INTERVIEW WITH JORIT AGOCH : "Esprimo le mie emozioni da writer attraverso le bombolette"

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La cultura hip hop contiene in se’ quattro elementi inscindibili: MCing, breaking, Writing e DJing. Oltre al rap in Campania c’è un’altra disciplina nella quale spiccano massimi talenti: il Writing. Il writer che abbiamo intervistato per voi e’ Jorit Agoch, classe ’90 e membro della KTM, storica crew napoletana composta da Polo, ShaOne, Cyop, Kaf e tanti altri nomi. Jorit, nato a Napoli nel 1990, da padre napoletano e mamma olandese, nonostante la giovane età è già molto conosciuto avendo esposto e “imbrattato” i muri di buona parte del mondo: dall’Africa a Cuba, da Londra a New York senza mai dimenticare le sue origini partenopee. Infatti Napoli è grande fonte di ispirazione per l’artista:  muri, gli edifici e i treni della città sono stati riempiti di sue scritte, graffiti e soprattutto di ritratti di volti.  “Il Writing ha il merito di creare un’identità comune nei giovani che cominciano a vivere la città come uno spazio in cui dare sfogo alla propria voglia di espressione artistica”, ci spiega Agoch. Gli chiediamo di più.

Jorit quando hai dipinto per la prima volta su un muro?

Avevo circa dodici anni e scrissi insieme agli altri amici del mio viale il nome della nostra banda su un muro. Era un nome di fantasia che non ricordo neanche, ma dopo quella prima volta non ho mai più smesso di dipingere nemmeno per un giorno.

Quando hai fatto invece la conoscenza della cultura hip hop?

Sempre in quello stesso periodo ho scoperto che dietro al mondo delle firme c’era un movimento enorme: una cultura chiamata Hip-hop, persone chiamate writers che svolgevano queste attività già da una vita e che oltre a fare scritte sui muri dipingevano disegni elaboratissimi. Da quel momento in poi mi sono innamorato in maniera folle di quei valori. È stato il classico colpo di fulmine grazie al quale ho iniziato ad essere un vero writer e a fare della street-art la mia ragione di vita.

Quindi hai imparato da autodidatta. Come realizzi le tue opere?

Praticamente si. Già 12, 13 anni fa un amico mi illuminò raccontandomi le storie dei graffiti americani e spiegandomi lo stile dello street art quando ancora il fenomeno non era molto diffuso da queste parti. Poi ho deciso di laurearmi all’Accademia di Belle Arti dove ho appreso come utilizzare l’olio su tela e l’acrilico. Si può dire però che abbia imparato essenzialmente da solo grazie all’allenamento costante. Ricordo che le prime volte entravo in qualche negozio, rubavo le bombolette e mi dirigevo subito nelle periferie partenopee a “inguacchiare” i muri. Le mie opere per strada sono realizzate al novanta per cento con bombolette. Poi posso bucarle, spruzzare i colori nei tappi e stenderli aiutandomi col pennello, ma in primo luogo utilizzo spray.

Principalmente hai dipinto le tue opere nelle periferie napoletane, ma hai esposto e pittato in buona parte del mondo. Raccontaci le esperienze estere che ti hanno maggiormente segnato.

Ho girato molto sia per mostrare le mie opere, che per realizzarle. Amo viaggiare e penso che si possa essere una persona più ricca esclusivamente conoscendo e stando a contatto con le varie culture del mondo. Non a caso appena raccimolo qualche risparmio faccio biglietti e parto ovunque. Vuoi sapere i viaggi che più mi hanno segnato? Sicuramente le otto volte che sono stata in Africa per beneficenza. Ho realizzato delle mostre per raccogliere fondi al fine di creare degli ospedali sul posto. Poi le mie esposizioni a Londra, Berlino e Sidney senza dimenticare la magica Cuba.

Dove ti piacerebbe che fossero esposte le tue opere?

Il mio sogno sarebbe tenere una mia mostra a New York perché è una città che amo, nonché la vera patria dell’hip-hop. Ci sono stato tre mesi all’inizio dell’anno assieme a Polo de “La Famiglia” (ormai stabilitosi nella Grande Mela da tempo) e ne sono rimasto incantato.

Dai tempi della Famiglia e della prima generazione dell’hip hop campano sicuramente la musica rap è molto cambiata qui a Napoli. Cosa pensi della scena odierna e quanto te ne senti parte?

Mi sento parte della scena attuale. Non mi appartengono e non mi interessano però le polemiche sul vero o sul falso hip-hop. L’importante è che Napoli abbia sfornato dei nomi importanti del genere che continuano ad essere riconosciuti. Personalmente stimo da morire Speaker Cenzou, ShaOne, Polo, ma anche lo stesso Clementino (accusato da molti di essere diventato troppo commerciale). Sono il primo che si sente e vuole fare il writer, ma a volte devo adattarmi a dipingere le serrande o a fare arredamenti d’interni per andare avanti. Capisci che intendo dire? L’importante è che ogni lavoro sia guidato sempre dalla passione.

