ETERNAL VIBES / Esce oggi in tutti gli stores il decimo album dei Sud Sound System

Esce oggi in tutti i negozi di dischi e gli stores digitali il nuovo e decimo album in studio dei Sud Sound System. Dopo 25 anni di carriera musicale e dopo essersi esibiti in importantissimi palchi in tutto il Mondo, il trio salentino formato da Don Rico, Nandu Popu e Terron Fabio non smette di sorprendere i propri supporters. Nasce così Eternal Vibes, un progetto che vuole rendere omaggio alla musica reggae, quel sound jamaicano che da sempre ha ispirato i Nostri e che li ha portati ad essere definiti ambasciatori italiani del genere in tutto il Mondo. Già ascoltando la title track ci si può rendere conto dello stile. Le vibrazioni eterne che hanno ispirato la Nostra band sono quelle legate al Mondo delle note, della musica, della natura e dell’incontaminato. Perché nonostante la società corrotta e invivibile odierna, i Sud Sound System lanciano il messaggio che non bisogna smettere di essere dei sognatori innamorati. D’altra parte per combattere lo stato di cose non si può che sfidare il Sistema. Ragion per cui troviamo singoli come “Brigante” o “Ribelle”. Ribellarsi alle bugie che ci vengono indottrinate fin da piccoli, mettere in dubbio le proprie certezze e non avere fede nelle Istituzioni sono alcuni dei principi cardine che sorreggono la ratio di questo disco. La figura del brigante viene riproposta dai Nostri come una sorta di eroe moderno che lotta contro le ingiustizie quotidiane e che tenta di proteggere la propria Terra da chi vuole violentarla, proprio come accadeva ai tempi di Carmine Crocco e Ninco Nanco. La peculiarità è che per il singolo viene ricercato un sound molto allegro ed energico, a differenza delle tipiche ballate dedicate ai briganti che erano cupe e tristi. La conoscenza sempre più approfondita che i cantanti hanno acquisito negli anni della Taranta permette il giusto equilibrio affinché si possa parlare di tematiche delicate e difficili accompagnandosi con un suono più leggero e positivo. Già osservando il l videoclip ufficiale di “Brigante” si può apprendere a meglio il concetto proposto nella lirica.

Lo Stato, la Chiesa, i politici sono spesso nemici del popolo. Ed ecco che troviamo le tracce “A nume de Diu” o “Cose de pacci”. Non mancano le collaborazioni importanti, jamaicane e non. I Nostri ricordiamo che hanno vissuto l’anno scorso un mini tour di successo in Jamaica tra Kingston e Montego Bay. Quest’estate invece ritorneranno sull’Isola in quanto special guests di Richie Stephens e Ska Nation Band sul main stage del Reggae SumFest, il festival dedicato al genere più importante dell’intero pianeta.

Ed ecco che sulla base troviamo nomi del calibro di U-Roy, Anthony B, Freddy Mc Gregor e Wild Life. Alcuni di loro possono essere considerate vere e proprie leggende del genere a livello mondiale. Come collaborazione italiana invece viene scelto lo straordinario Maestro napoletano Enzo Avitabile in “Chi lotterà vivrà”.

Dancehall, reggae, ballate d’amore e tanto altro all’interno di questo album disponibile in doppia versione sia come cd che come vinile. Eternal Vibes rappresenta il restare sul territorio, difenderlo tirando fuori le unghie ed i denti, ma nonostante gli abusi e i soprusi non perdere la propria genuinità, felicità e voglia di vivere. Traccia dopo traccia sarete indotti al ragionamento e alla presa di coscienza, ma al contempo saprete come curare le vostre ferite a ritmo di musica. Quelle melodie che sprigionano i propri poteri taumaturgici nella vita di ogni persona e che i Sud Sound System non riescono a smettere di comporre, riproponendosi ogni volta al pubblico in maniera più profonda e brillante.

