Rap made in Campania / Il 13 settembre esce “ImPatto”, nuovo album di Patto Mc

impatto

Patto Mc, al secolo Fabio Ferro, ormai veterano rapper salernitano sta per “sfornare” un nuovo disco in uscita il prossimo 13 settembre dal titolo ImPatto. Un gioco di parole che oltre al significato letterale del termine potrebbe stare ad indicare la frase inglese “I’m Patto” ovvero “Sono Patto”. Un lavoro discografico molto più maturo che conta 13 tracce e tantissime collaborazioni tra le quali Rocco Hunt, O Zulu ed Egreen.

Ancora grandi featuring nella storia dell’Mc made in Campania dopo quelli realizzati in passato con i Sud Sound System, Clementino, Kiave, Ntò, Peste, Speaker Cenzou, Kayaman e molti altri.

Noto per le sue doti da freestyler e per la fluidità del suo flow Patto concretizza con questo album la sua svolta artistica non rinunciando mai al dialetto e al suo stile.

Sempre coerente con le proprie origini sa di far parte anche lui dei personaggi più rappresentativi dell’hip-hop campano. La sua personalità ha “profumo di strada” e non dimentica mai la crew con cui ha cominciato a fare le prime chiamata Cafardo Style.

Il videoclip del primo singolo estratto da “Impatto” è già online sul tubo dallo scorso maggio e si intitola ““Chiù tuost ‘e lor”, a dimostrazione di quanto bisogna essere forti e duri per non farsi sormontare dall’attuale sistema. Denuncia, grinta, tecnica ed amore per il rap sono le componenti base di ImPatto che permette al rapper di svelarsi sempre più ai suoi ascoltatori in questo ultimo disco.

Per avere posssibilità di pre-ascoltare ImPatto basta partecipare al concerto-evento esclusivo di stasera al club 2Beach di Salerno. Ad affiancare il rapper al microfono tanti ospiti speciali della scena nazionale come DJ Mista Bobo (dj ufficiale di Patto), Shaone, Paura, Egreen, Terron Fabio (Sud Sound System), Tonico 70, Morfuco.

Seguirà un favoloso after party con Dj TY1, Fabio Musta, DJ Pio, DJ Rogo, Jack Parisi.

Il pubblico potrà accedere all’area concerto con l’acquisto del CD fisico e parte del ricavato sarà devoluto ai terremotati del sisma dello scorso 24 agosto in Centro Italia.

Il party si chiama per l’appunto Rap Night per una lunghissima notte a suon di rap !

Tracklist Album ImPATTO
1 Angeli
2 Rondini
3 Arap L’uocchie feat. Morfuco, Tonico 70, Grisù
4 Distanti feat. Zulù
5 Rap Re’ Scugniz
6 Tutt ‘E Vie feat. Rocco Hunt
7 Chiù Tuost ‘E Lor
8 Chance
9 Dubsmash feat. E-Green
10 Rap Uzi
11 Pusher

Eugenia Conti

RECORD REVIEW / MEA CULPA – Clementino (2013)

mea culpa

“Mea Culpa” è il terzo disco solista dell’artista datato maggio 2013. Ovvio che dai tempi di Napoli Manicomio e del Cazone Largo, non solo l’abbigliamento, ma anche lo stato di cose siano cambiati un po’.

Clementino è cresciuto, ha avuto l’incontro con situazioni e dinamiche diverse che l’hanno portato a scrivere i versi di Mea Culpa. Con questo lavoro va più incontro al grande pubblico, contamina il rap underground con ritornelli più melodici, ma senza mai snaturarsi.

L’album che vanta collaborazioni e produzioni d’eccezione si apre da subito sul beat di Fritz Da Cat con Amsterdam, racconto personale dell’mc in cui viene fuori l’importanza del rap in questi tempi duri e la necessità di dover scrivere sempre come valvola di sfogo.

E’ il turno di ‘O vient, grande hit della scorsa estate, cantata a squarciagola dal più piccoli ai più grandi. Ma in quanti hanno recepito il vero senso del testo? Clemente ripercorre la storia e trova in quest’ultima la causa dell’emigrazione da Sud a Nord.

