INTERVIEW WITH SANGUE MOSTRO / L'unica scuola da seguire è la True School. Così nasce CuoRap

Sangue-Mostro

Ekspo, Ale Zin, Speaker Cenzou e Dj Uncino. Nomi che gli appassionati del genere hip-hop non possono non ricordare. Quattro artisti partenopei storici, con radici lontane, ex componenti di gruppi  epici come i 13 Bastardi, che hanno creato la storia del genere rap a Napoli, quando questo tipo di musica era ancora un fenomeno di nicchia, “underground” e non un fenomeno di massa, come oggi. Ma i quattro, non ancora appagati da venti anni di carriera sulle spalle, con esperienze anche come solisti, decidono di reinventarsi, di ricrearsi, di evolversi: i Sangue Mostro nascono così. Dove il sangue allude palesemente a quello del miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro, messaggio di speranza e di magia per tutti i devoti. Un miracolo sia per i veri e propri fedeli, che per coloro che, semplicemente, vogliono crederci, inteso in una dimensione non meramente religiosa, ma piuttosto tradizionale e popolare.

“Il miracolo di San Gennaro è parte integrante della nostra cultura, ci crediamo in quanto napoletani, non in quanto cattolici o cristiani”, ci racconta Ekspo nel backstage del Palapartenope, in occasione della tappa napoletana del Mea Culpa Tour del collega Clementino. Li abbiamo conosciuti li i quattro pilastri del rap campano, vestiti con i loro felponi ed i “cazoni” larghi cascanti, completando il look da Mc con il tipico cappellino a visiera con su il proprio logo. Sembrano proprio i writer di una volta, quelli che con le bombolette “imbrattavano” di street-art i muri della città. Old School nell’anima, hanno l’aria saggia di chi ha vissuto e ne ha tante da raccontare, come di chi sa di essere il maestro, ma non per questo diventa meno umile o simpatico.

Ekspo, infatti, detto ‘O Tedesc, per gli amici Sandrone, scherza tutto il tempo con Speaker Cenzou dietro alle quinte, in attesa dell’esibizione sul palco. Canteranno, di li’ a breve, “Rinascimento”, il brano featuring la Iena, estratto dal loro recentissimo,“CuoRap”. Dodici mesi fa, avevano dichiarato: “Stamm’ arrivann!” e, dopo un anno di distanza, il disco, attesissimo da fans e cultori della materia, finalmente è uscito. Noi li abbiamo intervistati per voi.

E finalmente è CuoRap. Cosa rappresenta l’uscita dell’album in questo momento della vostra vita e dopo un lungo percorso artistico. I Sangue Mostro chi sono oggi?

In quest’album abbiamo voluto comunicare e riportare un messaggio che partisse dal cuore: il nostro batte per la musica rap. Quindi Cuorap. Dopo venti anni di carriera, in cui ognuno di noi ha percorso la propria strada con deviazioni diverse e, a volte, intersecate, volevamo descrivere oggi al meglio ciò che è stata la nostra crescita sia personale che artistica. Il disco è una sorta di rhyme-book fotografico, dove ogni fotogramma rappresenta un tassello della nostra vita. E’ un lavoro più maturo. Alterniamo le canzoni di puro “pariamento”, a quelle riflessive. Non c’è solo spensieratezza ma c’è anche la visione di persone ormai adulte che si pongono amari dubbi, domande. Lo abbiamo creato dando voce oltre che alla nostra anima, anche alla nostra città. Perciò, ci siamo espressi in napoletano, cioè nella maniera più naturale, viscerale ed a noi consona. Una dedica a Napoli, insomma.

Voi per Napoli siete i pionieri, i padri di un genere. E Napoli per i Sangue Mostro perché è motivo di dedica?

Perché è una città che si può anche lasciare, ma mai abbandonare. Anche se, ad esempio, per causa di forze maggiore, un domani si dovesse partire verso altri porti, alla ricerca dei famosi tre punti, possiamo metterci la mano sul fuoco che, dopo, sicuramente, faremmo ritorno qui a casa e con la vittoria in tasca. Napoli è la nostra terra è tutto e non potevamo non usarla come fonte di ispirazione per i brani di CuoRap.