Sicuramente una grande passione unita al tuo talento ti hanno portato a far parte a soli 24 anni della KTM. Cosa significa per te appartenere a questa crew hip-hop? E che progetti hai per il futuro?

La KTM è diventata senza dubbio dal 1992 ad oggi la crew hip-hop più storica e rinomata di Napoli. Per me è un onore farne parte già da tre anni ed avere il rispetto di persone come Polo e ShaOne, miei esempi di vita fin da quando ero solo un ragazzetto. Fare parte della KTM costituisce ovviamente il raggiungimento di un mio obiettivo, ma oggi quello a cui aspiro è di costruirmi un mio spazio e un mio nome nel mondo della street-art a livello internazionale. Voglio continuare come da quattro anni a questa parte a concentrarmi soprattutto sui volti umani da cui sono attratto in maniera fortissima. Mi piace dipingerli, mi piace la sensazione che provoca nelle altre persone quando li osservano e mi piace quello che simboleggia perché il viso è ciò che meglio identifica una persona. Per il futuro vorrei che essere writer mi rendesse come un vero e proprio lavoro perché sporcarmi le mani, immaginare e emozionarmi attraverso i colori e’ l’unica cosa che amo fare dalla mattina alla notte…

Eugenia Conti

 

INTERVIEW WITH OYOSHE / "Il mio album Stand Up è un diario di viaggio in note"

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Il disco rap campano consigliato per questo mese? Per chi non è legato al mainstream più in voga e preferisce un prodotto che sia una catapulta sulla cultura hip hop “vecchio stampo” la risposta è “Stand Up” di Oyoshe, fuori il 19 maggio nei migliori store digitali e negozi di dischi. Oyoshe o Oyo Waza, rapper e beatmaker di Fuorigrotta, Napoli, nonostante la giovanissima età, si è già fatto ampiamente conoscere a livello nazionale e internazionale. Oltre a far parte di diversi collettivi made in Naples, vedi “Broke n Spuork”(in compagnia del collega Dekasettimo) e “Cianuro Prod.”, ha collezionato diverse esperienze internazionali di rilievo: dal produrre beat per importanti rapper americani e lavorare con mc’s del calibro di Blaq Poet (collega del nome mondiale Dj Premiere), al lasciare la sua firma nella dinamica Barcellona collaborando con l’mc Enes. Con uno sguardo aperto sul mondo e con la voglia di crescere sempre di più grazie ai suoi viaggi, Oyoshe non ha mai dimenticato Napoli, sua città d’origine, dove è ritornato in pianta stabile dopo il suo lungo girovagare. Tra pochi giorni esce il suo primo disco da solista, che lo vedrà nella duplice veste di rapper e producer. Lo abbiamo intervistato per voi.

Come nasce e come si è sviluppato il progetto di “Stand Up”?

L’idea di dare vita a questo disco nasce circa due anni e mezzo fa. Nel 2012 la Beat Notik, brand di abbigliamento hip hop di Barcellona, mi offre l’opportunità di collaborare con i Beroots Bangers, noto gruppo underground spagnolo e in particolare con l’mc Enes, insieme al quale viene fuori una traccia che costituirà la prima cellula di “Stand Up”. L’album è molto personale, è un diario di bordo che racchiude le esperienze reali vissute durante i miei lunghi viaggi. Ogni brano racconta una tappa diversa di questo percorso. Ad esempio il pezzo con Enes parla del legame esistente tra Napoli e Barcellona, soprattutto dal punto di vista dello stile e della passione della musica hip hop. Allo stesso modo, dopo aver lavorato in veste di beatmaker con diversi mc’s americani, mi viene naturale fare un parallelismo tra l’hip hop della mia città e quello americano.

A livello internazionale sei più conosciuto come beatmaker. Con “Stand Up” hai voluto dimostrare a tutti la tua abilità anche al microfono?

Artisticamente le due passioni sono nate insieme. Ma sulla scena internazionale mi sono esposto più come beatmaker perché ritengo che sia più facile esprimersi attraverso la musica e non con le parole. Scrivere ha un peso differente, comporta una responsabilità e c’è bisogno di un percorso più lungo. Volevo raggiungere una certa maturità prima di mettermi alla prova con un album tutto mio. La gavetta è stata lunga, dai mixtape che facevo girare tra i massimi esponenti del genere della mia città, al bazzicare in certi ambienti come quello del Tck Clan e quindi lo stesso dei vari Clementino, Emcee ‘O zi, ‘O Iank e gli altri, dalle battle, ai freestyle, ai cypher. Una lunga formazione pari a quella dei rapper americani della Golden Age, ovvero la mia passione più grande fin da bambino. Sono cresciuto con la loro musicam cultura, mentalità e seguendo i loro messaggi.