Una canzone in cui il rapper diventa brigante e si esprime senza filtri e remore. Tema dell’emigrazione richiamato anche nella traccia numero 4 “Aquila reale”. Accanto a tematiche più impegnative, considerando la solarità del nostro artista nascono anche i pezzi più a “pariamento” come “Che hit” o “Alto livello”, che diventano suoi cavalli di battaglia durante i live, interpretandoli con la teatralità che lo contraddistingue, permettendogli di dominare il palco come gladiatore dentro un’arena.

Anche Giovanni Falcone e Peppino Impastato trovano il loro posto all’interno del cd nella traccia”Mea Culpa” feat. Meg, bellissima ex voce femminile dei 99 Posse, che da il nome all’intero album. Clementino parla col suo linguaggio hip hop di fatti così delicati senza però risultare mai retorico, come è dimostrato in un altro brano: “Pianoforte a vela”, dedicato alle vittime della camorra. Qui racconta tre agguatii realmente avvenuti nelle strade di Napoli e a cui egli stesso ha assistito in prima persona.

La base con quelle note di pianoforte in lontananza, le parole cruente e forti che si susseguono una dietro l’altra e che ti aprono un sipario su quelle realtà, per me lo rendono uno dei brani più belli. Sipario aperto su certi scenari anche nel brano “Dalle Palazzine”, la cui ratio è quella di far rendere conto che tutte le periferie sono uguali ed hanno proprie problematiche, da Scampia a Quartoggiaro.

E qui non potevano mancare colleghi come Ntò, ex Cosang, from Marianella (periferia di Napoli) o Marracash from Barona (periferia di Milano). Gli ospiti sono tanti comunque: da Paura a Noyz Narcos, da Fibra a Rocco Hunt, Jovanotti e Negrita. Fratello (feat.Jovanotti) e Buenos Aires-Napoli (feat. Negrita) dimostrano che il rap può essere versatile e che le citazioni col parlato possono essere la base ideale per creare una nuova canzone. Giungla, col fratellino Rocco Hunt, racconta poi della loro musica. “Tra mille tradizioni, Clementino, Rocco Hunt, sona hardcore a musica terrona”. Il gran finale per me c’è nella Bonus Track del disco: “Messaggeri del Vesuvio”, sul cui beat rappa una buona fetta della scena campana, compresi i nomi più storici. Speaker Cenzou, Ale Zin, Ekspo, ShaOne, Polo.

Quelli che una volta venivano chiamati La Famiglia o 13 bastardi e senza i quali oggi nella città partenopea non ci sarebbe neanche un graffito, un ragazzo col cappellino da mc ed una battle di freestyle. Ciò che trapela è forte: Clemente per quanto sia potente ormai a livello nazionale non dimentica le sue origini. Sa di essere bravo in italiano, ineguagliabile in napoletano. Si considera un messaggero del Vesuvio, un pò come quelli della Dopa del primo Neffa.

Eugenia Conti

 

INTERVIEW WITH JORIT AGOCH : "Esprimo le mie emozioni da writer attraverso le bombolette"

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La cultura hip hop contiene in se’ quattro elementi inscindibili: MCing, breaking, Writing e DJing. Oltre al rap in Campania c’è un’altra disciplina nella quale spiccano massimi talenti: il Writing. Il writer che abbiamo intervistato per voi e’ Jorit Agoch, classe ’90 e membro della KTM, storica crew napoletana composta da Polo, ShaOne, Cyop, Kaf e tanti altri nomi. Jorit, nato a Napoli nel 1990, da padre napoletano e mamma olandese, nonostante la giovane età è già molto conosciuto avendo esposto e “imbrattato” i muri di buona parte del mondo: dall’Africa a Cuba, da Londra a New York senza mai dimenticare le sue origini partenopee. Infatti Napoli è grande fonte di ispirazione per l’artista:  muri, gli edifici e i treni della città sono stati riempiti di sue scritte, graffiti e soprattutto di ritratti di volti.  “Il Writing ha il merito di creare un’identità comune nei giovani che cominciano a vivere la città come uno spazio in cui dare sfogo alla propria voglia di espressione artistica”, ci spiega Agoch. Gli chiediamo di più.