  1. Mistycal Sound
  2. A nume de Diu
  3. Nu be na carta te bruciare
  4. Tegnu na scusa
    05. Eternal Vibes feat. Anthony B.
  5. Chi lottera vivrà feat. Enzo Avitabile
  6. Na luce feat. Freddie Mc Gregor
  7. Mare de lu salentu
  8. Brigante
  9. Balance
  10. Ribelle
  11. Alle pezze
  12. Come un gabbiano
  13. Cose de pacci
  14. Indifferenza feat. U ROY
  15. Tocca Sai feat. Wild Life

Eugenia Conti

 

VIDEO INTERVIEW WITH NTO’ : “La mia storia dai CoSang ad oggi”

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Da tantissimi anni sulla scena hip hop nazionale il rapper Ntò (Antonio Riccardi) ha cominciato ad emergere più di 15 anni fa partendo dal basso, precisamente dal suo quartiere d’appartenenza nell’area Nord di Napoli: Marianella e in cui attualmente vive. “Int o rione” ci è rimasto sempre e comunque, nonostante la fama. Quando non c’era ancora il fenomeno virale del web e dei social networks per farsi conoscere era fondamentale partecipare alle varie jam session che raramente organizzavano sul territorio. Per il resto il rap si faceva “miez a via”. Guardando la realtà grigia e le crude scene quotidiane della periferia nascevano poesie di strada in versi fino a diventare col suo amico e collega di quartiere Luche un manifesto del genere a Napoli: i CoSang. Lo scioglimento del famoso duo ha causato le lacrime di tantissimi fans che ancora adesso sperano senza arrendersi in un riavvicinamento e in un ritorno di scena.

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(CoSang a Marianella)

Pionieri di quello che è stato definito il gangsta rap partenopeo, i CoSang avevano il merito soprattutto di aver creato un proprio slang che spopolava in città e uno stile che negli anni a seguire è stato ripreso da molti giovani che si sono avvicinati viralmente al rap. Nell’intervista l’artista si racconta a 360 gradi ai microfoni di Gege Vibes.

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(Ntò con la nostra intervistatrice)

 

Ntò ci descrive la sua storia partendo dalle origini: da quando era ancora un ragazzino e lo zio Enzo Avitabile gli insegnava il significato delle parole amore e dedizione per la musica fino ad arrivare ai CoSang e terminando con la sua carriera solista di oggi che lo vede anche in veste di producer per la sua area di riferimento Stirpe Nova. Ad affiancarci in quest’esperienza alla regia ci sono state le abili mani di Insane Prod.

 

Intervista : Eugenia Conti

Riprese : Daniele Moretti

Montaggio : Emanuele Visciglio

Make up : Mary Cimmino (Kost Make Up – Villaricca)

Outfit : Vans (Parkour di Sama Lo – Fasano)

Special thanks to : Dako Italy – Live & Survive (Aradeo LE) – Funky Cafè (Bitonto BA) – Get Up Music

INTERVIEW WITH ROCCO HUNT / "Il sole tra i palazzi: dopo il libro ecco il videoclip"

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Non è notizia di oggi che Rocco Hunt sia diventato anche scrittore. Il Poeta Urbano dopo la vittoria di Sanremo Giovani grazie al suo brano “Nu juorno buono” dedicato alla Terra dei fuochi e il grande successo del suo album “A verità” ha deciso di utilizzare la penna non solo per scrivere versi, ma per pubblicare il suo primo libro. E così lo scorso dicembre è uscito “Il sole tra i palazzi”, un racconto dai risvolti autobiografici ma che partendo dall’esperienza personale ha come scopo fondamentale quello di narrare la città natale dell’autore, Salerno, e i disagi che i ragazzi come lui si trovano ad affrontare quotidianamente. La settimana prossima invece sarà disponibile su Youtube il singolo “Il sole tra i palazzi”, sempre ispirato al libro e interamente girato nei campetti dei salesiani di Salerno. Rocco da rapper a scrittore si racconta per noi in attesa che il suo ultimo disco uscito esattamente il 25 marzo dell’anno scorso da d’oro diventi di platino. Mancano solo 900 copie per raggiungere il traguardo.

Rocco perché “Il sole tra i palazzi” e come mai hai deciso di scriverlo?

“Il sole tra i palazzi” è un libro autobiografico ma a stampo giornalistico, tanto è che al suo interno ci sono degli studi e delle inserzioni del giornalista partenopeo Federico Vacalebre. Le sue pagine parlano del cambiamento della mia vita, ma ho deciso di scriverlo soprattutto perché volevo essere la voce di tutti i ragazzi che come me vengono dalla periferia e vedono il sole di striscio attraverso orrendi palazzoni. Volevo descrivere e far conoscere quei contesti in cui è più facile accorgersi del grigiore piuttosto che lasciarsi incantare da un raggio di sole o da un po’ di colore. Anche perché spesso da noi i giovani, a causa delle difficoltà giornaliere, tendono a camminare a testa bassa e neanche rivolgono lo sguardo al cielo. Attraverso la mia esperienza volevo che i miei coetanei lo leggessero, si rispecchiassero in me e di conseguenza fossero spronati a sorridere e a fare qualcosa per riscattare il territorio. E ad alzare la testa.

