevamo basi. Un giorno guardando Mtv Day e rendendoci conto di tutta la spazzatura musicale commerciale che c’era in circolazione, ci siamo detti: Proviamoci! Abbiamo trovato una band e creato i TheRivati, supported By San Gennaro.”Dopo l’album di esordio “Chiù ner ra midnight”, a fine 2013 è uscito “Black”, secondo lavoro del gruppo.

TheRivati supported by San Gennaro. Qual è il legame con San Gennaro, oltre che santo, icona di Napoli?

Sicuramente è un simbolo emblematico. Con San Gennaro abbiamo un rapporto d’attesa, da lui aspettiamo il miracolo. E poi era l’unico disposto a sponsorizzarci, tanto è che l’abbiamo scelto come icona del nostro logo. È indiscusso il valore che il Santo rappresenta per ogni napoletano: per tutti, una fonte di ispirazione.

Nel vostro ultimo album: Black, avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano. Cosa significa per voi?

Abbiamo scritto in passato anche pezzi in italiano, ma è il napoletano la nostra vera lingua. Sembra essere fatta apposta per essere tramutata in musica. È piacevole e melodica. Ci capita di scrivere le parole di un testo in napoletano e di immaginarne immediatamente dopo la melodia sotto, come se prendesse magicamente forma da sola. Insomma, è una lingua unica. Ed è da stupidi essere artisti napoletani e non utilizzare la propria lingua, visto che abbiamo la fortuna di conoscerla e di poterla utilizzare per portare avanti un percorso culturale.

Il vostro genere spazia dal funk al blues. Intendete rilanciare una scena partenopea black attuale sulla scia del Neapolitan Power?

Sì: la black music è un incontro tra funk, blues e soul. Oggi, richiamando il Neapolitan Power, cerchiamo di riproporre una scena forte per questo genere a Napoli. Oggi, la musica black partenopea è una realtà ancora non affermata o seguitissima, come poteva esserlo in passato, negli anni ’70.  E nemmeno è un fenomeno di massa come sta accadendo per l’hip hop in Campania negli ultimi anni. È più un fenomeno di nicchia, che stiamo cercando di fare arrivare a tutti.

“Black”, album 100% napoletano. Quali le tematiche?

Il titolo Black è un omaggio al genere che trattiamo, ovviamente, alla musica afro-napoletana. Un filo diretto di collegamento che va da Napoli, ai ritmi africani. Le tematiche trattate vanno dal sesso, all’amore non corrisposto, a temi più impegnati come l’emigrazione della nostra gente. Esperienza che ci ha toccato direttamente, che abbiamo vissuto in prima persona visto che siamo stati costretti a trasferirci entrambi a Roma per nove anni. Ora che il nostro progetto è in espansione, siamo tornati qui nella nostra terra. Precisamente, a Cimitile, nell’agro-nolano, al centro della Terra dei Fuochi.

Avete pensato di scrivere qualcosa sulla terra dei fuochi o per sfatare i luoghi comuni su Napoli e i napoletani?

Sulla terra dei fuochi abbiamo deciso di “non uniformarci” ad altri. In futuro si vedrà perché riconosciamo che sicuramente è positivo che se ne parli. Basti pensare al giovane Rocco Hunt che, qualche giorno fa, ha portato la tematica a Sanremo, vincendo per giunta. Possiamo anticipare, però, che nel nostro prossimo disco a cui già stiamo lavorando ci sarà un brano contro le brutte etichette con cui Napoli viene sempre contraddistinta. La massa deve sapere che Napoli non è peggio di Torino, di Milano. Oggi, purtroppo, sembra una gara a chi sparla di più della città. Ma tralasciando tutte le battute ed i tanti luoghi comuni su Napoli, per ultima la polemica sanremese con la Littizzetto e la Gialappa’s, riteniamo che qui ci sia un problema oggettivo, quello della Terra dei Fuochi, da risolvere assolutamente. Certo, la musica può essere un ottimo megafono per urlare la voce di molti. Deve essere il faro da cui farsi dirigere.

Progetti presenti e futuri?