Jorit quando hai dipinto per la prima volta su un muro?

Avevo circa dodici anni e scrissi insieme agli altri amici del mio viale il nome della nostra banda su un muro. Era un nome di fantasia che non ricordo neanche, ma dopo quella prima volta non ho mai più smesso di dipingere nemmeno per un giorno.

Quando hai fatto invece la conoscenza della cultura hip hop?

Sempre in quello stesso periodo ho scoperto che dietro al mondo delle firme c’era un movimento enorme: una cultura chiamata Hip-hop, persone chiamate writers che svolgevano queste attività già da una vita e che oltre a fare scritte sui muri dipingevano disegni elaboratissimi. Da quel momento in poi mi sono innamorato in maniera folle di quei valori. È stato il classico colpo di fulmine grazie al quale ho iniziato ad essere un vero writer e a fare della street-art la mia ragione di vita.

Quindi hai imparato da autodidatta. Come realizzi le tue opere?

Praticamente si. Già 12, 13 anni fa un amico mi illuminò raccontandomi le storie dei graffiti americani e spiegandomi lo stile dello street art quando ancora il fenomeno non era molto diffuso da queste parti. Poi ho deciso di laurearmi all’Accademia di Belle Arti dove ho appreso come utilizzare l’olio su tela e l’acrilico. Si può dire però che abbia imparato essenzialmente da solo grazie all’allenamento costante. Ricordo che le prime volte entravo in qualche negozio, rubavo le bombolette e mi dirigevo subito nelle periferie partenopee a “inguacchiare” i muri. Le mie opere per strada sono realizzate al novanta per cento con bombolette. Poi posso bucarle, spruzzare i colori nei tappi e stenderli aiutandomi col pennello, ma in primo luogo utilizzo spray.

Principalmente hai dipinto le tue opere nelle periferie napoletane, ma hai esposto e pittato in buona parte del mondo. Raccontaci le esperienze estere che ti hanno maggiormente segnato.

Ho girato molto sia per mostrare le mie opere, che per realizzarle. Amo viaggiare e penso che si possa essere una persona più ricca esclusivamente conoscendo e stando a contatto con le varie culture del mondo. Non a caso appena raccimolo qualche risparmio faccio biglietti e parto ovunque. Vuoi sapere i viaggi che più mi hanno segnato? Sicuramente le otto volte che sono stata in Africa per beneficenza. Ho realizzato delle mostre per raccogliere fondi al fine di creare degli ospedali sul posto. Poi le mie esposizioni a Londra, Berlino e Sidney senza dimenticare la magica Cuba.

Dove ti piacerebbe che fossero esposte le tue opere?

Il mio sogno sarebbe tenere una mia mostra a New York perché è una città che amo, nonché la vera patria dell’hip-hop. Ci sono stato tre mesi all’inizio dell’anno assieme a Polo de “La Famiglia” (ormai stabilitosi nella Grande Mela da tempo) e ne sono rimasto incantato.

Dai tempi della Famiglia e della prima generazione dell’hip hop campano sicuramente la musica rap è molto cambiata qui a Napoli. Cosa pensi della scena odierna e quanto te ne senti parte?

Mi sento parte della scena attuale. Non mi appartengono e non mi interessano però le polemiche sul vero o sul falso hip-hop. L’importante è che Napoli abbia sfornato dei nomi importanti del genere che continuano ad essere riconosciuti. Personalmente stimo da morire Speaker Cenzou, ShaOne, Polo, ma anche lo stesso Clementino (accusato da molti di essere diventato troppo commerciale). Sono il primo che si sente e vuole fare il writer, ma a volte devo adattarmi a dipingere le serrande o a fare arredamenti d’interni per andare avanti. Capisci che intendo dire? L’importante è che ogni lavoro sia guidato sempre dalla passione.