In che modo è possibile far si che questo raggio di sole possa prevalere su tutto il grigiore e i problemi dei ragazzi del Sud?

Sicuramente attraverso le eccellenze e i talenti del Sud che fortunatamente sono ancora numerosi nonostante la situazione sia molto più drammatica rispetto ad altre zone di Italia. Dobbiamo puntare sull’impegno delle nuove generazioni per la rivalutazione del territorio.

L’impegno sul territorio dovrebbe essere la prerogativa anche di un rapper. Tu ad esempio hai vinto Sanremo giovani con un brano che parla della Terra dei fuochi. Perché è importante parlarne?

Ritengo che sia utile e importantissimo parlarne ma che non tutti possano farlo. Infatti non tutti hanno l’attendibilità e l’approccio giusto per potersi avvicinare a certe questioni. Sicuramente l’hip hop è un genere musicale che viene dalla denuncia dal basso e credo che ogni rapper del Sud dovrebbe utilizzare il rap come rivalsa sociale per poter essere credibile. Solo chi viene dalle nostre periferie può affrontare determinate tematiche: non chi si spaccia di essere di strada, ma non sa nemmeno cosa questa sia. Non a caso il mio gesto di portare a Sanremo un testo che raccontasse la vicenda della Terra dei fuochi è stato dettato da un bisogno esistenziale. Qui abbiamo il mare, il sole, il caffè ma abbiamo un territorio devastato dove tra l’altro mancano le industrie e non si crea economia.

Questa disparità tra le due parti del Paese è sottolineata anche nella title-track “A verità”. Che verità vuoi svelare tra le righe e in quanti pensi l’abbiano recepita?

‘A verità è un altro testo di denuncia in cui difendo il Sud. Attacco le istituzioni per quanto riguarda l’istruzione, le “scuole fracide”, le strutture, i trasporti, le industrie, l’immondizia nel Meridione. Nonostante tutto, però, non potranno mai toglierci l’arte. Lo Stato quaggiù ci ha abbandonato e per questo aggiungo: “Pe’ mme n’esiste Italia fino a quando esiste ‘a Padania, nun è ca so razzista so mill’anne ca so schiavo,  a gente nun c’a fa cchiù a piglià solo batoste, ‘A colpa è a vosta: nun credimmo dint’a bandiera verde bianca e rossa!“. Nel ritornello cantato dal maestro Avitabile poi viene accusato l’uomo in generale che sta distruggendo la natura, sta abbattendo il polmone verde della Terra, gli alberi, per creare i fogli di carta sui quali poi i vincitori scriveranno la storia a modo loro.

Fin da quando eri solo un ragazzino hai cercato di dire la verità scrivendo anche brani anti-sistemici come “L’occhio del massone”. Il Rocco di oggi continuerà a dire la sua senza censure e condizionamenti?

Quello che ero mi ha portato ad essere ciò che sono oggi e lo porterò sempre con me. Ovviamente sono cresciuto e ho voglia di sperimentare e di affrontare temi nuovi, ma resto sempre lo stesso. L’unico cambiamento è dovuto alla mia maturità personale ed artistica avvenuta soprattutto grazie agli insegnamenti dei miei maestri tra cui in primis annovero Pino Daniele. L’hip-hop non è solo scrivere versi anti-sistemici e rappare, ma è una cultura da diffondere. Personalmente ho portato il mio rap nelle carceri piuttosto che nei reparti oncologici degli ospedali. Dunque abbiamo divulgato questa musica a una fascia di utenti che ascoltava tutt’altro o addirittura proprio niente. A prescindere dal disco d’oro che attendiamo diventi di platino, per me è questo il vero compito di un Mc”.