Brani come 71, primo estratto da CuoRap, feat. Francesco Villani, ha per ispirazione Napoli?

A chi è rivolto questo numero della tradizionale smorfia napoletana, ragazzi? (ridono).  Per i lettori che non lo sapessero, il numero 71 nella smorfia napoletana rappresenta “l’omm ‘e merda”, cioè una persona senza scrupoli, meschina ed arrivista. Ed ora, per rispondere rigiriamo la domanda. Chi non ne conosce almeno uno di 71? Nel pezzo, analizziamo vari casi e menzioniamo i comportamenti, gli usi ed i costumi del perfetto “gentlemerd”. Non è rivolto a qualcuno in particolare. Diciamo che, come nel galateo del Monsignor Della Casa, questo brano elenca un po’ le regole dell’ineccepibile personaggio in questione, con la collaborazione del bravissimo Francesco Villani.

CuoRap è ricco di collaborazioni con artisti e colleghi rapper napoletani. Ritenete che l’hip hop campano rispecchi più la vera essenza del genere rispetto a quello italiano?”

Si, sul disco ci sono featuring con tantissimi amici e colleghi. Da Clementino, a ‘Ntò (ex Co’ Sang), da ‘O Zulù dei 99 Posse, a Valerio Jovine. In “Napoli pt.3”, poi, c’è buona parte della vecchia e nuova scuola della nostra città (nomi del calibro de La Famiglia o di Kimikon Twinz). In questo momento storico, a noi più che fare una distinzione tra Old e New School, ci piace molto più “classificare” ed identificarci in quella che è la vera scuola. E tutti gli ospiti presenti in “CuoRap” sanno di fare parte della “True School”. Detto questo, il concetto di True School non appartiene solo alla Campania. Dipende certamente da un fattore di appartenenza locale, ma è anche un’astrazione del tutto individuale, che caratterizza l’essere. Diciamo che, però, qui a Napoli c’è una lista lunghissima di mc bravi, vecchi e nuovi. La scena rap attuale partenopea è vivissima e c’è un perfetto intreccio tra le diverse generazioni. Commistione non sempre facile, ma che noi riusciamo a realizzare: perché facendo tesoro del passato, non ci limitiamo a quello, ma tendiamo sempre al futuro ed al nostro miglioramento.

Quindi, non preferite etichette come Old e New School, anche se il rap di oggi è accusato di diventare sempre più commerciale?

Ci piace pensare al panorama rap odierno come un grandissimo supermercato dove al suo interno puoi trovare varie marche nei diversi scaffali con i prodotti che più soddisfano ogni singolo ascoltatore. Ad esempio, puoi trovare una bottiglia di ottimo Lacryma Christi ed allo stesso tempo un Tavernello in tetra pak… Dobbiamo aggiungere altro?

Scoppiano a ridere sonoramente, lasciando questo quesito nella mente dei lettori. Nell’immaginario Market del Rap i Sangue Mostro si identificheranno con l’eccellente bottiglia di Lacryma Christi del Vesuvio? Noi, riconoscendo il primato dell’hip hop campano, diciamo di sì… A voi non resta che ascoltare CuoRap!

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH THE RIVATI / Quando la Black music si sposa col Neapolitan Power

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Funk, soul e blues napulitani uniti alla black music africana: è una mescolanza di sound quella dei  TheRivati, derivanti appunto dall’influenza di più generi. Paolo Maccaro, nolano classe ’85 e Marco Cassese, napoletano classe ’82, sono l’anima e le voci di questo progetto nato casualmente ed all’improvviso, come ci spiegano subito.

“Da sempre entrambi scrivevamo testi e componevamo basi. Un giorno guardando Mtv Day e rendendoci conto di tutta la spazzatura musicale commerciale che c’era in circolazione, ci siamo detti: Proviamoci! Abbiamo trovato una band e creato i TheRivati, supported By San Gennaro.”Dopo l’album di esordio “Chiù ner ra midnight”, a fine 2013 è uscito “Black”, secondo lavoro del gruppo.