Alla luce di questa passione per i rapper americani dell’Epoca d’Oro, secondo te quale è il messaggio che oggi deve trasmettere la musica hip hop?

Per me il messaggio principale della musica hip hop è quello del vivere la strada in maniera giusta e sana. Rappresenta uno spiraglio di salvezza per evitare i fattori negativi insiti nella strada stessa, uno sbocco, una via d’uscita. Non a caso il titolo del mio disco è “Stand Up”, ovvero restare in piedi, rimanere saldi. Come? Acquisendo i valori tipici della cultura hip hop. “Peace, love, unity and havin’ fun”, cantava Bambaataa. Quindi, preservare noi stessi attraverso questo genere che ci permette anche di diventare più analitici e osservatori. Ad esempio grazie al freestyle, cioè improvvisare rime su ciò che ci circonda, si comincia a guardare tutto con occhi diversi, con attenzione e dovizia di particolari.

“Stand Up” sarà in italiano o in dialetto? Quali le collaborazioni?

In entrambi i modi, ma soprattutto in napoletano perché costituisce la mia piena maturità stilistica. Pensando principalmente in dialetto, da anni ho sempre fatto freestyle in dialetto. Utilizzare la lingua partenopea significa avere uno stile libero, essere spontaneo e richiamare il canone di rap che preferisco cioè il rap americano. Lo slang napoletano si avvicina molto più allo slang statunitense rispetto a quello italiano. Questo non significa che noi rapper campani non siamo originali o vogliamo “pezzottare” gli americani, ma soltanto che li riconosciamo innegabilmente come i nostri maestri. Riguardo alle collaborazioni ce ne sono diverse e con quasi tutti ho avuto un contatto diretto e reale. Non ho lavorato tramite internet o tramite messaggi, come si è soliti fare oggi. Nel mio album ci saranno: Enes da Barcellona; Op Rot e Lucariello insieme sulla stessa traccia uniti dalla loro vena poetica; Sandro Su di Termoli; ShaOne de La Famiglia, per me un grande onore; Dekasettimo e Raz, componenti della mia crew: Cianuro Prod.

Il primo video “Dentro/fuori” uscito per preannunciare “Stand Up” è abbastanza diverso dagli stereotipi attuali. E’ una risposta contro la commercializzazione del genere?
Il primo singolo estratto “Dentro/fuori” è indubbiamente molto hardcore. Posso anticipare che nell’album ci sono tracce ancora più forti e underground. Di sicuro “Stand Up” non rispecchia gli stereotipi nazionali attuali, ma ha al suo interno un’armonia. Spero di raggiungere anche un vasto pubblico che non si debba adeguare o adattare al mio lavoro, ma soltanto armonizzare col mio modo di fare rap. Voglio far conoscere la mia cultura, far valutare la mia musica senza modificare i miei gusti a seconda delle tendenze del momento. Perché si trovi il giusto punto d’equilibrio, non vi resta che ascoltare “Stand Up”.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH PAURA / Buone note come il buon cibo: da consumare piano

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Vi ricordate La Famiglia? Quelli di “Mazz ‘e panella fanno ‘e figli belli, panella senza mazz’ fanno ‘e figl’ pazz”, ovvero i primi a lanciare il rap a Napoli insieme ai 13 bastardi e a Speaker Cenzou? Parliamo della prima generazione, della “Golden Age” partenopea senza la quale oggi non sarebbe mai potuta esistere questa diffusione virale del genere. E tra i componenti della vecchia crew, spiccava tra i vari nomi, quello del rapper Paura.

Francesco “Paura” Curci, alias il king o Mister Curci, come lo chiamano i suoi colleghi, è stato un grande maestro per moltissimi della scena attuale.

Dalla carriera in gruppo, è passato a quella solista, senza mai perdere la sua tecnica raffinata. La sua passione per la cucina e la sua abilità ai fornelli, che poi l’hanno portato a scrivere SlowFood, suo ultimo progetto musicale.

Come nasce l’idea di SlowFood?