Eugenia Conti

ADDIO PINO DANIELE / Il ricordo di amici e figliocci: da James Senese a Tullio De Piscopo

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Un pezzo di storia della città ci ha lasciato, una pietra miliare che ha fatto cantare assieme figli e genitori di diverse generazioni oggi ci abbandona per sempre: il nostro amato Pino Daniele. Una notizia che ha choccato tutti quanti nel mondo della musica e non, ma che in primis ha colpito i fans della sua patria, della sua Napule dai mille culure. Milioni di persone, me compresa, hanno vissuto questo lutto come la perdita di una persona molto prossima o di famiglia. Il secondo duro colpo è stato inferto al cuore della città dopo la prematura scomparsa di Massimo Troisi avvenuta nel 1994. Piange anche chi non l’aveva mai conosciuto o nemmeno avvicinato semplicemente perché Pino era un manifesto, era un punto di riferimento essenziale nelle vite di tutti coloro che lo stimavano e supportavano. Ma soprattutto con la sua voce, la sua chitarra e la sua musica sapeva perfettamente come toccare le corde più profonde dell’anima umana. Per ricordarlo al meglio, ci sembrava giusto riportare di seguito gli ultimi saluti al cantante di alcuni tra i suoi colleghi più vicini, tra i suoi fratelli di Napoli Centrale e tra i suoi allievi più cari:

James Senese – Con lui se ne va una parte di me. Ho sempre dedicato una parte della mia musica a lui e sarà sempre così”

Tullio De Piscopo – Non mi sento tanto bene adesso. Sto aspettando il dottore. L’ho sentito tre giorni fa. Era più che un fratello per me. Non me lo aspettavo.

Enzo Avitabile – Pubblicando su Fb il suo brano con Pino Daniele “E’ ancora tiempo”: “…E coccheccosa nun more ma resta…” R.I.P.”

Teresa De Sio – Tra i maggiori artisti che hanno portato Napoli da un’epoca a un’altra, è stata un traghettatore. Le sue canzoni rimarranno nelle mura delle case, nell’aria, resteranno per sempre”

Clementino – “Non ci voglio credere… Maestro mio, porterò con me i preziosi consigli che mi hai dato , terrò custodito con cura quel regalo che mi hai fatto così le parole delle tue canzoni saranno trasmesse da generazione in generazione ancora di più …Terrò vivo il tuo ricordo nella mia musica…per sempre… Ora riposa in pace Zio Pino ! By quel “disgraziato mascalzone” come mi chiamavi tu.”

Rocco Hunt – Il mattino non è mai stato così amaro. Ci incontrammo a Radio Deejay la prima volta, mi presentai e tu dicesti: “Guaglió sei fortissimo a scrivere!”… Io saltellavo dalla gioia, Pino mi aveva fatto i complimenti! Poi la promessa di un concerto insieme nella tua Napoli… Mai avrei voluto immaginare che fosse stato l’ultimo. Zio Pino ci ha lasciati qua! Fiero di averti conosciuto maestro… Quella promessa che mi avevi fatto non la dimenticherò mai. Ossaje comm’ fa o Core!”

Edoardo Bennato  – sul suo profilo privato condividendo la versione di Napule è di Pino Daniele ed Eric Clapton:”Hai Inventato il Blues Partenopeo, Hai detto allo Stato nel 1977 Come la Pensavi , con il Tuo Verismo ci Hai Fatto Vibrare l’ Anima , ADDIO PINO ADDIO BLUES 19 / 3 / 1955 4 / 1/ 2015 R.I.P……………COMBAT ROCK …….”

Sempre Edoardo, sulla sua pagina pubblica: “Due anni fa avremmo dovuto tenere insieme un concerto allo Stadio San Paolo per l’addio al calcio di Fabio Cannavaro; sarebbe stato un bellissimo momento per suonare insieme, ma purtroppo i problemi per il campo hanno impedito questo nostro progetto… Sul cellulare ho ancora i messaggi che ci siamo scambiati una settimana fa per le feste e ora questo enorme dolore e rimpianto per un grande amico e un grande musicista napoletano. Ciao Pino.”

Enzo Gragnaniello –  Quante emozioni abbiamo provato in questo momento, tante ne abbiamo trasmesse ai nostri amici del pubblico. Grazie Pino.

Lucariello – E cu ‘e spall’ sott ‘e casce nun se sente cchiù l’addore ‘e mare… R.I.P.