Sicuramente una grande passione unita al tuo talento ti hanno portato a far parte a soli 24 anni della KTM. Cosa significa per te appartenere a questa crew hip-hop? E che progetti hai per il futuro?

La KTM è diventata senza dubbio dal 1992 ad oggi la crew hip-hop più storica e rinomata di Napoli. Per me è un onore farne parte già da tre anni ed avere il rispetto di persone come Polo e ShaOne, miei esempi di vita fin da quando ero solo un ragazzetto. Fare parte della KTM costituisce ovviamente il raggiungimento di un mio obiettivo, ma oggi quello a cui aspiro è di costruirmi un mio spazio e un mio nome nel mondo della street-art a livello internazionale. Voglio continuare come da quattro anni a questa parte a concentrarmi soprattutto sui volti umani da cui sono attratto in maniera fortissima. Mi piace dipingerli, mi piace la sensazione che provoca nelle altre persone quando li osservano e mi piace quello che simboleggia perché il viso è ciò che meglio identifica una persona. Per il futuro vorrei che essere writer mi rendesse come un vero e proprio lavoro perché sporcarmi le mani, immaginare e emozionarmi attraverso i colori e’ l’unica cosa che amo fare dalla mattina alla notte…

Eugenia Conti

 

INTERVIEW WITH OYOSHE / "Il mio album Stand Up è un diario di viaggio in note"

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Il disco rap campano consigliato per questo mese? Per chi non è legato al mainstream più in voga e preferisce un prodotto che sia una catapulta sulla cultura hip hop “vecchio stampo” la risposta è “Stand Up” di Oyoshe, fuori il 19 maggio nei migliori store digitali e negozi di dischi. Oyoshe o Oyo Waza, rapper e beatmaker di Fuorigrotta, Napoli, nonostante la giovanissima età, si è già fatto ampiamente conoscere a livello nazionale e internazionale. Oltre a far parte di diversi collettivi made in Naples, vedi “Broke n Spuork”(in compagnia del collega Dekasettimo) e “Cianuro Prod.”, ha collezionato diverse esperienze internazionali di rilievo: dal produrre beat per importanti rapper americani e lavorare con mc’s del calibro di Blaq Poet (collega del nome mondiale Dj Premiere), al lasciare la sua firma nella dinamica Barcellona collaborando con l’mc Enes. Con uno sguardo aperto sul mondo e con la voglia di crescere sempre di più grazie ai suoi viaggi, Oyoshe non ha mai dimenticato Napoli, sua città d’origine, dove è ritornato in pianta stabile dopo il suo lungo girovagare. Tra pochi giorni esce il suo primo disco da solista, che lo vedrà nella duplice veste di rapper e producer. Lo abbiamo intervistato per voi.

Come nasce e come si è sviluppato il progetto di “Stand Up”?

L’idea di dare vita a questo disco nasce circa due anni e mezzo fa. Nel 2012 la Beat Notik, brand di abbigliamento hip hop di Barcellona, mi offre l’opportunità di collaborare con i Beroots Bangers, noto gruppo underground spagnolo e in particolare con l’mc Enes, insieme al quale viene fuori una traccia che costituirà la prima cellula di “Stand Up”. L’album è molto personale, è un diario di bordo che racchiude le esperienze reali vissute durante i miei lunghi viaggi. Ogni brano racconta una tappa diversa di questo percorso. Ad esempio il pezzo con Enes parla del legame esistente tra Napoli e Barcellona, soprattutto dal punto di vista dello stile e della passione della musica hip hop. Allo stesso modo, dopo aver lavorato in veste di beatmaker con diversi mc’s americani, mi viene naturale fare un parallelismo tra l’hip hop della mia città e quello americano.

A livello internazionale sei più conosciuto come beatmaker. Con “Stand Up” hai voluto dimostrare a tutti la tua abilità anche al microfono?