Abbiamo composto la colonna sonora del nuovo film “La legge è uguale per tutti”, con la regia di Ciro Ceruti e Ciro Villani, che sarà nelle sale da oggi. Stiamo collaborando con vari artisti, tra cui Clementino per dei featuring nel suo nuovo disco e mentre continua la promozione di “Black”, abbiamo cominciato a lavorare anche ad un nuovo nostro disco, che uscirà tra qualche mese.

Eugenia Conti

FESTIVAL DI SANREMO 2014 / Domani tocca a Rocco Hunt: un appello per difendere la Terra dei Fuochi

ROCCO-HUNT a sanremo

“La strage dei rifiuti, L’aumento dei tumori, Siamo la terra del sole, Non la terra dei fuochi!” Rocco Hunt, domani, canta a Sanremo, in un’edizione del tutto scarna e ingenerosa con il Sud. E canta un brano intriso sì di denuncia, ma anche di speranza e soprattutto di voglia di riscatto per la propria terra.

Un inno che difende un Sud, sputtanato gratuitamente anche sul palco di Sanremo, come accaduto ieri, durante la prima serata.

La musica, a Sanremo, però, domani cambia: il rapper salernitano Rocco Pagliarulo, detto Rocchino, vuole rompere proprio questi schemi. Nonostante i suoi soli 19 anni, venendo da una realtà difficile, ha già molto da insegnare, anche all’immarcescibile coppia Fazio-Littizzetto. La sua scelta di vita e di artista, infatti, è quella di usare la sua voce come megafono di tutte le voci del Sud, per cantare contro il sistema, raccontando la nostra verità “collettiva” attraverso il suo brano. “Nu juorno buono”, in gara nella categoria giovani di questa 54esima edizione del Festival.

È una delle otto nuove proposte di quest’anno. Assieme a lui sul palco saliranno: Diodato (Babilonia), Filippo Graziani (Le cose belle), The Niro (1969), Veronica De Simone (Nuvole che passano) e Zibba (Senza di te). Bianca (Saprai) e Vadim (La Normalità). Un’edizione, quella del 2014, cominciata in maniera movimentata, con un gesto disperato che dovrebbe far riflettere tutti.

Durante il monologo iniziale di Fazio, infatti, due operai del Consorzio del bacino di Napoli e Caserta sono riusciti a salire, attraverso uno stratagemma, sull’impalcatura dell’Ariston e da lì hanno minacciato di buttarsi giù, se il presentatore non avesse letto pubblicamente una loro lettera.

Fazio, costretto dalle circostanze, ha letto: “Siamo più di 800 operai, non riceviamo lo stipendio da mesi e così sarà per i prossimi mesi. In un anno sono già avvenuti tre suicidi”. 

Un gesto che ha fatto reagire subito Rocco Hunt: “Rapperó per due persone in più. Il mio rap è anche per loro e per tutti gli altri operai. Lo dedico a tutti i lavoratori del Consorzio del bacino di Napoli e Caserta. Li comprendo benissimo. Mio padre è il primo che lavora in una cooperativa e so cosa significa ricevere lo stipendio una volta ogni sei mesi. Con questa mia canzone voglio cercare un cambiamento concreto. Se lo meritano i precari, i disoccupati, tutta la mia gente, la mia terra. Arriverà ‘o juorno buono!”

E con questo messaggio pulito e fiducioso, espressione di un rap positivo, di denuncia e che rispecchia la vera essenza del genere, noi stasera facciamo il tifo per te, Rocchì. Sei l’unico che può difendere Napoli dallo sputtanamento continuo, da quel palco. Perché “questo posto non deve morire, La mia gente non deve partire, Il mio accento si deve sentire” non siano solo note sanremesi ma un modo di vivere Napoli e il nostro Sud.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH O IANK FUOSSERA / Il nuovo singolo "Terra nostra" per difenderla con l'impegno e la musica

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O’ Iank Fuossera, il Bianco dei Fuossera: questo il nome d’arte di Giovanni De Lisa. Il rapper partenopeo, storico componente della band Fuossera è un meridionalista vero, proveniente da Napoli Nord, quella difficile periferia, troppe volte, però fenomeno di spettacolarizzazione in negativo. Gianni e la sua band, dal 1998 (anno della loro formazione) hanno cercato di raccontare nel modo più autonomo possibile e originale le vicissitudini e le problematiche del loro quartiere.