Nino D’Angelo – I mille colori di Napoli hanno perso la loro voce, ciao Pino

99 Posse – (riferito a Pino e a Massimo Troisi) ci piace pensare che adesso vi state prendendo ‘na tazzulella ‘e cafè assieme


Un fiume di pianto o una valle di lacrime non basteranno mai a colmare il vuoto che il Maestro per antonomasia ha lasciato dentro ognuno di noi e all’interno dello scenario musicale del Paese. Perdiamo il “Blues Man” più forte di tutti i tempi e la sua assenza già manca troppo. E’ come un’epoca che finisce. Ma il vero patrimonio che ci resta nelle mani e che appartiene a tutti quanti è la sua musica, la sua fantastica discografia. Un tesoro che contribuiremo sempre a diffondere e a trasmettere alle nuove generazioni affinché il già immortale Mascalzone Latino possa continuare a vivere in eterno.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH ENZO AVITABILE / "Ai giovani consiglio solo di seguire l'ispirazione"

Budapest, HUNGARY: Saxsophonist-singer from Naples Enzo Avitabile (R) of Italy presents his programme with his band and the most prestigious percussion rythm band of the area, the 'Bottari di Portico' on the 'World Music' stage at the Island Festival on Hajogyar Island of Budapest late 11 Augustus 2006. The annual Sziget Festival in Hungary, held from 09 to 16 August, will beat all previous records, according to the organisers of the eastern European country's biggest music festival. With 550 concerts on 66 stages over seven days, featuring everything from pop to gypsy music, the 14th Sziget Festival is expecting some 400,000 music lovers to converge on an island in the middle of the Danube river, in the heart of Budapest. AFP PHOTO / ATTILA KISBENEDEK (Photo credit should read ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Era il 1986 e lui invitava tutti, nel suo omonimo primo album, a salire sul “soul express”, treno dell’anima e della sua musica, quella che dagli anni ’80 avrebbe segnato una delle pagine più importanti della storia della canzone napoletana.

Oggi è il 2014, sono passati quasi 30 anni, ma il maestro Enzo Avitabile, nonostante la sua fama oseremmo dire mondiale, continua a vivere nella sua Marianella, nell’area Nord di Napoli, nella semplicità e a stretto contatto con la sua gente.

Lo abbiamo raggiunto proprio in periferia, nella sede della sua associazione e studio di registrazione, atmosfera tra blues e jazz: inevitabile, dunque, entrare in un’altra dimensione, quasi in un’altra epoca.

Sulle pareti le foto in bianco e nero di Avitabile in compagnia dei più grandi nomi internazionali, da Tina Turner, a James Brown, parlano di momenti magici della storia della musica. La chiacchierata la facciamo con un microfono, davanti ai ragazzi dell’associazione. Così, con nelle orecchie “Napoli Napoli Napoli” dei 99 posse e “A’Verità” di Rocco Hunt – brani che vedono entrambi la partecipazione di Avitabile – ci sembra importante cominciare proprio dalla storia. Soul express.

Enzo, tra gli artisti di oggi chi porteresti su quel magico treno del soul?

Tutti. La non discriminazione è una cosa fondamentale. Posso suonare e cantare con qualunque artista, ma ad una sola condizione: ci deve essere un’ispirazione tra di noi, un’intesa che ci possa unire su questo treno dell’anima.

Una lunga ispirazione o intesa l’hai avuta con Pino Daniele. Quanto è stata importante per te la collaborazione artistica con lui e il gruppo di allora?

Non si è trattato di una semplice collaborazione artistica: in quel caso abbiamo creato insieme qualcosa. Collaborazioni artistiche importanti sono state quelle con gli Afrika Bambataa o con James Brown, ma con i miei fratelli è stato importante proprio lo stare insieme per generare la nostra musica. Negli anni ’80, volevamo sostituire una melodia tradizionale ed un dialetto stereotipato con un dialetto che oggi definirei d’effetto, uno slang nostro. In questa continua ricerca e lavoro, siamo sempre rimasti vicino alle periferie. Si pensi che nel 1982 portammo gli Afrika Bambataa a Scampia. Questo era il messaggio che volevamo dare io, Pino e gli altri fratelli e che abbiamo cercato di tramandare. Dopo di noi, a suonare secondo queste logiche ci sono stati gli Almamegretta ed i 99 Posse, poi siamo tornati in scena, c’è stato il turno dei CoSang e di nuovo io… Ma l’importante non è il momento, l’anno, ma il ciclo musicale e la tradizioni a cui si è dato vita.

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Recentemente hai collaborato al vecchio/nuovo album dei 99 posse. Come nasce e perché questo featuring?