Artisticamente le due passioni sono nate insieme. Ma sulla scena internazionale mi sono esposto più come beatmaker perché ritengo che sia più facile esprimersi attraverso la musica e non con le parole. Scrivere ha un peso differente, comporta una responsabilità e c’è bisogno di un percorso più lungo. Volevo raggiungere una certa maturità prima di mettermi alla prova con un album tutto mio. La gavetta è stata lunga, dai mixtape che facevo girare tra i massimi esponenti del genere della mia città, al bazzicare in certi ambienti come quello del Tck Clan e quindi lo stesso dei vari Clementino, Emcee ‘O zi, ‘O Iank e gli altri, dalle battle, ai freestyle, ai cypher. Una lunga formazione pari a quella dei rapper americani della Golden Age, ovvero la mia passione più grande fin da bambino. Sono cresciuto con la loro musicam cultura, mentalità e seguendo i loro messaggi.

Alla luce di questa passione per i rapper americani dell’Epoca d’Oro, secondo te quale è il messaggio che oggi deve trasmettere la musica hip hop?

Per me il messaggio principale della musica hip hop è quello del vivere la strada in maniera giusta e sana. Rappresenta uno spiraglio di salvezza per evitare i fattori negativi insiti nella strada stessa, uno sbocco, una via d’uscita. Non a caso il titolo del mio disco è “Stand Up”, ovvero restare in piedi, rimanere saldi. Come? Acquisendo i valori tipici della cultura hip hop. “Peace, love, unity and havin’ fun”, cantava Bambaataa. Quindi, preservare noi stessi attraverso questo genere che ci permette anche di diventare più analitici e osservatori. Ad esempio grazie al freestyle, cioè improvvisare rime su ciò che ci circonda, si comincia a guardare tutto con occhi diversi, con attenzione e dovizia di particolari.

“Stand Up” sarà in italiano o in dialetto? Quali le collaborazioni?

In entrambi i modi, ma soprattutto in napoletano perché costituisce la mia piena maturità stilistica. Pensando principalmente in dialetto, da anni ho sempre fatto freestyle in dialetto. Utilizzare la lingua partenopea significa avere uno stile libero, essere spontaneo e richiamare il canone di rap che preferisco cioè il rap americano. Lo slang napoletano si avvicina molto più allo slang statunitense rispetto a quello italiano. Questo non significa che noi rapper campani non siamo originali o vogliamo “pezzottare” gli americani, ma soltanto che li riconosciamo innegabilmente come i nostri maestri. Riguardo alle collaborazioni ce ne sono diverse e con quasi tutti ho avuto un contatto diretto e reale. Non ho lavorato tramite internet o tramite messaggi, come si è soliti fare oggi. Nel mio album ci saranno: Enes da Barcellona; Op Rot e Lucariello insieme sulla stessa traccia uniti dalla loro vena poetica; Sandro Su di Termoli; ShaOne de La Famiglia, per me un grande onore; Dekasettimo e Raz, componenti della mia crew: Cianuro Prod.

Il primo video “Dentro/fuori” uscito per preannunciare “Stand Up” è abbastanza diverso dagli stereotipi attuali. E’ una risposta contro la commercializzazione del genere?
Il primo singolo estratto “Dentro/fuori” è indubbiamente molto hardcore. Posso anticipare che nell’album ci sono tracce ancora più forti e underground. Di sicuro “Stand Up” non rispecchia gli stereotipi nazionali attuali, ma ha al suo interno un’armonia. Spero di raggiungere anche un vasto pubblico che non si debba adeguare o adattare al mio lavoro, ma soltanto armonizzare col mio modo di fare rap. Voglio far conoscere la mia cultura, far valutare la mia musica senza modificare i miei gusti a seconda delle tendenze del momento. Perché si trovi il giusto punto d’equilibrio, non vi resta che ascoltare “Stand Up”.