TheRivati supported by San Gennaro. Qual è il legame con San Gennaro, oltre che santo, icona di Napoli?

Sicuramente è un simbolo emblematico. Con San Gennaro abbiamo un rapporto d’attesa, da lui aspettiamo il miracolo. E poi era l’unico disposto a sponsorizzarci, tanto è che l’abbiamo scelto come icona del nostro logo. È indiscusso il valore che il Santo rappresenta per ogni napoletano: per tutti, una fonte di ispirazione.

Nel vostro ultimo album: Black, avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano. Cosa significa per voi?

Abbiamo scritto in passato anche pezzi in italiano, ma è il napoletano la nostra vera lingua. Sembra essere fatta apposta per essere tramutata in musica. È piacevole e melodica. Ci capita di scrivere le parole di un testo in napoletano e di immaginarne immediatamente dopo la melodia sotto, come se prendesse magicamente forma da sola. Insomma, è una lingua unica. Ed è da stupidi essere artisti napoletani e non utilizzare la propria lingua, visto che abbiamo la fortuna di conoscerla e di poterla utilizzare per portare avanti un percorso culturale.

Il vostro genere spazia dal funk al blues. Intendete rilanciare una scena partenopea black attuale sulla scia del Neapolitan Power?

Sì: la black music è un incontro tra funk, blues e soul. Oggi, richiamando il Neapolitan Power, cerchiamo di riproporre una scena forte per questo genere a Napoli. Oggi, la musica black partenopea è una realtà ancora non affermata o seguitissima, come poteva esserlo in passato, negli anni ’70.  E nemmeno è un fenomeno di massa come sta accadendo per l’hip hop in Campania negli ultimi anni. È più un fenomeno di nicchia, che stiamo cercando di fare arrivare a tutti.

“Black”, album 100% napoletano. Quali le tematiche?

Il titolo Black è un omaggio al genere che trattiamo, ovviamente, alla musica afro-napoletana. Un filo diretto di collegamento che va da Napoli, ai ritmi africani. Le tematiche trattate vanno dal sesso, all’amore non corrisposto, a temi più impegnati come l’emigrazione della nostra gente. Esperienza che ci ha toccato direttamente, che abbiamo vissuto in prima persona visto che siamo stati costretti a trasferirci entrambi a Roma per nove anni. Ora che il nostro progetto è in espansione, siamo tornati qui nella nostra terra. Precisamente, a Cimitile, nell’agro-nolano, al centro della Terra dei Fuochi.

Avete pensato di scrivere qualcosa sulla terra dei fuochi o per sfatare i luoghi comuni su Napoli e i napoletani?

Sulla terra dei fuochi abbiamo deciso di “non uniformarci” ad altri. In futuro si vedrà perché riconosciamo che sicuramente è positivo che se ne parli. Basti pensare al giovane Rocco Hunt che, qualche giorno fa, ha portato la tematica a Sanremo, vincendo per giunta. Possiamo anticipare, però, che nel nostro prossimo disco a cui già stiamo lavorando ci sarà un brano contro le brutte etichette con cui Napoli viene sempre contraddistinta. La massa deve sapere che Napoli non è peggio di Torino, di Milano. Oggi, purtroppo, sembra una gara a chi sparla di più della città. Ma tralasciando tutte le battute ed i tanti luoghi comuni su Napoli, per ultima la polemica sanremese con la Littizzetto e la Gialappa’s, riteniamo che qui ci sia un problema oggettivo, quello della Terra dei Fuochi, da risolvere assolutamente. Certo, la musica può essere un ottimo megafono per urlare la voce di molti. Deve essere il faro da cui farsi dirigere.

Progetti presenti e futuri?

Abbiamo composto la colonna sonora del nuovo film “La legge è uguale per tutti”, con la regia di Ciro Ceruti e Ciro Villani, che sarà nelle sale da oggi. Stiamo collaborando con vari artisti, tra cui Clementino per dei featuring nel suo nuovo disco e mentre continua la promozione di “Black”, abbiamo cominciato a lavorare anche ad un nuovo nostro disco, che uscirà tra qualche mese.

Eugenia Conti