Ho voluto partecipare al disco perché tra di noi, appunto, c’è un’ispirazione,  a parte un’eterna amicizia. Mi piaceva rivivere “Napoli, Napoli, Napoli”, con un intervento musicale, una sorta di finto inciso, che fosse quasi un taglio nella tela. Volevo testimoniare che Napoli esiste ancora. Esiste nella parte periferica, nella parte nascosta, dalle case popolari, a Marianella, Ponticelli, San Giovanni. Quello che raccontó ‘O Zulù è ancora vera, è vita vissuta. Oggi, però, la periferia è cambiata ed è diventata città. Anzi, di più.

Trovi Napoli  molto cambiata da quando hai cominciato il tuo percorso artistico?

È cambiata perché c’è una periferia da Est ad Ovest, un asse, dalle grandi risorse artistiche, che hanno reso Napoli più grande. Parlo di quella parte che un tempo era fuori le mura della città e che, da sempre, è stato un faro illuminante per la produzione di musica. Questa zona qui ha avuto innanzitutto Alfonso Maria De’ Liguori, Sant’Alfonso, inventore della musica sacra popolare. Musica che dalla liturgia, diveniva popolare grazie all’utilizzo del dialetto. Poi, posso fare nomi emblematici come gli Showman e Pino Daniele. Per quanto mi riguarda resterò sempre tra Marianella, Piscinola e Miano.

Sei molto legato al tuo essere napoletano, tanto è che hai vinto il premio Tenco più volte. Ma quanto soul c’è nel napoletano?

Io penso in napoletano. Sincronizzare il pensiero con la parola velocemente è il nostro obiettivo nella vita. Il napoletano ti dà proprio la possibilità di raccontare velocemente quello che senti. L’italiano, però, é molto importante perché lo usiamo laddove non possiamo arrivare con il dialetto. Utilizzo la lingua napoletana quando devo parlare più con il cuore, quando voglio esprimere ciò che c’è nel più profondo dell’anima.

A proposito di premi, fosti definito ingestibile dalla Emi perché non partecipasti a Sanremo. Consiglieresti ai giovani di seguire la tua stessa strada di libertà verso certi condizionamenti?

Rifiutai Sanremo perché la EMI mi voleva condizionare troppo, altrimenti se avessi potuto suonare la mia musica senza influenze esterne, l’avrei fatto anche tutti gli anni. Ai giovani non consiglio nulla perché devono essere liberi di fare quello che vogliono. È inutile che una persona più grande stia a dare insegnamenti, perché i ragazzi devono essere se’ stessi. Ad esempio Rocco Hunt, che ormai per me è un figlioccio e col quale c’è una bellissima collaborazione, ha fatto bene ad andare a Sanremo perché si ritrova numero 1 nella classifica dei dischi e nell’opinione pubblica. Dunque, lunga vita ai giovani e che facciano quello che sentano.

Per concludere, hai avuto una carriera eccezionale sia come solista, che in gruppo. Hai duettato con nomi mondiali, dagli Afrika Bambataa, a James Brown, a tantissimi altri. Arrivato ad oggi hai qualche rimpianto o qualche desiderio ancora non avverato?

Non ho rimpianti, ho avuto tantissimo e ringrazio ogni giorno Sant’Alfonso per questo. La vita è fatta comunque di gioie e dolori. Ho avuto un enorme successo, ma allo stesso tempo ho dovuto accettato la morte prematura di mia moglie. Ho capito che la vita come da, così ti toglie. E se dovessi rinunciare a tutto, alla mia brillante carriera, a questi anni, alla fama, per avere indietro la vita di Maria lo farei senza nessun ombra di dubbio. L’unica cosa che desidero ancora fare in questa vita e nella mia carriera è un duetto con Stevie Wonder. Prego Sant’Alfonso perché avvenga.

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Eugenia Conti

INTERVIEW WITH 99 POSSE / Curre curre guagliò 2.0: i guagliuni oggi corrono di più

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Sono passati più di venti anni da quando hanno iniziato, ma di smettere di correre i mitici “guagliuni” non ne vogliono proprio sapere. E così “Curre, curre Guagliò”, primo album dei 99 Posse, si fa 2.0. Uscito martedì in tutta Italia e presentato in anteprima alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri a Napoli, lo storico pezzo che dà il titolo anche a quest’album torna arricchito da novità e numerose collaborazioni. Da Alborosie ai Sangue Mostro, da Clementino a Mama Marjas, da Francesco di Bella a Enzo Avitabile con i successi più famosi riproposti in moderni ricampionamenti, da “Ripetutamente” a “O documento”, da “Rigurgito antifascista” e “Rappresaglia”. Tutto da ascoltare, tutto da recepire, tutto da ballare.