Eugenia Conti

INTERVIEW WITH CAPECCAPA / "Rap questione 'e lengua e di messaggio"

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Vi piace la musica underground, soprattutto se è rap ed è napoletana? Allora conoscerete i Capeccapa, alias ‘O Pecone, Cref e Sonakine. La triade che viene da Villaricca, dall’area Nord di Napoli e che di problemi non se ne fa proprio a raccontare la verità in tutta la sua essenza, quella che solo chi è cresciuto in certi contesti può descrivere. I Capeccapa non hanno filtri o finzioni: sono come appaiono. Vivono ai margini, in piena Terra dei fuochi, che altri strumentalizzano con disinvoltura. Questa crew, invece, abbandona completamente la retorica per concentrarsi sui contenuti. Come i rapper americani Old School della fine dello scorso secolo, per i Capeccapa il rap è “Questione ‘e lengua” e di messaggio. Legatissimi al loro dialetto al punto di utilizzarlo sempre nelle loro rime, ci tengono anche a perseguire il vero messaggio dell’hip-hop culture, quello universale, fulcro intorno al quale gira “Caparbi”, il loro primo disco uscito dopo un decennio di lavorazione in cui hanno messo in ordine le idee, lavorato ai beat, ai testi, alle selezioni. “Come facevano un po’ gli mc degli anni ’90 (vedi la Famiglia), i quali raggiungevano prima una crescita artistica e poi producevano il disco, così noi abbiamo cercato prima un’ evoluzione sia degli mc (‘O Pecone e Cref), che del producer (Sonakine) e poi abbiamo pensato al prodotto. Il nostro obiettivo è stato quello di racchiudere in un unico progetto la nostra idea di hip hop universale, molto vicina alla mentalità rapper newyorkese della Golden Age”, ci spiega subito Sonakine. Per avere un suono di un certo livello i Capeccapa hanno studiato tanto, trattenendosi dall’incidere dello demo solo per farsi conoscere, come molti emergenti odierni. “Purtroppo, oggi si pensa prima al prodotto e poi a creare la propria personalità in base ai riscontri ed alle vendite. I nuovi artisti tendono a pilotare la propria immagine. Non c’è più un’opera costante di ricerca interiore e delle tematiche.”, precisa Cref. I tre “Caparbi” sono ragazzi semplici, che hanno l’unico obiettivo di narrare storie relative alla vita vissuta. “Affrontiamo le problematiche giornaliere e quotidiane delle persone, con qualche dedica all’amore, spaziando tra vari argomenti. Evitando l’autocelebrazione, a differenza di quanto fanno ‘sti rapper “mezze cartucce” del mercato italiano attuale. Ce la mettiamo tutta per far passare giusti messaggi.”, afferma deciso ‘O Pecone.

L’hip hop deve trasmettere messaggi?

L’hip-hop è comunicazione e serve per trasmettere messaggi sociali, non necessariamente politici. Spesso si tende a considerare il fenomeno hip-hop a Napoli come collegato esclusivamente alle Posse degli anni ’90 ma non è così. I nostri pezzi, ad esempio, non accuseranno mai un politico, piuttosto che un altro, preferiamo descrivere le problematiche giornaliere. Bisogna considerare che in fondo i politici sono eletti dalla popolazione. Quindi c’è un errore che parte dal sociale, la massa viene indotta a sbagliare. Il rapper non deve schierarsi da una parte: deve affacciarsi dalla finestra, guardare giù e raccontare esattamente quello che vede in maniera sia soggettiva che oggettiva.

I Capeccapa cosa hanno visto quando si sono affacciati dalla loro finestra?
Viviamo tutti e tre nell’area Nord di Napoli e di cose da vedere e da raccontare ce ne sono tante. Anche se Cref è originario di Santa Lucia e Sonakine di Fuorigrotta, ci siamo incontrati per la prima volta a Villaricca, in periferia. Eravamo molto giovani quando ci siamo trasferiti lì. Mettendo la testa fuori dalla finestra abbiamo capito che  scendere in strada e unirci era il modo giusto la nostra. Così abbiamo cominciato a formare delle vere e proprie crew. Il percorso dei Capeccapa insieme inizia successivamente, nel 2003. Abbiamo partecipato alla compilation “Napolizm vol.1”, invitati da Polo de La Famiglia, abbiamo curato la produzione del cd “Anticamera” di ShaOne (sempre ex La Famiglia), abbiamo fatto tanti lavori sia in gruppo, che individualmente. Abbiamo aperto l’unica data in Italia di una leggenda dell’Hip.hop culture: KRS One ed il concerto di Bennato a Bagnoli. E intanto è nato il nostro disco “Caparbi”, dopo una lunghissima formazione.