O’ Iank, Peppe J one e Sir Fernandez, nei loro pezzi, hanno sempre offerto degli spaccati interessantissimi sulla società in cui sono nati e cresciuti: Piscinola. Padri dell’hip-hop campano, assieme agli amici fraterni Co’ Sang, con cui hanno collaborato numerosissime volte, i Fuossera hanno rimarcato nelle loro liriche la ferocia del sistema, sia criminale, che istituzionale. Ma specie nel cuore di Giovanni, negli ultimi anni, si è sviluppato sempre più l’animo brigante. E’ cominciata a crescere in lui la rabbia, la voglia di riscatto per la propria terra, l’odio verso un tricolore che rappresenta solo il simbolo della rovina del Sud. È aumentato a dismisura l’amore per la sua Capitale, Napoli e così il cantante ha deciso di intraprendere la carriera da solista. ‘O Iank denuncia tutto il suo dissenso verso lo Stato italiano in canzoni come “Biancoazzurro”, unici colori in cui si riconosce, ovvero quelli della sua città, regina del Regno delle Due Sicilie, oppure in “1.2.1.3”, numeri cifrati che compongono la sigla ACAB. Fino ad arrivare al suo ultimo brano, “Terra nostra”, un inno per il meridione, fuori da qualche giorni e che anticipa il suo prossimo disco in uscita nel 2014.

 

Gianni, quando hai deciso di scrivere “Terra Nostra” e qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questo testo?

Sono solito seguire molto da vicino tutto quello che accade a Napoli ed al Sud da molti anni ormai. Ho troppe cose da dire riguardo alle condizioni ed agli abusi del nostro mezzogiorno. Infatti, in ogni mia canzone, non posso evitare di mettere almeno un accenno sulla nostra terra, anche se si tratta di un classico pezzo skills rap. Il testo di “Terra nostra” l’ho scritto nel febbraio del 2012. È stato uno sfogo, messo nero su bianco, in una notte in cui mandavano in tv il solito servizio su Scampia e lo spaccio di droga. Un servizio di sciacallaggio puro, dove veniva sputato veleno e venivano messe in vetrina le solite cose negative, che non portavano a niente. Allora ho sentito il bisogno di trasmettere tutta la mia rabbia e la mia tristezza nel vedere la mia terra stuprata ed offesa. Ma sottolineando anche che qui, oggi, stiamo prendendo coscienza di chi siamo. E’ una fase in cui sappiamo da dove veniamo ed a chi apparteniamo. Il messaggio è quello di andare alla radice per cercare di tagliarla se il frutto è marcio, di conoscere il perché dello stato di cose che ci circonda, per poter andare incontro al reale cambiamento del Sud.

E la musica che ruolo gioca per andare incontro a questo reale cambiamento?

La musica è molto importante perché è un mezzo che arriva rapidamente ai giovani. Quindi, se una gran parte di questi ultimi apprende il messaggio che si vuole trasmettere, poi lo metterà in pratica in maniera naturale. Prendo come esempio i Sud Sound System, che sono riusciti ad arrivare ad un pubblico vastissimo. Loro cantano: “La terra tua amala e difendila”, ne “Le radici ca tieni”. Questa canzone è stata recepita tantissimo dai giovani. E infatti in Salento c’è un’attaccamento radicato alla propria identità. I salentini hanno un grande senso di appartenenza alla propria terra. Logicamente se, invece, l’artista nei videoclip si mette i medaglioni d’oro, sfreccia a bordo di BMW, con donne ammiccanti, con le chiappe da fuori o se usa terminologie legate alla malavita, sta portando acqua al mulino della distruzione. Inevitabilmente, nel ragazzino attaccato a youtube, comincerà a nascere la convinzione che quel bel culetto ed il macchinone non potrà mai averli facendo un lavoro umile ed onesto. Quindi, comincerà a sdegnare le sue origini.

Le tue origini, invece, sono l’essenza della tua musica. Lasceresti mai la tua terra?

Come ben si può capire le mie origini influenzano totalmente la mia musica, sia nei testi che nella composizione. Non voglio andare via dal Sud, ma sicuramente non riconosco l’Italia come la mia nazione. Quando dicono che al Sud siamo africani è un grande complimento per me. Gli africani sono un popolo evoluto spiritualmente, questi italiani, invece, pensano solo a come devono vestire il loro cane/topo, mentre si fanno le foto da soli con lo smartphone. Cellulare che gli avrà regalato il fidanzato, che lavora in un’azienda, grazie alla raccomandazione dello zio deputato alla Camera.