I 99 Posse sono stati artisti fondamentali per la Napoli degli anni ’90 e per quella gioventù. Capostipiti del fenomeno delle posse, pietre miliari di una generazione e di un genere musicale definito da loro stessi “bastardo”, precursori dell’attuale musica raggamuffin e rap napulitana, oggi non smettono di sorprendere e di far parlare di loro.

Militanti nell’anima, hanno fatto bruciare, accendendoli di passione, i cuori di tanti ragazzi e “non un passo indietro”  vogliono fare, come suggerisce il sottotitolo sdi “Curre Curre Guagliò 2.0”.

“Non rimpiangiamo e non neghiamo nulla di tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi”, ci racconta, infatti, ‘O Zulù con la consueta grinta da combattente.

Dopo essersi sciolti agli inizi del 2000 e essersi ritrovati nel 2009, per l’estrema felicità di tutti i seguaci della band, Luca Persico, al secolo ‘O Zulù, ci fa rivivere in questa intervista la sua carriera ed il percorso insieme a Massimo Jovine, Marco Messina e Sasha Ricci, durante questi due lunghi decenni.

“Curre Curre Guagliò 2.0”. Perché riproporre oggi il vostro primo disco? Cosa rappresenta per i 99 Posse? E cosa rappresentano per voi gli artisti che avete scelto per i featuring?

“Curre Curre Guagliò è il nostro primo disco e ce lo siamo portati dietro dal primo all’ultimo concerto, inserendo in scaletta nei live buona parte dei brani che c’erano al suo interno. Dunque, dopo venti anni che continuavamo a suonarli e a modificarli un po’, remixandoli, riarrangiandoli e così via, in occasione del ventesimo compleanno dei 99 Posse, abbiamo pensato di risuonarlo e di ristamparlo. Venti anni fa era un disco che si rivolgeva solo al nostro piccolo pubblico, ai nostri compagni di lotte e di occupazioni, era un po’ il manifesto del nostro Centro Sociale, Officina. Era apprezzato anche da chi era un po’ ai margini, da chi si sentiva solo in periferia, da chi non riuscivano a trovare qualcuno che li rappresentasse: il nostro album era un mezzo per identificarsi, il megafono dei loro pensieri.

E oggi?

Oggi, lo abbiamo aggiornato musicalmente, nei contenuti. Ma anche con moltissime collaborazioni, spaziando tra vari artisti sia all’interno della nostra area, come la Banda Bassotti, che in aree contigue. Tutti i cantanti presenti, però, sono stati, chi più e chi meno, influenzati dalla nostra musica. Quindi, arricchire l’album con una loro testimonianza crediamo lo abbia reso nuovamente unico. Come sempre ci siamo espressi in napoletano, la nostra lingua, perché le nostre canzoni hanno il macro-obiettivo di descrivere chi siamo. E farlo in una lingua differente da quella che parliamo sarebbe stato strano, specie a distanza di venti anni.

Ora lo porterete in giro, come allora. Ma oggi, più di allora, si parla maggiormente di liberalizzazione delle droghe leggere, specie a fini terapeutici. Il tuo modo di stare sul palco, da allora, è cambiato? Te le fai ancora le fumate nei live?

Non ho mai smesso. Proprio la settimana scorsa durante un deejay set me ne hanno passate due. (Ride) E’ una mia costante. La battaglia è importante e non cambierei mai rotta, per piccole minacce o avvisi ricevuti da gente del Sistema. La canapa, aldilà degli effetti ludici, ha tanti effetti importanti: è un combustibile alternativo, ha scopi terapeutici, è un prodotto tessile molto resistente, vi si possono costruire i mattoni. Quindi la canapa, da sola, metterebbe in crisi tre delle lobby che governano il pianeta, cioè del petrolio, del mattone e delle case farmaceutiche. Solo per questo la marijuana è illegale e combattuta con tanta rabbia, non certo perché quando la fumi ti sale una piccola “capata”. Sicuramente, la “capata” è uguale o minore a quella data da una bottiglia di whisky, sulla quale lo Stato mette il suo bel marchio.

Torniamo al disco e al ricambio generazionale. Cosa è cambiato in questi venti anni per i 99 Posse?