In “Caparbi” non c’è nessun brano direttamente dedicato alla Terra dei Fuochi. E’ una scelta antiretorica?
Oggi scrivere sulla Terra dei Fuochi, come fanno tanti, è uguale a pubblicare una foto su Instagram con gli hashtag sotto. Omai, sembra che basti pronunciare le parole chiave #terradeifuochi #lottiamo #facciam ed il pezzo è pronto. Sia chiaro, non vogliamo accusare la canzone di Rocco: però ci vediamo troppa retorica in questa operazione e volevamo evitare di caderci anche noi. Abbiamo preferito invitare al ragionamento. In Caparbi ci sono riferimenti che la nicchia pensante riesce a cogliere. Non è detto che le cose debbano sempre essere raccontate palesemente, anzi. Altrimenti chi sta dall’altra parte diventa passivo, non è più stimolato, subisce come se guardasse la tv insomma. Abbiamo cercato di indurre al pensiero ed alla critica i nostri ascoltatori.

La nicchia pensante troverà degli spunti in merito nel vostro brano “Dimm c’ simm”…

“Dimm c’ simm” parla delle persone che se ne vanno troppo presto dalla nostra vita. Dai genitori, ai fratelli, agli amici. E’ dedicata alle vittime del cancro, a tutti coloro che si sono ammalati a causa dell’inquinamento. Nella track non puntiamo il dito contro la camorra o contro i rifiuti tossici: l’abbiamo raccontata in una maniera molto più personale, come fatto realmente accaduto. “Cosa ci rimane ora che una madre deve crescere da sola i propri figli o allo stesso modo un padre?”. Anche in questo brano ci è piaciuto scrivere e rappare in una chiave più aperta da cui è possibile trarre diverse interpretazioni. Che è un pò l’impostazione di tutti i nostri testi.

Un altro testo interessante è “Questione ‘e lengua”, featuring Paura e Ghemon.

Il pezzo “Questione ‘e lengua” è stato creato per rispondere alle accuse rivolte agli mc campani di rappare in dialetto troppo stretto. Noi sottolineamo, allora, che l’hip-hop “Nun è questione ‘e lengua, ma questione ‘e messagg”. Questo non significa che la lingua non abbia il suo peso, anzi tutto il contrario. Nella nostra musica il napoletano è molto importante. Contestiamo proprio il fatto che non si deve evitare a priori di percepire un messaggio solo perchè dietro c’è una lingua diversa dalla propria. E’ inaccettabile che non rappare in italiano debba costituire un limite. Ad esempio, quando si ascoltano le rime dei rapper americani, è impossibile che tutti capiscano e conoscano l’americano stretto dei quartieri, ma appassionandosi in un primo momento alla musicalità delle parole, al modo di impostare la voce, al beat ed al flow, si riesce a comprendere in un secondo momento anche il significato del testo. Il messaggio comunque arriva e lo si va a ricercare attivamente, non passivamente, ritornando a ciò di cui parlavamo prima. Ascoltando il rap campano l’approccio deve essere lo stesso, visto oltretutto che la canzone napoletana è conosciuta in tutto il mondo ed ha la sua importanza culturale. Nei testi facciamo sempre una ricerca linguistica, utilizziamo termini arcaici, tradizionali, che si stanno perdendo ed evitiamo i termini “imbastarditi” dall’italiano. Alla fine, nel rap si scrive ciò che si pensa. E noi pensiamo in napoletano. E poi traduciamo in italiano… quando ci riusciamo! (Ridono) Il napoletano rappresenta la nostra radice, senza la quale il nostro albero non sarebbe mai cresciuto in altezza nè generato nuovi germogli.

Eugenia Conti