Dunque, quanto è difficile essere un’artista?

È sicuramente difficile essere un’artista al Sud. In primis mancano le strutture ed oggi, per quanto concerne la musica, si è creato tutto un giro intorno a Milano, che segue una logica precisa. Logica secondo la quale, se un cantante non si butta nel calderone degli “accattoni” nella “città del business”, non va da nessuna parte. Io sono felice di fare le cose come voglio e non me ne frega un cazzo di partecipare alle serate mondane o alle sfilate di chi “lecca” di più dell’altro. Oggi ho quasi paura di mostrare stima verso un altro artista, perché ormai, anche nell’hip hop, tutti sanno che devono mostrarsi dei fratelloni fingendo un quasi amore per poi ottenere qualche seratina in cambio o qualche featuring a costo zero. Il mondo della musica odierno è autentico quanto una banconota da 7 euro, con cui poi “il rapper Made in Italy del momento”, pipperà cocaina.

Dunque, per quest’ipocrisia del mondo rap, hai dichiarato di voler lasciare la scena musicale dopo l’uscita del tuo prossimo ed ultimo album? Di cosa parlerà?

Si, come ho scritto nel mio comunicato ufficiale, abbandono la scena. Finiró il mio album da solista e nel frattempo faremo uscire con i Fuossera una serie di videoclip per celebrare i nostri 15 anni di carriera (già ne è uscito uno, intitolato “Mani in alto”). Il mio disco non sarà altro che un viaggio nella mia sensibilità. La sensibilità ti fa sentire le cose in maniera più chiara, è un amplificatore. Ho composto tutte le musiche con i Dualizm (Alessandro Estranea e Raffaele Marzano), che hanno avuto la pazienza di stare con me chiusi in studio per settimane intere, riuscendo a creare proprio quello che volevamo. In questo cd ci sarà tutto quello che sono e tutto quello che ho e mi rappresenta. Ci saranno l’identità, la mia città: Napoli, “capitale dell’orgoglio, nella repubblica dello scuorno”… Insomma, la nostra terra.

Eugenia Conti

NANDU POPU PROF PER UN GIORNO / Incontro con gli studenti del Liceo di Cisternino

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Essere un cantante dovrebbe significare trasmettere messaggi forti alla gente attraverso quel canale privilegiato che è appunto la musica. Nandu Popu dei Sud Sound System ne è il modello. Da sempre, infatti, canta l’amore per la sua terra, insieme a Don Rico e Terron Fabio. Stesso amore che l’ha portato a cimentarsi nelle vesti di scrittore ed a scrivere il suo primo libro, “Salento fuoco e fumo”. Per lui, affrontare le problematiche della sua terra è una vera e propria mission di vita.

Così, dopo l’uscita del libro “Salento fuoco e fumo”, avvenuta lo scorso anno, Popu ha deciso di presentarlo anche nelle scuole per divulgare le verità in esso contenute, spesso sconosciute agli studenti: inquinamento, ecomafie, emigrazione, perché per i Sud Sound System sono proprio loro, i giovani l’unica possibilità di rivoluzione.  È questo il primo punto illustrato da Nandu Popu, (introdotto simpaticamente dal suo speciale fan numero 1 Francesco Di Carolo, per tutti Caymano, nella conferenza tenutasi ieri mattina a Cisternino (BR), presso il Liceo Polivalente “Don Quirico Punzi”.

Nandu si rivolge ai ragazzi dicendo di “uccidere”, freudianamente parlando, i genitori. È necessario scardinare mentalità e luoghi comuni, scoprire le verità che ci hanno portato a questo stato di cose, fare meglio delle precedenti generazioni.

Due sono le storie che racconta ai ragazzi, tutti attentissimi e interessati. La prima è quella del salentino Mattia, figlio di ricchi borghesotti, con un papà da sempre in politica in un partito del centro sinistra. Questo ragazzo, dopo aver scoperto tutte le irregolarità commesse dal padre ed inorridito da quel benessere economico familiare ottenuto attraverso il furto di denaro pubblico, decide di ripartire da zero. Si trasferisce in Svizzera e si impiega come lavapiatti, rinunciando così ad una vita di agi assicurati, ma felice della sua integrità morale.