Per i 99 Posse è cambiata solo l’età anagrafica. Certo, un po’ di angoli sono stati smussati, ma non abbiamo avuto nessun ripensamento sulle posizioni fondamentali che abbiamo preso in questi anni. Nessun ripensamento neanche sulla collocazione: restiamo nelle periferie da cui siamo partiti, perché il nostro obiettivo non è mai stato guadagnare un posto al centro, ma portare il centro nelle periferie. E siamo orgogliosi di essere di periferia e di rappresentare l’alteritá, la diversità.

E Napoli e la sua gioventù per Zulu in questi 20 anni sono cambiate?

Napoli in questi venti anni è cambiata tantissimo ed a primo acchitto sembrerebbe cambiata in peggio. Ma guardandola da un altro punto di vista non è necessariamente così. Oggi, dal punto di vista dello stimolo dal basso della cultura e della politica, il quadro è molto più ricco rispetto all’inizio degli anni ’90. Ad esempio, solo analizzando l’aspetto delle occupazioni: adesso ci sono più di 15 case occupate a Napoli, nel ’91/’92, prima di noi, non ce n’era nemmeno una. E se oggi entro nei centri sociali, mi accorgo di non conoscere quasi più nessuno. Quindi il ricambio generazionale c’è stato. Ció che è diverso sono i riflettori: non più puntati verso le parti ribelli della città. Perció, attualmente, può sembrare che, dopo i 99 Posse, non ci sia stato più nulla di concreto e che sia tutto fermo, ma in realtà non è così. C’è fermento.

Questo ricambio generale e fermento di cui parli, c’è stato, ovviamente, anche in ambito musicale. Sono molti gli artisti che hanno preso le mosse da voi. Chi considerate il vostro erede musicale, che possa rappresentare oggi la voce della città, a Napoli?

Volendo filosofeggiare ci sarebbe più di un erede, ma non riesco a trovare un vero e proprio prosecutore di quello che abbiamo iniziato. Se proprio devo rispondere con dei nomi, posso fartene alcuni di nostri coetanei come i Sangue Mostro o Mariotto. Poi, riguardo ai nuovi, la scena è ampia ed ho notato che si intrecciano tutti gli uni con gli altri. Fanno tantissimi featuring, quasi non si capisce più un pezzo stia sul disco di uno, piuttosto che dell’altro con cui si è collaborato. Espressione di una volontà di base di fare gruppo. La grande differenza con noi è questa. Oggi i giovani artisti fanno gruppo, noi invece facevamo collettivo. Per questo, spesso, manca la consapevolezza della propria identità di classe. Nel complesso, però, sono positivo ed ottimista nei confronti della nuova generazione napoletana, sia musicale, che militante.

Addirittura, ieri c’erano più ventenni, che quarantenni alla Feltrinelli a Napoli alla presentazione del disco. Cosa significa? Non sarà per il featuring con Clementino? (Ridiamo)

Significa semplicemente che qualcosa sta cambiando. I giovani oggi hanno voglia di imparare, di confrontarsi, vanno alla ricerca dei contenuti. Siamo di fronte a una mutazione, non ho dubbi: non tanto nei gusti musicali, quanto nelle aspettative che si hanno nella musica, nella cultura, nella politica, nella società. Vent’anni non sono passati invano.

Ma oggi, nel 2014, dove è la Sinistra a Napoli, al Sud? Serve ancora seguire delle ideologie politiche o piuttosto bisognerebbe unire le forze sane per riscattare la città ed il meridione?

Per noi l’ideologia resta importante e ci sono nozioni da cui non possiamo separarci. Ma, detto questo, è certo che il nostro Sud, che ha una marcia in più, dovrebbe essere valorizzato anziché versare in queste condizioni di sfruttamento. Ogni classe del Sud, dalla più povera a quella dirigente, è vittima delle storture che derivano dall’Unità d’Italia. Unità che non è stata un’unificazione popolare, venuta dal basso ma che in realtà altro non è stata che un’annessione di uno Stato che ha perso da parte di uno Stato che ha vinto. Oggi assistiamo al colonialismo del meridione. Per fortuna ci sono anche i mezzi per comprendere e rifiutarsi di sottostare a certi poteri. Dico sempre scherzando che qui a Napoli affrontiamo bene la crisi perché siamo in crisi da 150 anni… È una battuta, ma poi sono convinto, oggi come vent’anni fa, che bisogna combattere per il nostro riscatto.

 Eugenia Conti