SlowFood nasce innanzitutto dall’idea di fare un parallelo tra la buona musica e la buona cucina. La mia critica a molti dei prodotti musicali degli ultimi tempi é che quest’ultimi sono diventati quasi “usa e getta”. Quando abbiamo iniziato noi essere veloci significava sfornare un album ogni due o tre anni, oggi i nuovi rapper ne pubblicano uno all’anno. Ciò significa andare contro alla qualità, curando di meno dettagli e particolari a causa della fretta. Invece, il lavoro di un’artista deve essere di continuo labor limae. Nella musica ci vuole la stessa pazienza e dedizione che si mette in cucina per la creazione di qualcosa. Così come a tavola, è meglio stare seduti mezz’ora in più a godersi maggiormente il cibo, piuttosto che cadere nella trappola della globalizzazione alienante sotto forma di fast-food. Il messaggio dell’album è di ritornare un po’ alle tradizioni, ma senza negare sound all’avanguardia e uno sguardo al futuro. Una filosofia slow, insomma, ma che trovi la giusta alchimia tra gli ingredienti. Una filosofia slow tipica di un’artista Old School.

Ritieni che anche l’attuale New generation campana sia stata in grado di trovare la giusta alchimia tra gli ingredienti?

Questa è la terza ondata di rap a cui assisto in prima ed in terza persona. La prima é quella che ovviamente mi ha influenzato maggiormente: il periodo delle Posse. L’ultima ondata forse qualitativamente parlando è la peggiore perché l’hip hop è diventato troppo popolare, nell’accezione negativa del termine. Sono favorevole a portare la musica a quanti più ascoltatori possibili, ma facendo adattare i gusti delle persone alla nostra cultura e non il contrario. Specie se si tradisce l’essenza del genere esclusivamente a fini di vendita. Detto questo, ho comunque influenzato, contaminato tanti ragazzi e come ogni generazione ci sono quelli eccellenti, quelli bravi e quelli meno bravi.

E chi sono per te le eccellenze di oggi a livello locale? Fai dei nomi.

Se proprio devo fare dei nomi ti dico che mi piacciono Clementino, già di una generazione posteriore alla mia e Peste Mc. Ma tra le eccellenze sono compresi tutti i ragazzi che ci mettono passione e cognizione di causa nel fare la propria musica, non tralasciando una dose massiccia di contestazione.

All’epoca de La Famiglia eravate l’emblema della contestazione. Quali i cambiamenti in generale da allora? E quelli per Paura?

A quei tempi eravamo visti come gli alieni. Quando andavamo in giro con i pantaloni larghi ed i cappellini girati al contrario, ricordo che ci guardavano davvero come se fossimo esseri non appartenenti a questa terra. Il nostro look anticonformista insomma creava già una forte forma di contestazione. C’era una differenziazione tra noi ed il resto del mondo individuabile immediatamente proprio a livello di impatto visivo, percettivo. Oggi, i giovani vestono per la maggior parte con un’influenza hip hop e, magari, andare contro corrente significa indossare il maglioncino e la camicia, come me in questo momento. (Ride) Il rap, comunque, è necessariamente fonte di contestazione perché nasce da un sentimento di rivalsa, per dare voce al popolo. Ma essendo oggi un genere di moda, non tutti sfruttano il suo punto di forza: la denuncia. Quindi, passano messaggi stupidi. Io, invece, ho sempre avuto una visione molto personale del rap. Perciò mi ritrovo a parlare delle mie problematiche, di quelle che affrontano le persone che mi sono vicine o i miei amici, nel luogo in cui vivo e nel mio background.

In tutti questi anni non hai mai lasciato l’agro-nolano, luogo in cui vivi e in cui hai cominciato come MC…

Si, sono assolutamente legato alla mia terra nolana. A differenza di tanti colleghi che hanno preferito trasferirsi a Milano per abitarci e lavorarci, io non lo farei mai. Perché mai? Ritengo che proprio gli artisti debbano essere i più attaccati all’ambiente in cui vivono, debbano respirare costantemente l’aria da cui provengono per poter raccontare e per poter farsi voce dei propri concittadini. Nola che affronta la tragica problematica della Terra dei Fuochi, città vicina a paesi ad altissima concentrazione camorristica, ha bisogno inevitabilmente del suo humus o substrato musicale per non crollare e potersi risollevare. Ma ha bisogno anche del suo humus culinario. (Ridiamo)

Vista la tua fama ai fornelli, per concludere lasciaci una tua ricetta speciale.

Paccheri di Gragnano con zucca, gamberi e rucola: si soffrigge l’aglio fino a rosolarlo. Poi lo si toglie e si fa cuocere la zucca a fettine sottili in modo che in parte si spappoli. Si sbriciola un amaretto e lo si aggiunge alla zucca. Dopo una decina di minuti si aggiungono i gamberi. A fine cottura dei gamberi, si aggiunge parte della rucola. Infine si condiscono i paccheri guarnendoli con un pò di rucola a crudo. Metà della rucola va cotta e metà no… E il piatto è pronto!

Eugenia Conti