La seconda storia é, invece, quella del figlio di un proletario di una fabbrica pugliese. Il padre, in punto di morte, a causa di un cancro epatico, toccato a quasi tutti gli operai di quello stesso stabilimento, dice al figlio che, come eredità, intende lasciargli il suo posto di lavoro. Quest’ultimo rifiuta sconvolto e decide di emigrare, lontano dagli affetti, dal resto della famiglia, ma anche lontano da una sorte certa: la stessa del padre.

“Oggi qualcosa sta cambiando. C’è voglia di riscatto, di ribellione, desiderio di non essere schiavi dello stesso padrone – afferma Nandu – Bisogna unire le forze per riprenderci la nostra terra.”

Da qui il discorso si sposta sulla storia. Il Sud da 150 anni a questa parte è una colonia del Nord e come se non bastasse è stata inculcata nelle menti di molti meridionali la falsa teoria della superiorità dei settentrionali. Una bugia ripetuta per un secolo e mezzo, a cui in molti hanno creduto.

L’invito di Nandu è di  ripensare alle nostre origini, alle “radici ca tenimu”.

Il ragionamento cade su Taranto, “già grande colonia della Magna Grecia, terra di fiorente cultura, ricca di storia. Ed oggi? Ne parliamo solo per l’Ilva, per l’inquinamento. L’antico splendore della città è stato tramutato in orrore. Taranto, oggi, è lo scenario di un genocidio. Si conta un malato di tumore ogni 18 abitanti, il 65% delle donne è infertile e c’è un tasso di mortalità infantile altissima”.

In aula è commozione generale. Ma c’è tempo per un ultimo racconto, quello sull’associazione tarantina “Ammazza che piazza”, che, tra le sue iniziative, organizza flash-mob. I ragazzi, giovanissimi, armati di zappe e sementi, piantano fiori per la città, con lo scopo di sconfiggere il brutto attraverso il bello. 

Infine un elenco delle sue battaglie, con i No al Carbone di Brindisi, con i No Tap e appena un riferimento all’ambito musicale, ma analizzato sempre in una chiave storica.

I Sud Sound System nascono tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni’90: “La musica – spiega Nandu – in quel momento era per alcuni anche una via di fuga dal boom dell’eroina. All’epoca, quella droga era un vero fenomeno di massa, uccideva ripetutamente ed era difficile riuscire a sottarsene. Noi sentivamo l’esigenza di sperimentare qualcosa di nuovo, di creare un genere diverso. Così avviene l’incontro tra la jamaican reggae music e la Taranta”. 

Ma quale è la vera origine della Taranta? Nandu ci permette di scoprirlo. “Le tarantate erano donne salentine che, nel ‘600, andavano a lavorare in campagna. Li nei campi, erano, spesso, costrette a subire le violenze sessuali del loro padrone, vittime di una società in cui costituivano l’anello debole della catena, buone solo a riprodursi. Quindi, venivano stuprate brutalmente e non potevano neanche gridare la loro disperazione ad alcuno. Affogate totalmente e silenziosamente nel proprio dolore, avevano un’unica valvola di sfogo: la danza. E così nasce quella ballata convulsiva e tormentata”.

Una mattinata diversa per i ragazzi del liceo di Cisternino che si conclude con un augurio di Nandu per tutti gli alunni: “Siete voi la speranza per il futuro. Informatevi, leggete la cronaca, denunciate. Cercate di non abbandonare la vostra terra, ma di trovare il modo per sfruttarla e valorizzarla. Risvegliate le coscienze!”

Eugenia Conti

ARTISTA PASIONARIO / A Nandu Popu il premio annuale del Sing per l'impegno sul territorio

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L’annuale premio pugliese “Arte, sport e territorio”, assegnato dall’oratorio S.I.N.G., durante la tradizionale festa in onore di San Giovanni Bosco, per questo 2014 spetterà ad una delle voci e personalità più belle del territorio, Nandu Popu dei Sud Sound System.

Fernando Blasi sarà premiato il prossimo 31 gennaio ad Oria (BR), oltre che, per il talento vocale ed il successo musicale, soprattutto per la sensibilità e l’impegno mostrati nei confronti della sua terra, il Salento. Terra che difende con le unghie e con i denti, senza perdere mai occasione di denunciarne i soprusi che subisce, sia attraverso i testi delle canzoni, sia durante i live, che nella sua prima esperienza da scrittore.

“Salento fuoco e fumo”, infatti, è il libro in cui Nandu racconta e svela ai meno informati amare verità sulle ecomafie, sugli imbrogli legati allo smaltimento dei rifiuti in Salento, senza far mancare le dettagliate descrizioni dei luoghi e delle tradizioni, raccontate da lui con amore, in sella ad una bicicletta.

Nandu Popu, col suo contributo, ha il grande merito di aver sensibilizzato una gran fascia di persone sulle problematiche ambientali di oggi, sulla drammatica questione dell’inquinamento, oscura ai più, e di aver approfondito tematiche non sempre conosciute. A differenza di tanti altri, ha dimostrato di essere un’artista che scende in campo in prima persona, che non sa restare in silenzio di fronte alle ingiustizie e che incita tutti a lottare come lui.

Tanto è che quest’anno ha condiviso le battaglie dei “No al carbone”di Brindisi, di “Greenpeace” e si è fatto portavoce di ogni istanza che tutelasse il Sud.

Roberto Schifone, presidente dell’oratorio e responsabile regionale del Movimento per l’infanzia, afferma la sua soddisfazione nel premiare proprio questo cantante, definendolo un grande ambasciatore della regione Puglia. Nandu il Sud lo ama tutto ed un riconoscimento che fosse un connubio tra arte ed azione sul territorio non poteva non andare a lui.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH LA MASCHERA / L'emergente blues band napoletana spopola con la sua "Pullecenella"

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I vicoli sono quelli del centro storico di Napoli, Pignasecca, Montesanto, Spaccanapoli, dove ogni pietra racconta di arte e poesia, folklore e storia, miseria e nobiltà. E’ qui che la band emergente dai connotati blues “La maschera” ha ambientato la clip di “Pullecenella“, il loro primo singolo, che ormai sta spopolando ovunque, dalle radio al web e persino dagli schermi televisivi delle metro, della circumvesuviana e della circumflegrea, che passano a loop le immagini girato dal regista Enzo Caiazzo, che su youtube hanno superato le 27mila visualizzazioni.

I Pulcinella’s boysRoberto Colella, voce, chitarrista e tastierista,Vincenzo Capasso, trombettista, Eliano Del Peschio, bassista, Marco Salvatore, batterista, Roberto Guardi, percussionista ed Alessandro Morlando, chitarrista solista – oltre a riscuotere consensi nei molteplici live in cui si stanno esibendo, a marzo – pur senza il sostegno di un produttore – lanceranno il loro primo album. Ne parliamo con Roberto, voce e anima della band. “La maschera nasce per un incontro casuale tra me e Vincenzo, il trombettista. Da subito abbiamo notato una certa affinità tra i suoni della sua tromba e quelli della mia voce e chitarra. Così, abbiamo messo in piedi questo progetto e formato la band attuale”.

Perché “La Maschera”?

Ci siamo ispirati alla maschera per quella sorta di dualismo che nasconde, ma anche perché attraverso i testi delle nostre canzoni vogliamo smascherare la realtà, valorizzando però il legame con una certa tradizione teatrale napoletana, dove il ruolo della maschera è pregnante. Non a caso, il primo singolo che abbiamo lanciato è “Pullecenella”, ha per protagonista un personaggio assolutamente teatrale e che richiama alle tradizioni, alle origini, che noi però proponiamo in chiave moderna.

Pulcinella ha un forte legame con l’identità partenopea. Per voi cosa rappresenta?

Pulcinella è la maschera di Napoli, profondamente legata alle sue radici. Ma non è solo un personaggio divertente: ha anche connotati negativi e vizi, tra cui quello dell’alcool. Allo stesso tempo, però, rappresenta la spensieratezza e la voglia di fare tipica del napoletano. Il Pulcinella della nostra canzone, poi, punta il dito sulla mancanza di comunicazione che c’è oggi tra i napoletani e, forse, tra le persone in generale. Nel brano, Pulcinella canta e balla lungo la strada per allietare i pensieri dei passanti e per alleviargli la giornata: eppure nessuno gli dà ascolto. “Io me ne vac’ pa strada mia, tant’ cchiù nera ra mezzanotte nun può venì” è la sua risposta. Insomma:  non lotta, non cerca di affermarsi, preferisce andarsene. Per noi è la metafora dell’annullamento dell’azione collettiva, della mancanza di ribellione e dell’interessarsi soltanto all’individualità. È un’allegoria della società moderna, riferita sia a Napoli, che al meridione. L’ abbiamo resa, però, in una chiave più leggera perché spesso la leggerezza può dare un trasporto maggiore al messaggio. Pulcinella è insomma, ieri come oggi, metafora di Napoli, città dalle mille contraddizioni che, nonostante le incessanti angherie, risulta impossibile da odiare: città che prende continue batoste, ma che si rialza sempre, città in cui, purtroppo, a causa dello sputtanamento mediatico, si parla solo delle cose brutte e le cose belle finiscono nel dimenticatoio.

“Pulecenella” è estratto in anteprima dal vostro primo disco in uscita a marzo. 

Sì,  a marzo uscirà l’album “‘O vicolo ‘e l’ alleria”, un titolo tratto proprio dal testo dalla canzone Pulecenella, nella parte in cui dico:”Vien’ cu’mme, t port int’ o vicolo ‘e l’alleria”. La speranza è che tutti i napoletani possano trovare questo vicolo, posto astratto in cui regna la felicità, il benessere, “l’alleria”. Ma il nostro sarà un disco anche di denuncia sociale: ad esempio ne “Il ballo del potere”, ci chiediamo come sia possibile vivere la vita che vogliamo veramente visto che siamo già dei burattini nelle mani del potere. Ci sarà spazio ovviamente per brani più leggeri, ma prevalentemente ci saranno più pezzi impegnati, ma apolitici ed apartitici. Ma soprattutto antisistemici: il Sistema lo combattiamo e non facciamo parte di nessuno schieramento.

Siete almeno dell’idea che l’ unico schieramento possibile sia quello a favore del Sud per un suo futuro riscatto?

Assolutamente si. Già con la nostra musica ci schieriamo a favore di un Sud che va valorizzato. La musica può risvegliare le coscienze delle persone e può creare quello svago che fa anche riflettere. Quindi il  connubio è perfetto. Ma naturalmente la sola arte non puó bastare per risollevare le sorti del mezzogiorno anche se è un ottimo veicolo di consapevolezza. Di certo, per poter guardare al futuro, bisogna ricordarsi sempre del passato e, soprattutto, di tutte le cose negative che noi meridionali abbiamo subìto, per evitare che ci riaccadano un domani.

Nel nuovo cd c’è anche un brano per la terra dei fuochi, da cui provenite?

Noi veniamo dalla periferia Nord-est di Napoli, da Chiaiano, Mugnano e, perciò siamo in piena terra dei fuochi. Il brano si chiama “Gent’e nisciun” e lo abbiamo scritto con la compagnia teatrale di Raffaele Bruno, che si occupa della parte recitata. Per noi la periferia è un valore aggiunto alla città ma trattare il tema dell’inquinamento delle nostre zone era il minimo: amiamo le nostre origini, la nostra terra, dovevamo farlo.

Le vostre origini influenzano a che punto il vostro lavoro artistico?

Tantissimo. Nel momento in cui scrivo una canzone sento forte il legame con quello che mi sta intorno. Credo anzi che le nostre canzoni non potrebbero parlare di altro. Scrivo prediligendo il napoletano, che peraltro ha una musicalità ineguagliabile. Nel cd i brani in italiano saranno giusto un paio. Una scelta, quella della lingua napoletana, che rimarca ancora di più il nostro senso di appartenenza. Prima di iniziare questo progetto avevo pensato alla possibilità di andare fuori: invece non accadrà, ho capito che voglio restare a Napoli, non voglio andarmene mai, perché andar via è una mossa da vigliacchi, specie se sei un artista.  Sì, ho capito che restare è necessario: se senti di aver qualcosa da dire e senti che le persone possono capire il tuo linguaggio, restare è un dovere, come è un dovere lottare.

Eugenia Conti